Intervista ai DDP

by • 19/09/2005 • IntervisteComments (0)557

Se vi siete sempre domandati quale fosse la risposta dei DDP alle mille polemiche di cui sono quotidianamente protagonisti, ma pensavate che nessuno (di loro, di noi, di voi) avrebbe mai affrontato la questione in pubblico, beh, preparatevi a una sorpresa. Che si presenta sottoforma di un faccia a faccia aperto e senza filtro con uno dei gruppi più controversi della scena rap italiana.

Blumi: Sono passati diversi anni tra l’uscita dei vostri lavori “ufficiali”, Strada e I love DDP. Cos’è successo nel frattempo? L’attesa era voluta o no?

Soave: Discograficamente parlando non ci eravamo comunque fermati neanche dopo Strada: abbiamo fatto uscire diverse cose con Area Cronica, l’ultima era del 2001. Da lì in poi, beh, sappiamo tutti che genere di aria tirava, era un periodo davvero nero… Mentre tutto era in stallo noi abbiamo comunque registrato moltissimi pezzi, che purtroppo non sono mai usciti, anche a causa della chiusura dell’Area; nel 2003 ne abbiamo raccolti un po’ in un bootleg, che per essere tale è andato comunque piuttosto bene. Complessivamente, insomma, siamo rimasti realmente in silenzio per poco meno di due anni, e anche allora dipendeva più dalle circostanze che da noi. All’epoca era difficile anche andarla a ballare, questa musica, figuriamoci produrla e promuoverla…

Quagliano: Già, quel poco che veniva realizzato restava un prodotto per pochi intimi. Parlando per i DDP, forse in quel momento non ci siamo preoccupati troppo di far sapere alla gente che stavamo facendo qualcosa… In effetti, anche il fatto di uscire con un album a livello ufficiale è stato quasi un caso: ce l’hanno proposto e abbiamo accettato con entusiasmo, ma non era una cosa cercata.

B.: Secondo i più, questo disco è il vostro lavoro più riuscito. Come avete impostato la lavorazione? Siete soddisfatti dei risultati ottenuti?

Q.: Forse è il nostro lavoro più riuscito, ma lo sarà solo fino al prossimo: l’ottica con cui lavoriamo è di cercare di innalzare il nostro standard ad ogni nuova uscita. In ogni caso, questo disco è quello che è in quanto frutto di un’evoluzione e di una maturazione personale, anche se so che molti storceranno il naso a sentire un discorso del genere in bocca a noi, visto che per i più i DDP restano lo stereotipo dell’mc ignorante e vuoto… Per quanto ci riguarda, quest’album è perfetto per come lo volevamo, e non parlo tanto di parametri tecnici: è quel genere di sensazione che hai quando metti su un cd nell’autoradio e lo ascolti con piacere dall’inizio alla fine, e così anche gli altri intorno a te. La musicalità è fondamentale: noi abbiamo lavorato molto sulla sintonia di tutte le componenti di ogni brano, in modo che suonasse completo in ogni dettaglio. Non volevamo sacrificare lo stile al messaggio a nessun costo. Troppo spesso capita che gli mc che si autodefiniscono conscious finiscano per esprimersi per luoghi comuni e in una forma pessima: noi non intendiamo nasconderci dietro scuse del genere, abbiamo un’altra idea di pezzo introspettivo e la porteremo avanti, anche se questo dovesse renderci antipatici a qualcuno.

B.: A proposito di simpatie o antipatie, sembra che la scena italiana non abbia vie di mezzo: o vi ama o vi odia. Anche voi sembrate aver preso atto della cosa, data l’ironia con cui trattate questo tema nell’album. Preferireste delle reazioni più uniformi e moderate, oppure siete contenti che la gente vi percepisca così?

