Intervista ai Corveleno

by • 13/06/2005 • IntervisteComments (1)901

Ci sono persone che, pur conoscendole da anni, continuano ad apparirti estranee. Altre invece riescono subito a metterti a tuo agio ed a coinvolgerti nel loro mondo, senza troppi filtri.

Ammetto che questo passaggio sembra piuttosto retorico, mea culpa, ma è la sensazione che ho avvertito durante quest’intervista con i Cor Veleno. Che poi di intervista neppure si tratta.

Prendetelo come il resoconto di una chiacchierata, spaziando a 360° tra ricordi e considerazioni attuali, senza un filo conduttore. A nudo, senza sorrisi di facciata o risposte insipide, con la piena consapevolezza delle proprie parole.

Darkeemo:Voi siete in giro da oltre un decennio, leggo sulla vostra biografia che il nome Cor Veleno ha iniziato a girare nel ’93…

Corveleno:(Grandi) Eravamo pischelli, quando abbiamo cominciato, ed è iniziato tutto come una passione nostra, tutta nostra, senza pensare ad etichette o cazzate varie…

(Primo) E’ stata una cosa inconscia, capisci? Io non è che avessi deciso di ascoltare il rap, mi è capitato di sentirlo ed è stato un effetto come…come un flash, tipo.

(Grandi) Ti ha shoccato!

(Primo) La cosa più assurda, se ci penso adesso, è che non ho mai pensato “un giorno diventerò un rapper”, anzi, credevo non avrei mai scritto un testo. Ascoltavo e mi dicevo “Ma cos’è ‘sta roba? Che fanno?”, e pur non capendola a pieno sentivo che mi dava un trasporto particolare. Il ’93 è la data ufficiale in cui io e Grandi abbiamo formato i Cor Veleno, in realtà io mi sono avvicinato all’hip hop nell’89/90, quando lui era già in contatto con quel mondo ed è stato proprio lui ad ”iniziarmi” a questa storia.

(Grandi) E’ una cosa che ci ha accompagnato parecchio nella nostra crescita. Per una cosa o per l’altra ci siamo trovati tutti e tre ad essere colpiti da questa cosa nell’età tra gli 8 e 12 anni, ed è stata una fortuna, perché in questo modo abbiamo avuto anche parecchio tempo per metabolizzarla: se te la porti appresso da quando sei così giovane inizi a sentirla come una seconda pelle…o forse addirittura come la prima!

(Primo) Io l’ho conosciuto nel ’89, e lui già scriveva i primi testi, in italiano ed inglese. All’inizio ero il suo dj, perché lui già aveva i pezzi pronti ed io non sapevo che cazzo fare!! All’epoca non avevamo ancora i nomi d’arte, non sapevamo neppure cosa fossero…se già eri nell’ottica della cultura, non so, come Ice One ad esempio, e magari avevi visto “Wildstyle” o “Beat Street”, allora conoscevi questa storia dello street-name; io ho conosciuto il rap con Radio Deejay, quindi da una posizione esterna alla cultura, e non ne sapevo davvero nulla.

(Grandi) Quando si era proprio agli inizi, i primi pionieri sono stati influenzati anche da alcuni ragazzi per lo più parigini…ti prendevano da parte, ti dicevano “Vieni con noi, andiamo a taggare, andiamo a riempire tutta Roma”

(Primo) E’ vero, tu facevi anche tag e i graffiti, che bomba…Vedi, io ero troppo piccolo per conoscere realtà come “Beat Street”, di conseguenza l’hip hop non sapevo neppure cosa fosse. L’ho conosciuto come musica, il resto è venuto da sé…

(Squarta) Io il primo disco che ho comprato è stato Bigger and Deffer di Ll Cool J, 1987

(Primo) Il primo album è stato “Three Feet High And Rising”, il primo mix invece “Jack the Ripper” con “Going Back To Cali” sul lato A…

(Grandi) C’è anche da dire che all’epoca i dischi avevano avuto una vita sicuramente più lunga rispetto a quella attuale. Dischi come quelli di Run Dmc e Public Enemy andavano avanti per intere stagioni, la situazione non era certo come quella attuale, prima ogni cosa che arrivava era “succhiata”, per così dire.