S.: Mah, dando un’occhiata in internet e analizzando il campionario della gente che ce l’ha con noi, devo dire che sono contento di non piacere a queste persone. Anzi, ti dirò di più: voglio far cagare tutta la vita! (ride)

Duellz: A volte sembra quasi che la gente legga il nostro nome e debba per forza dire qualcosa, non importa cosa. Fortunatamente non siamo di quelli che si fanno rovinare l’esistenza dalle opinioni altrui, ognuno vede il mondo a suo modo, non c’è problema se arrivano critiche. Ciascuno deve essere se stesso: io lo sono, nella vita e nei miei pezzi, ed è giusto che anche chi mi odia sia libero di esprimere il suo modo di pensare.

Q.: Come diceva Soave, siamo felici di dar vita a queste reazioni: alcuni gruppi non ti lasciano nessuna impressione particolare, non ti cambia niente se ci sono o no. Di noi, nel bene e nel male, si parla sempre in maniera forte: siamo un gruppo che ha un’identità e di questo siamo fieri. Dopo un decennio di attività non è da tutti scatenare puntualmente una guerra civile a ogni nuova uscita. Se facciamo discutere così tanto, abbiamo ancora un motivo di esistere. E in ogni caso, finché abbiamo la consapevolezza che quello che facciamo funziona, non c’importa di nient’altro. Soprattutto se a criticarci è gente capace di parlare di Jay-Z o dei Diplomats come di degli scarsi, o gente che si scaglia contro il nostro approccio al rap e non contro la nostra tecnica e le nostre capacità.

B.: Restando sull’approccio al rap, in passato si parlava di voi in maniera contrastante: c’era chi vi definiva un gruppo d’intrattenimento, chi un gruppo orientato verso il pop, chi un gruppo clubbin, chi addirittura una formazione di chiara matrice gangsta…

Q.: Appunto: hanno provato a definirci in tutti i modi perché in Italia mancano le basi per capire la nostra musica. La cosa che mi dà più fastidio, di queste etichette, è che la gente finisce per giudicarci a priori, e magari il redattore che ci recensisce commenta negativamente il fatto che nel disco ci siano pezzi di contenuto solo perché li sente in contrasto con la nostra immagine. È capitato che una mia rima fosse bollata come “retorica”: senza voler essere polemico, come si fa a classificare come retorica una rima presa da un pezzo introspettivo e personale? Quando uno esprime quello che sente non va tanto per il sottile, se trova una frase che rappresenta bene il concetto che ha in mente, beh, la scrive e basta, anche correndo il rischio di sembrare banale.

S.: Quelli che guardano con disprezzo il nostro modo di essere non capiscono che noi vogliamo essere così come ci vedono: per me il rap è questo, che vi piaccia o meno. Amiamo raccontare tutte le sfumature della nostra vita. Proprio per questo il nostro album è così vario; e poi, visto che è passato moltissimo tempo dal nostro ultimo lavoro ufficiale e l’ultima generazione di b-boy non ci conosce ancora bene, abbiamo voluto dare una panoramica totale delle nostre capacità, includendo tutte le atmosfere che ci piacevano. E lo abbiamo fatto in modo diretto, comprensibile, in modo che chiunque, all’interno o all’esterno della scena, capisca di cosa stiamo parlando.

Q.: Tra parentesi, per chi ancora non l’avesse capito, chiariamo che noi ci sentiamo legatissimi alla cultura hip hop e non vogliamo svenderla in nessun modo, nonostante quello che si dice. Il fatto che viviamo per l’hip hop è implicito, siamo cresciuti con lui: siamo fieri di appartenervi, rispettiamo tutte e quattro le discipline e tutti quelli che le portano avanti. Anzi, ti dirò di più: siamo contenti che esistano così tanti tipi di rap e altrettanti diversi generi di mc, totalmente diversi da noi e dal nostro modo di fare musica. È così che si crea una scena completa, se solo ci fosse più rispetto reciproco tra le varie correnti.

D.: A furia di etichettarci, le persone si stanno perdendo qualcosa. Forse è il caso che ci ascoltiate a fondo, prima di farvi un’opinione. Noi sentiamo questo disco come profondamente nostro, sappiatelo.

B.: Sempre parlando di opinioni correnti, molti vi accusano di avere un’attitudine un po’ troppo americana nell’approccio al rap. Cosa rispondereste a queste persone?