(Primo) Era proprio difficile reperire fisicamente il materiale, non esistevano negozi specializzati, l’unico a muoversi in quel senso a Roma era Goody Music. Adesso è sicuramente più semplice.

(Grandi) Più figo, anche.

(Primo) No, più figo no…più facile, più comodo, più agevole, tutto qui. Poi ognuno se la vive come crede, nel senso, se uno capisce che Internet non basta per riuscire a fare un disco, per conoscere bene le persone, per esplorare al meglio le situazioni, per conoscere a fondo le sue sensazioni, e deciderà comunque di viversela in maniera così superficiale, è una scelta sua.

D.:E poi il discorso è andato evolvendosi…

C.:(Primo) In quel periodo in realtà non abbiamo mai avuto la testa per pensare di intraprendere una carriera artistica. Quando poi abbiamo cominciato, abbiamo realizzato che quella in realtà era la nostra strada. Abbiamo iniziato a scrivere i primi pezzi, ma fare un disco sembrava un discorso ancora fuori portata, io non ero convinto di esserne in grado, la vedevo come una cosa troppo impegnativa, sapevo che apparteneva ad un meccanismo che andava oltre il semplice divertimento del fare le canzoni. Nel momento in cui intendi realizzare un disco, subentrano una serie di responsabilità.

(Grandi) Poi in quel periodo era parecchio in voga il fatto delle crew, non particolarmente grandi, ognuno voleva tirare in piedi la sua coinvolgendo le persone che preferiva. Ed era un discorso trasversale, che andava dal rap al writing fino alla break…Con questo “cane” delle crew che mi hanno messo addosso è stato naturale entrare nel gioco, ho proposto a David di fare qualcosa, di buttarci dentro, di formare il nostro gruppo, perché è bello quel passaggio che c’è tra l’appartenenza ad una crew e l’appartenenza a quello che sei, riconoscerti in una crew ed al contempo riconoscerti in quello che sei dentro. E quella è stata la scintilla da cui è iniziato tutto.

(Primo) Da lì abbiamo iniziato soprattutto con i live, era tutto ciò che c’era, non si pensava ad avere uno studio di registrazione, io non sapevo neppure cosa cazzo fosse! Noi rappavamo su strumentali americane, fino a quando non abbiamo incontrato Squarta non abbiamo mai avuto una base per noi, anche a causa di limiti nostri: io ad esempio non mi sono mai impegnato ad imparare l’uso dei macchinari, per assurdo lo sto facendo adesso, tra l’altro in maniera pietosa. Così si andava ai concerti ed alle jam nei centri sociali dove di fatto c’era soltanto microfono aperto, perché i gruppi dell’epoca non avevano uno show, una scaletta ben definita…era una situazione davvero “abbestia”, tu andavi lì trainato dalla corrente, era una cosa nuova, ti veniva il cazzo duro e non sapevi il perché…e tra l’altro eri più contento perché così trombavi meglio! In seguito abbiamo iniziato rapporti lavorativi con Ice One, che però non sono mai andati in porto perché i tempi non coincidevano. Ci siamo trovati nella situazione di non avere mai la sicurezza per metterci a fare un disco, a partire dalla nostra voglia di farlo fino ai mezzi per poterlo realizzare. Finché alla fine non c’è stata una proposta seria da parte di Ibbanez, lui aveva un’etichetta indipendente, quella Envy Records che poi ha stampato “Sotto Assedio”; ci ha messo a disposizione i soldi per stampare il vinile in 500 copie e lo studio di registrazione. Così abbiamo iniziato a registrare le prime canzoni in studio da Squarta, “Sotto Assedio” è andato bene, da lì le cose sono andate in crescita, i rapporti tra di noi si sono ulteriormente rafforzati ed anche il lavoro è divenuto tale nel pieno senso del termine. Abbiamo sempre voluto infatti smentire questa voce, che abbiamo sentito in giro sin dai nostri inizi: ci dicevano che “Col rap in Italia non ci puoi campare”, “Col rap in Italia non puoi lavorarci”; io ho sempre creduto che invece fosse possibile, facendo le cose tue, però, senza snaturare la tua musica, ed è questa la cosa figa del rap, esiste una formula per mantenerlo TUO: se sei sicuro del tuo carattere, quando scrivi metti in gioco te stesso e non perdi tempo dietro stronzate; e nel momento in cui il risultato è una cosa talmente forte da permettere ad un’altra persona di identificarsi in quello che hai scritto, il cerchio si chiu
de. E’ perfetto, è una cosa musicale, non soltanto legata al discorso della cultura, delle discipline…quelle sono cose formali, questo è un discorso di cuore. E’ il bello di questa roba, se tu hai uno stimolo, una sofferenza che ti impone di scrivere, il rap è un mezzo “facile” per poterlo fare, senza dover studiare al conservatorio, ad esempio. Io sono cresciuto con Public Enemy e Run Dmc, ho sviluppato una determinata attitudine che non posso cambiare, se mi sforzassi di modificarla non saprei davvero cosa scrivere. Quindi cerco di imporre la mia attitudine musicale sapendo che è all’opposto di quella del paese in cui vivo, però mi permette di riprendermi dalle cose che non mi vanno bene, mi gratifica così tanto che per me è una scelta obbligata. Se riesco a farla passare a qualcun altro tanto meglio.

D.:Questa componente più intima, questo desiderio di trattare anche aspetti più “nascosti” delle vostre vicende emerge con forza anche dai vostri dischi, del resto.

C.:(Primo) Il rap è così, anzi, la musica è così. Quando ti accorgi che ti consente di metterti a nudo, e che quando ti metti a nudo stai bene con te stesso perché sei libero di sviscerare quelle cose che non ammetti neppure davanti allo specchio ma chissà perché la musica te le tira fuori, il genere musicale non esiste più, non è più discorso di rap o quant’altro…è una specie di miracolo. Quando ti accorgi di questa cosa non hai più paura di metterti a nudo ed emerge il tuo lato più nascosto, perché ormai è diventata la tua unica via di salvezza personale, ed allo stesso tempo è una cosa talmente intima che ha un prezzo da pagare, a volte sono cose talmente profonde che non vorrei che la gente le sapesse, però le devo scrivere, se no mi ammazzo. E’ un discorso personale, potrà apparire estremo, ma per me è così.

(Squarta) Ci arrivi dopo però a metterti così a nudo, è impossibile riuscire subito ad arrivare così in profondità attraverso la scrittura.

(Primo) E’ un esercizio continuo, il tempo ti permette di valutare la differenza. Tracce di Heavy Metal come “Kamikaze”, “Fenomeni” o “Un Mestiere Qualunque” sono come resoconti di un cronista, perché ho visto intorno a me una serie di cose che mi hanno lasciato un segno ed ho avuto l’esigenza di esternarle raccontandole, ovviamente aggiungendoci anche qualcosa di personale; avverto una forte differenza rispetto a Bomboclat, scrivendo i testi di quest’ultimo lavoro sono stato proprio male fisicamente, visto che si trattava di cose esclusivamente mie. E’ stata una tappa successiva nel mio percorso interiore: inizialmente ti trovi a raccontare storie da cronista, che dunque non hai vissuto in prima persona, anche per evitare di metterti in gioco fino in fondo; quando poi subentra l’esigenza di dare voce a quei sentimenti che ti stanno distruggendo, ti rendi conto del cambiamento che è avvenuto.

(Squarta) E’ la stessa cosa che succede a me con le basi, seppur ovviamente secondo un percorso diverso. Quando ero più pischello, nel momento in cui sentivo un campione che mi piaceva lo prendevo; ora invece ho bisogno di un’idea che stia alla base del mio lavoro, e scelgo i campioni che a quest’idea si adattano meglio.

D.:E nel momento in cui voi affrontate la musica con quest’approccio, non c’è la paura di non essere capiti, il timore che chi si avvicinerà alle vostre canzoni possa travisarne il significato?

C.:(All’unisono) E ‘sticazzi!

(Primo) E’ come dire: tu la pensi così? Io la vedo in un altro modo, siamo agli opposti, possiamo parlarne quanto ne vuoi e cercare un punto d’unione, però tu devi permettermi di fare le mie cose; io non sono nessuno, non ho alcuna pretesa di indicare la retta via o dire cos’è meglio da fare…non le ho neppure per me queste certezze, come posso pensare di averle per gli altri?