Q.: Che hanno ragione, e che siamo felici che si senta. È un altro tributo che paghiamo alla cultura hip hop: è nata negli States ed è giusto che il rap impariamo a farlo dagli americani.

D.: Chiaramente ognuno può fare quello che vuole, ma le fondamenta sono quelle e sarebbe stupido negarlo.

S.: In Italia troppi imparano a rappare imitando gli mc di qua: che senso ha, quando in America esiste un Nas che spacca il culo a tutti noi? Non è forse meglio cercare di rapportarci a lui, invece che chiuderci nel nostro guscio?

Q.: Per non parlare delle sonorità: a furia di prendere esempio solo dagli italiani, da queste parti quasi nessuno propone sound realmente freschi. È uno dei motivi per cui siamo così felici di lavorare con Alfredo: riesce sempre a tirare fuori qualcosa di nuovo per il panorama italiano, ma che contemporaneamente dà un senso di continuità con quello statunitense.

B.: Passando ai brani dell’album, alcuni pezzi sembrano particolarmente adatti ad essere inseriti nella programmazione quotidiana delle grosse radio. Li avete pensati apposta per raggiungere un pubblico più ampio o sono venuti fuori così?

S.: Perché in Italia tutti demonizzano la radio? Far conoscere la propria musica alla gente è un sogno normale e legittimo, per chi suona: se un mio pezzo dovesse entrare in rotazione, stapperei lo champagne e in questo non ci vedo niente di strano, soprattutto considerando che nella vita faccio l’operaio…

D.: E comunque a noi questo disco piace tutto, non l’abbiamo costruito a tavolino e non ci interessa se e cosa le radio passeranno. Resta il fatto, però, che la gente dovrebbe essere felice di sentirci in rotazione a livello nazionale: vorrebbe dire che il pubblico è interessato a questo tipo di musica e che presto sui grandi network ci sarà spazio anche per qualcun altro.

Q.: Già. Il rap, in Italia, per l’ascoltatore medio è rappresentato da gente che noi della scena non consideriamo neanche rapper: perché i b-boy dovrebbero indispettirsi se i DDP, che comunque sono genuinamente in questo viaggio, dovessero portare avanti la bandiera del rap italiano? E comunque, molti si scordano che il rap è musica e che musicale non vuol dire commerciale. Prova ad ascoltare Life after death di Biggie: è musicale come pochi sanno esserlo, e allo stesso tempo, a livello di rap, è… perfetto (questo lo dicono tutti in coro, ndr).

B.: A quali pezzi vi sentite più vicini?

S.: A tutti.

D.: Idem.

Q.: Detto così sembra banale, ma per quanto mi riguarda, anche se come gli altri amo ogni singola traccia di quest’album, mi sento molto legato al mio pezzo solista: l’ho scritto mentre mi trovavo in una situazione abbastanza difficile e mi ha aiutato ad esorcizzare la questione. Ogni volta che lo riascolto mi rendo conto che sono riuscito a superare un momento pessimo solo intrappolandolo in quelle strofe.

B.: Siete sotto contratto con un’etichetta di formazione relativamente recente, Minoia Records. Come vi trovate a lavorare con una struttura così “nuova”? Che differenza c’è, per voi, ad essere sotto etichetta piuttosto che autoprodotti?

S.: In realtà, Minoia non è stata la prima a proporci un contratto: quando eravamo a metà lavorazione abbiamo ricevuto diverse altre offerte, ma la nostra attuale etichetta ci ha convinto in pieno fin dal momento in cui il nostro amico Bosca ce ne ha parlato. È vero, per ora è una piccola realtà, ma la sua forza è che il suo team vuole muoversi in maniera completamente differente, rispetto alle altre label di questo tipo. L’idea è di prendere pochi artisti, investire su di loro e spingerli il meglio possibile, allargando il raggio della promozione anche al di fuori della scena hip hop. E poi, forse anche perché la struttura è formata da persone che si occupano di discografia da poco, c’è un continuo scambio di opinioni e progetti e sentiamo che il nostro parere ha davvero un valore.