(Squarta) In realtà quello che facciamo ci piace così tanto che il modo in cui viene recepito dagli altri diviene quasi un aspetto secondario; la nostra musica è innanzitutto un’esigenza primaria e personale.

(Primo) Ad un certo punto la vita ti porta a pensare che se tu non mi capisci, io probabilmente non capisco te, forse siamo incompatibili, ma ciò non significa che non possiamo cercare un punto di comunicazione: ed è qui che entra in gioco la musica, ti fornisce il beneficio del dubbio, ti permette di pensare che una comprensione reciproca non è impossibile. Quando sei esposto con la musica sei molto più esposto al giudizio altrui, qualunque cosa farai sarà giusta per qualcuno, sbagliata per altri…è una realtà con cui devi fare i conti.

(Grandi) E’ fondamentale non avere mai paura, mai, di raccontare quello che vuoi, chi sei, da dove vieni. Altrimenti ci sarebbe solo una musica fatta di tabù: e i tabù non portano da nessuna parte, ti spingono solo ad essere più chiuso di prima. Bisogna andare oltre qualsiasi tabù, non soltanto di ordine culturale o morale, bensì superare quei tabù che a volte ci costruiamo da noi…andare oltre quello che vedi, che siano persone, eventi, circostanze, non fermarsi al primo impatto.

D.:Io vi ho visti live in diverse occasioni; quello che ogni volta mi colpisce è il fatto che viviate i vostri concerti soprattutto da un punto di vista “fisico”.

C.:(Primo) Io personalmente vivo due fasi della musica: quella di scrittura già riesce a darmi delle sensazioni fisiche, però so che è solo con la seconda fase, quella del live, che queste sensazioni diventano realmente “conclamate”.

(Squarta) Ti rispondo con una domanda: come puoi non portare su un piano fisico un emozione interiore così forte? Non è possibile. Se scrivi, registri e componi mettendo in gioco te stesso, però sul palco sei un legno, c’è qualcosa che non torna. Se la vivi in maniera intima, anche live deve emergere questo aspetto.

(Primo) Non è una cosa di cui ti accorgi subito, però nel momento in cui lo realizzi ti rendi conto che quello non è il tuo habitat…

(Grandi) …o forse fai qualcosa che non tocca tue corde, il che è ancora più triste.

(Primo) Tutti devono avere la libertà di provarci, se uno ha lo stimolo di scrivere determinate cose è giusto che provi a portarle anche su un palco, però non puoi mentire a te stesso. Puoi anche dirti che lo farai per tutta la vita, ma davanti allo specchio sai che quella non è la tua strada.

D.:Negli ultimi mesi avete girato l’Italia, dal Veneto alla Sicilia…come siete stati accolti?

C.:(Grandi) L’Italia l’abbiamo fatta praticamente tutta…e non è mai abbastanza! Se avete in mente di organizzare qualcosa, le tigri sono sempre pronte, cazzo! C’è un’atmosfera particolare nel nostro Paese, in questo momento: per la prima volta avverto che la gente partecipa ai nostri live al di là del concetto “tecnico” di scena; sento che le persone, da dovunque arrivino, vengono con il cuore, con la passione per quello che facciamo. Nonostante siano diversi anni che giriamo per l’Italia, è la prima volta che mi rendo conto dell’esistenza di un approccio diverso: la gente ha voglia di sentire, di capire, di confrontarsi con qualcosa di diverso che magari non conosce. Ora esiste una recettività che prima non c’era. Abbiamo trovato l’affetto della gente anche nelle situazioni più “estreme”, più piccole, però di grande impatto, magari da parte di quella gente che in provincia ascolta questa roba da anni. La gente sta iniziando ad acquisire l’hip hop come cultura propria, al di là degli schemi o delle strutture tradizionali, senza pensare “sarò hip hop o meno?”, in maniera più libera e personale

Prima sembrava di essere in un collettivo di dogmi, una sorta di Consiglio Jedi, dove se non aderivi ad un insieme di norme venivi escluso; portare avanti l’essenza dell’hip hop è sicuramente una cosa rispettabile che costituirà sempre la colonna vertebrale di questa cultura, però c’è anche bisogno di linfa vitale nuova, di un ricambio che possa consentire al circolo di rimettersi in moto, di forze fresc
he desiderose di capire come funzionino le cose.

D.:Ho visto che suonerete anche in Germania, allo Splash Festival, come avete avuto quest’opportunità?

C.:(Primo) Quest’invito è una delle tante cose inaspettate successe dopo l’uscita di Bomboclat! Noi stiamo spingendo all’inverosimile perché vediamo che alla gente piace questo nostro modo molto personale di raccontare le cose, abbiamo ottenuto consensi da un pubblico ampio e trasversale e ciò non può che farci piacere. Saremo gli unici italiani a suonare in questo Festival, la cosa ci rende orgogliosi, vedremo cosa succede; noi vedremo di fare un buon live, so che c’è un palco molto grosso quindi io mi divertirò un sacco.

(Grandi) Un sacco di gente da Roma e dal sud Italia si sta già organizzando per venire, sarà il 5 agosto, se non avete progetti particolari per le vacanze noi vi aspettiamo! Che dire, è bello vedere che in una manifestazione europea di questo livello siano aperti alle realtà nuove, è sicuramente molto gratificante.

D.:“Bomboclat”, per stessa ammissione di Primo, non era neppure previsto, giusto?

C.:(Primo) Noi inizialmente pensavamo di andare avanti con un altro disco dei Cor Veleno, sembrava una cosa quasi scontata. Il fatto è che mi sono trovato a scrivere in una maniera diversa, stavo scrivendo per dire “bomboclat” a certi spettri che mi stavano veramente rompendo il cazzo; nello stesso momento sentivo che Squarta stava producendo delle basi che mi piacevano un sacco, così ho iniziato a lavorare su quelle. Non c’era l’idea di un disco, era un “work in progress”…

(Grandi) …o come si dice a Roma, “cotto e magnato”!

D.:E non è paradossale il fatto che un disco che di fatto non avrebbe dovuto esserci, vi stia dando queste soddisfazioni?

C.:(Primo) E’ stato paradossale sin dalla prima volta che l’ho ascoltato per intero, eravamo nel periodo di Natale; ho pensato che per realizzare Heavy Metal avevamo impiegato tra gli 8 e i 9 mesi, mentre di Bomboclat fino a tre mesi prima ancora non c’era traccia, mi sono ricordato che a settembre io stavo scrivendo su basi casuali, non avevo chiuso neppure un pezzo e non avevo in mente un cazzo di un ipotetico disco; mi rendevo conto però che sotto il culo avevamo una cosa diversa da Heavy Metal, anche nei pezzi che abbiamo concepito insieme a Grandi, c’era un grado d’intimità molto più elevato. Io infatti Bomboclat non riesco neppure ad ascoltarlo, lo odio, non lo voglio sentire, quei testi mi fanno veramente male. La cosa che mi ha colpito di più comunque è stata la musica: non c’era stata una ricerca a livello di arrangiamento, di cambi all’interno dei pezzi, di cura tecnica dei particolari; in un secondo momento mi sono accorto che questa ricerca non c’era stata a livello conscio, ma era avvenuta invece in maniera inconsapevole, io e Squarta non ci siamo neppure accorti di aver curato certi dettagli, altrimenti non avremmo chiuso il lavoro in tre mesi: questa cosa è venuta fuori da sé, e lì ho capito che questa è la strada che dobbiamo seguire. Io e Grandi dobbiamo scrivere le nostre cose pagandone il prezzo, Squarta deve fare la musica che gli piace…dobbiamo portare avanti quello che vogliamo fare. Se dovessimo accontentarci di fare quello che piace a mille b.boys integralisti italiani non soddisferei le mie esigenze, sinceramente sono abbastanza egoista da fottermene; a me piace la gente che viene ai nostri concerti e salta sotto il palco, mi stanno sul cazzo quelli che mi fanno i conti in tasca o vengono a chiedermi perché ho fatto questo o quello, tu devi dirmi se è bello o brutto, non devi chiedermi il perché, quelli sono cazzi miei!E’ una cosa che non identifico con il b-boy, perché non fa parte dell’hip hop, è una caratteristica che appartiene all’utenza, al pubblico in generale; l’hater non appartiene al rap, è una figura che fa parte della società. Io voglio portare a compimento la musica per come piace a me; se poi viene apprezzata anche dagli altri, mi levo il cappello e sono contento ancora di più. Non posso accontentare tutti, non voglio accontentare tutti, altrimenti non ci sarebbe neppure confronto!