D.: Obbiettivamente, con questo disco noi ripartiamo quasi come esordienti, nel senso che sia noi che il pubblico siamo cambiati moltissimo dai tempi di Strada e abbiamo l’esigenza di farci conoscere per quello che siamo diventati; abbiamo pensato che un’etichetta come Minoia fosse la via migliore da percorrere.

Q.: Effettivamente è strano pensare che tutti i nostri maggiori lavori sono usciti sotto etichetta: chissà, forse è successo per caso, o forse siamo bravi e ce lo meritiamo… Sarà il tempo a dircelo. Meglio di così, comunque, non poteva andare; anche perché a Minoia sapevano perfettamente che a livello di immagine tra i b-boy non saremmo stati un gruppo facile, e hanno deciso comunque di puntare su di noi.

B.: Siete tra i pochi gruppi ad essere resistiti indenni dall’ondata della seconda metà dei ’90 ad ora. Dovendo fare un bilancio, come giudicate il vostro percorso?

S.: Un percorso ottimo. È chiaro che tra noi la cosa funziona soprattutto perché, prima ancora di essere un gruppo, siamo tre amici che si conoscono da quindici anni, sono cresciuti insieme e che ancora adesso escono insieme la sera. Non potrei mai pensare di non frequentare più i miei soci, qualsiasi cosa succeda. Finché farò musica, la voglio fare con loro; spero che nei dischi si noti l’amicizia che ci lega. In realtà, è anche uno dei motivi per cui i testi dei DDP sono così particolari: tendiamo a lasciare i nostri drammi personali fuori dai nostri pezzi e magari parliamo di come li sfoghiamo, questi drammi, ovvero attraverso un’uscita tra amici, quattro risate, una ragazza con cui fare un po’ gli scemi… Certe cose preferiamo condividerle con chi ci sta davvero vicino, senza esporle ai quattro venti in una strofa.

D.: Non vogliamo fare quel tipo di musica che ti butta giù quando la ascolti: puntiamo a trasmettere sensazioni positive e, quando c’è un problema, ad affrontarlo per conto nostro, magari appoggiandoci agli altri del gruppo, ma senza caricarlo sulle spalle del nostro pubblico.

Q.: Personalmente e musicalmente, siamo ognuno la forza dell’altro. E siamo veri. È questo l’unico vero motivo di sopravvivenza dei DDP.

B.: Quagliano, in questo periodo stai preparando un progetto un po’ particolare, parallelo ai DDP. Puoi anticiparci qualcosa? E, considerati i tuoi nuovi impegni, cosa c’è nel futuro dei DDP?

Q.: Il progetto, dal nome 0131, è costituito da me e Alessandro Cattelan: si tratta di un lavoro che si inquadra sempre in ambito hip hop, ma dalle atmosfere più soft rispetto a quello che faccio in genere coi DDP, e sarà molto influenzato dall’RnB. Uscirà tra settembre e ottobre, sempre per Minoia: stiamo già lavorando al video e abbiamo preso contatti con varie radio. Insomma, le aspettative sono abbastanza alte, stiamo tutti incrociando le dita… I pezzi sono molto curati: abbiamo lavorato sia con musicisti in senso classico, sia con produttori hip hop- RnB come Bosca o Souldavid, e abbiamo dato al sound un tipo d’impronta che possa farci apprezzare dal grande pubblico come dalla scena rap. La speranza è che si apra uno spiraglio per un genere inflazionato in America, ma quasi per niente presente in Italia, anche all’interno della scena stessa.

S.: Per quanto riguarda i DDP, non ci saranno comunque pause: siamo rimasti fermi fin troppo. Verso novembre uscirà una sorta di tape, che vuole essere più che altro un assaggio di quella che sarà la nostra direzione futura: i pezzi sono già pronti, dobbiamo solo definire la forma del prodotto. Dopodiché, si pensa al nuovo album tutti insieme.

D.: La cosa bella è che un tempo preparavamo pezzi in funzione di noi stessi, mentre ora ci lavoriamo avendo in mente il nuovo disco. È molto gratificante e non sprecheremo questa opportunità.

Related Posts

Powered by Calculate Your BMI