D.:E proprio ricollegandoci a quest’ambito, si è fatto ultimamente un gran chiacchierare intorno alla vostra collaborazione con Lorenzo Jovanotti…

C.:(Primo) Io ho conosciuto Lorenzo nel 1989 davanti al Teatro delle Vittorie, a Roma, dove lui conduceva “Fantastico” insieme a Pippo Baudo. Sono sempre stato un suo gran fan, sin dall’infanzia, dato che ho conosciuto il rap grazie a lui; ho tutti i suoi dischi, ai tempi gli facevo “le poste” sotto casa per chiedergli gli autografi. E non mi vergogno certo a dirlo. Poi mi sono messo in testa di conoscere Lorenzo come persona, perché in quel nostro primo incontro mi aveva lasciato una bella sensazione, era un ragazzo con cui potevi parlare tranquillamente ed in più era il mio “punto di contatto” con il rap, una realtà che, ripeto, ho scoperto per merito suo. Con gli anni ho continuato a seguirlo; nel frattempo noi tre abbiamo iniziato a fare le nostre storie e a mandargli i nostri dischi, perché siamo rimasti sempre in contatto. “Heavy Metal” gli è piaciuto in molto e ci ha chiamato per proporci di andare in studio da lui durante la lavorazione del suo nuovo album, per provare a combinare qualcosa insieme. Inizialmente abbiamo fatto un po’ di pezzi, live session, esperimenti di vario genere. In seguito siamo rimasti per un periodo senza sentirci e non abbiamo saputo più nulla; quando l’ho rivisto mi ha detto che avrebbe inserito questo pezzo nel disco perché gli era piaciuto particolarmente. Tutto qui; il nostro è un rapporto che quindi dura da anni, ben prima di questa collaborazione: io considero Lorenzo un amico. Non credo di dover dare nessuna spiegazione, esiste una stima reciproca che abbiamo voluto concretizzare.

D.:Cambiando invece discorso, ho letto sul vostro blog che a gennaio avete suonato nel carcere di Rebibbia. Com’è stato confrontarsi con un contesto così “particolare”?

C.:(Primo) Innanzitutto, come anticipazione posso dirti che lo rifaremo, stavolta però nel carcere femminile. Purtroppo non è ancora stata fissata una data, l’iter burocratico per l’organizzazione di queste cose è molto complesso, come puoi immaginare. Siamo stati coinvolti in quest’iniziativa da Amir…

(Grandi)…che era in contatto con Adamo, un ragazzo del mio quartiere che fa animazione tra i detenuti. Probabilmente ripeteremo l’iniziativa a Regina Coeli, purtroppo ci sono dei problemi a livello organizzativo, ed è un peccato perché dentro il carcere c’è una voglia matta da parte di gente che in molti casi non ha nulla da spartire con i criminali.

(Primo) C’è chi sta in carcere per uno spinello, c’è chi per uno spinello è in regime di carcere duro e per uno spinello si ritrova i cazzi nel culo. Tu come ne esci dal carcere? Cerca di reintegrarmi nella società, se ci riesci, dopo che l’ho preso nel culo perché mi sono fumato uno spinello. Non voglio farla così semplice, voglio solo farti capire come la penso, è una cosa assurda. E potrebbe succedere a me così come a te…non esiste!

(Grandi) E’ una situazione un po’ problematica, non è come organizzare una data dentro un locale, da parte nostra c’è la massima disponibilità ad esporci in prima persona, purtroppo a livello istituzionale troviamo una serie continua di blocchi, di impedimenti. Ma noi continuiamo, perché ci interessa, purtroppo la realtà delle carceri italiane non è per nulla semplice. Quella di gennaio è stata una bella esperienza, ci ha dato la possibilità di conoscere tante persone differenti, dall’innocente presunto o probabile al colpevole, che magari rivendica i suoi sbagli. E’ stato difficile andare via, perché abbiamo dovuto realizzare il distacco: noi tornavamo a casa, alle nostre case, mentre loro restavano là dentro. E i detenuti semplici non vengono trattati come se fosse un albergo, come qualcuno vorrebbe far credere.

D
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:Una domanda invece “tecnica” per Primo: nei tuoi dischi l’aspetto che emerge di primo acchito è l’evoluzione nell’utilizzo della voce…

C.:(Primo) E’ un discorso di approccio, vedi, mi sono accorto che per me il rap non era utilizzare la voce “parlata” su una base musicale ma si trattava di un modo diverso di cantare: non è una differenza da poco. Quando ho visto che potevo applicare determinati aspetti del canto alla metrica del rap mi si è aperto un mondo: per esempio ho scoperto che mi piace un sacco intonarmi ai suoni della base e cantarci sopra, è una tecnica che mi piace molto specie nei ritornelli perché fa molto “hook”. Il bello di affrontare l’aspetto musicale del rap è che ti consente di approcciarti alla forma della canzone in maniera diversa, molto più istintiva, molto più “semplice”, per certi aspetti: non devi seguire i canoni musicali della lezione di solfeggio, puoi cercare la tua formula per usare il linguaggio del rap secondo una tecnica più personale; è una cosa che in America fanno moltissimo, basti sentire, non so, i dischi di Everlast, che ti consentono di capire come certi accenti blues possano essere applicati ad una base rap. Io non ho nessuna scuola e neppure tanta cultura di questa roba di cui ti parlo, però preferisco che sia così perchè mi consente di essere più “vergine”, di evitare troppe pippe mentali sulle cose che ascolto. E’ bello ascoltare i dischi come i ragazzini, con quella stessa ingenuità; io scrivo in maniera ingenua, spesso neppure ricontrollo, per questo ciò che scrivo a volte non è comprensibile neppure a me, capita che non ricordi il motivo per cui ho scritto una data cosa in quel dato modo. Io mi faccio forza di quest’ingenuità, cerco di portare avanti le mie radici, la mia attitudine, senza snaturarla, però senza escludere tutto quello che mi passa addosso, anzi, cercando di utilizzare tutte le diverse esperienze musicali che vivo. Per questo non mi faccio problemi ad avvicinarmi ad altri generi: mi interessano come panorama musicale, tanto che ascolto più spesso musica che non sia rap, ultimamente. Ad esempio sto ascoltando molto pop, per capire con che cosa mi vado a scontrare: purtroppo tra pop e rap non può esserci un incontro, ci sarà per forza un contrasto, per questo i prodotti che ne vengono fuori sono Dj Francesco, pur con tutto il bene che gli voglio perché è un bravo ragazzo. Secondo me l’importante è mettersi a nudo di fronte alla musica, senza farsi troppe paranoie su cosa ci sia dietro, cercando di non evitare che esperienze musicali diverse si incontrano…non sai mai cosa ne possa uscire!

D.:E secondo te il rap deve necessariamente scendere a compromessi, per potere arrivare a tutti?

C.:(Primo) Il rap può arrivare alla gente con i discorsi personali e le esperienze soggettive di chi lo fa, a patto che siano genuine, nel senso che devono produrre, innanzitutto su di te che le scrivi, un effetto forte, che lascino un messaggio deciso a livello umano, a livello di carne e di sangue. Secondo me è una piccola chiave per potersi esprimere più liberamente e per riuscire a entrare in contatto con le persone visto che esiste una forte incomunicabilità: probabilmente se io e te non avessimo la scusa della musica per parlare, non ci capiremmo, non avremmo nulla in comune. E già il fatto che ora stiamo parlando ci fa essere un po’ più uniti e forse come individui ci capiamo meglio. E’ inutile che la gente si spaventi delle contaminazioni incontrollate, perché diventano incontrollabili quando tu non riesci a gestirle: se io decido di fare un pezzo coi Linea 77, o coi Subsonica, o con Jovanotti, sono consapevole delle cose che vado a portare; e se mi impediscono di esprimere queste cose allora dico “No, grazie”, semplicemente perché non saprei cosa scrivere, non riuscirei a scrivere una cosa non mia.

D.:Ho visto che siete aperti infatti anche a rapporti con gruppi non necessariamente hip hop: mi riferisco nello specifico alla vostra collaborazione con i Kitsch.

C.:(Grandi) Innanzitutto ne approfitto per segnalare il loro sito, www.kitsch1.it.. Vedi, noi dimostriamo la coerenza in quello che facciamo proprio in questo: lavoriamo con chi ci va, sia con un artista di fama internazione con Jovanotti, sia con i Kitsch, un gruppo di nostri ottimi amici. Noi e loro probabilmente siamo agli antipodi, però l’alchimia che si crea mentre siamo in sala prove, o durante i live, è davvero forte. Prima di tutto con loro abbiamo fatto dei live estemporanei, perché è capitato che ci trovassimo nello stesso posto; loro, che nonostante facessero tutt’altra musica conoscevano i nostri dischi, ci hanno invitato a suonare, convinti che sarebbe stata una bomba. E’ sempre bello suonare con qualcuno che ti stima; qualche anno fa era più difficile suonare con gente che magari veniva dal rock, dal metal o da altri generi, perché non riuscivi a proporgli qualcosa di diverso. Oggi c’è molta gente in gamba, come i Kitsch, che si approcciano a realtà a loro estranee come il rap

(Primo) Il rap spesso è stato visto da diversi musicisti con la puzza sotto il naso, come se fosse un non genere, privo di una storia, che si limita a rubare qua e là. Per questo mi si è aperto il cuore quando ho trovato gente diplomata al conservatorio che mi ha ringraziato perché gli ho portato il rap fatto a modo nostro. Io mi sento onorato, ogni volta che ho la possibilità di suonare con degli artisti, perché rispetto la musica e sento di avere dei limiti rispetto, chessò, ad un chitarrista…sono esperienze che penso mi possano arricchire e che cerco di sfruttare in un altro genere. Noi ci sentivamo agli antipodi rispetto a loro, ma è stato figo notare come anche gli stessi elementi dei Kitsch fossero tra loro completamente diversi: uno è un chitarrista metal, uno è batterista jazz, c’è un bassista classico, al cantante piacciono Kaos e i Cor Veleno…La musica ti permette anche di non essere coerente: io devo esserlo coi miei amici, con me stesso, coi miei genitori e la mia donna; con la musica voglio divertirmi, e se oggi mi va di fare un pezzo come “21 Tyson”, e domani uno come “Ciao Mamma”, lo faccio senza problemi, non me ne fotte un cazzo, giudicate se vi piacciono o meno i pezzi in sé, il perché gli ho scritti sono cazzi miei! Io uso la musica come cazzo mi pare, per i miei scopi, qualunque essi siano, non devo darne conto: se vi sta bene tanto meglio, se no ve ne andate a cagare.

D.:Ultimamente, specie sul vostro blog, siete stati oggetto di diverse polemiche, anche piuttosto pesanti, però non vi siete mai tirati indietro dal discuterne.

C.:(Primo) Noi ci esponiamo sempre in prima persona, consci delle responsabilità che ci prendiamo: ad esempio so che dovrò pagare il prezzo delle cose che ho detto in quest’intervista, è un fatto che metto in conto, so che ci sarà gente a cui non andranno bene, dato che ormai ti misurano anche le virgole in bocca. E’inutile che perdiate tempo ad analizzare le mie parole, io come voi posso dire anche dire delle cazzate, posso sbagliarmi o cadere in contraddizione. Se decido di mettermi in gioco è per farlo fino in fondo, cerco di farmi capire il più possibile visto che non sempre ci riesco con i dischi. Abbiamo voglia di entrare in contatto con chi è incuriosito dalle nostre cose, con chi vuole capire le cose che scriviamo, come la pensiamo, siamo ben disposti al dialogo, però entro certi limiti. In tutte le cose che facciamo ci mettiamo in gioco come persone, abbiamo imparato questa cosa negli anni, attraverso le diverse esperienze

(Grandi) Noi ci facciamo il culo per quello in cui crediamo, e non voglio sentire cazzate dal primo che passa…e nessuno lo vorrebbe, credo. Quando dedichi tempo ed energie al tuo lavoro, e il primo faggiano ti viene a dire “Ah ma io…”, cosa puoi rispondergli? Dai, levati, non puoi parlare sul serio!

(Primo) Comunque, a parte questo, come dice Grandi, vi giuro che vi vogliamo bene!

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