Intervista ai CDB

by • 05/12/2002 • IntervisteComments (0)522

Primavera inoltrata, oppure estate alle porte, chiamatela come volete… fatto sta che incontriamo Cush e Rido in una bella serata calda nel giardinetto esterno al “One Love”, il locale dove fino a questa primavera si svolgeva, ogni mercoledì, lo “Show Off” (ora il tutto è stato trasferito al “111” in via Farini, sempre al mercoledì, sempre a partire dalle 19.00). Il loro disco è in giro da maggio, appunto, e questa è stata un’ottima occasione per discutere del loro inizio, della loro continuazione, del loro presente… (Lip21++)

Mastro Filinus: Punto primo: ho bisogno di sapere da Rido perché tu fai Hip Hop. Voglio dire, hai una missione nella vita, oppure fai questa cosa per te stesso?

Rido: Io faccio questa roba per me stesso e per gli altri… però sono partito a farlo, concepirlo, viverlo in una zona di provincia, dove lo facevo più che altro per sprovincializzarmi. Perché solo il fatto di far parte di qualcosa di molto più grosso della realtà che vivi ti fa vedere in maniera diversa le cose che poi contano veramente, quindi il fatto di cimentarsi, di fare hip hop, di concepire testi, di cercare di portare avanti un’idea mi stimola molto in quel senso. Quindi io faccio hip hop non soltanto per me… anche perché altrimenti non avrebbe senso pubblicare dischi.

MF.: Quindi l’hip hop, il rap, serve per comunicare alle persone, per portare un messaggio…

R.: il discorso del messaggio, dei contenuti, è talmente multistrato che andrebbe approciato in maniera seria. Il fatto è che secondo me il rap ha una componente tecnica molto forte, una componente di egotrip, di esternazione di concetti personali molto, molto forte… poi ci sono delle cose che pensi, che credi siano concetti importanti, che vuoi comunicare agli altri: in quel caso hai un messaggio un po’ più complicato. Io sono partito ascoltando i Public Enemy, quindi ho un’idea di messaggio che va in quella direzione, quindi dal momento in cui io non ho delle idee molto forti da esprimere, ho degli altri testi.

MF.: Molte delle vostre canzoni sono chiaramente alla “gorilla”, ma ce ne sono altre dalle quali traspaiono degli spunti di riflessione nascosti in piccole parole, piccole frasi: sembra quasi che abbiate paura ad affrontare temi sociali o altre cose che vi interessano, penso a “Traffici”…

R.: Nei pezzi che ho scritto io si parla di me, di come vedo le cose, di come vedo la realtà, quindi in quel senso ho “esternato” dei concetti che ho. Sono però abbastanza deluso dalle situazioni in cui il rap diventa un semplice esternare dei concetti che già sono nell’aria. Mi spiego: se dico che B********* è un coglione, che magari è una figata, sicuramente è una cosa scontata da dire, banale e anche demagogica… io non voglio piacere alle persone per le cose che già sanno, voglio piacer loro per quello che ancora non sanno, per le cose che vedo io e che magari loro non vedono. Quindi il testo di “Traffici”, o ancora meglio quello di “Fuori meno dieci” derivano da questo mio concetto. “Fuori meno dieci” è la mia visione della città, di certi momenti della vita a Milano.

Reiser: Una cosa drammatica è riuscire a concentrare delle opinioni, dei concetti, quindi articolati abbastanza da spiegare il proprio pensiero in tre minuti, tre minuti e mezzo di canzone. Quindi forse a volte è meglio ripetere cose già note, prendendole come spunto di ulteriore riflessione, piuttosto che rischiare che le proprie parole vadano perdute.

Supa: Secondo me in tre minuti e trenta, in un pezzo, devi dire delle figate incredibili.E basta. Questo è il mio concetto. Diciamo che sono in linea di massima d’accordo con quanto detto da Rido sui contenuti, però i contenuti, sinceramente, valgono relativamente: quando faccio un pezzo voglio dire delle cose che a mio parere spaccano, e basta. Poi magari i contenuti ci sono anche in alcuni nostri pezzi, come dici tu magari “nascosti”, ma secondo me questa non è la mia missione, nel senso che io voglio fare delle cose che mi soddisfino perché io mi esalto proprio a rappare.

Re.: Negli anni ’70 avevamo tutta una serie di cantautori la cui caratteristica erano i testi impegnati… voi intendete fare una cosa simile, pur in una situazione dove l’influenza del rap americano è comunque forte, oppure pensate proprio di fare una roba senza avere il concetto di base di far “aprire gli occhi” e di far capire qualcosa alle persone che vi ascoltano.

S.: Diciamo, i cantautori italiani secondo me non c’entrano assolutamente nulla con quello che facciamo noi, è proprio un altro tipo di musica, di messaggio, anche politico. Quello che ti dico è che io voglio fare delle cose che mi piacciano, che mi soddisfino, che piacciano al mio pubblico, quindi voglio rimarcare sempre di più il nostro stile…

R.: Anche perché io credo che i cantautori degli anni ’70 abbiano fatto delle cose grandissime dal punto di vista di scrittura e di interpretazione del pezzo. Però gli anni ’70 sono finiti. Credo che l’hip hop ai giorni nostri debba cercare delle chiavi di comunicazine diverse. Il cercare di comunicare un concetto che tu hai ben chiaro in modo che si achiaro anche agli altri… non è semplice, è decisamente molto difficile. Però mi interessamolto che passino determinati punti chiave, che poi sono le macro-strutture della cosa. In ogni caso è una figata fare i testi che spaccano: in questo disco ci sono un po’ di punchlines e robe varie… se ne devono fare molto di più, tieni conto che per il momento attuale dell’hip hop italiano non è producente mettersi a fare tutti pezzi punchlines e basta, devi fare anche altro. Fai conto che “Musi” è un punto di partenza, non di arrivo, noi abbiamo un’idea di hip hop come un “divenire”, anche nel lavoro di team, Sano Biz, non ci concentriamo molto su quello che abbiamo già fatto quanto su quello che faremo.

Re.: Visto che stiamo parlando di Sano Business… voi siete tra i pochi in Italia che continuano a produrre anno dopo anno. Come vi ponete nei confronti di quelli che hanno mollato, per diverse ragioni? Vi sentite “migliori”, “più forti”, “vincenti” o comunque qualitativamente superiori come convinzione, come voglia di fare…

R.: Il discorso è che noi ci siamo rapportati abbastanza poco con gli altri su questo fattore, nel senso che a noi piace fare hip hop, siamo convinti che quello che stiamo facendo, la direzione che abbiamo preso sia quella giusta e quindi lo facciamo. Siamo infottati veramente tanto. A me piace l’hip hop, quindi non smetto di fare hip hop, lo cambio, lo giro, ma non smetto di farlo. Anche il giorno in cui smetterò di fare l’mc, perché quel giorno prima o poi arriverà, sarà comunque per me vivere l’hip hop in un’altra maniera. Io ci credo in ‘sta merda, e voglio fare ‘sta merda, e voglio far sapere agli altri che la sto facendo bene.

S.: Chi smette lo fa per scelta personale, però secondo me il nostro punto forte è quello di essere sempre andati d’accordo in tutto e per tutto da quando abbiamo iniziato, quindi gli stimoli che ci diamo a vicenda sono tantissimi.

R.: La nostra concezione dell’hip hop è vissuta come una questione che va aldilà dell’Italia, una questione che va aldilà del personale, è far parte di un movimento che è presente in tutto il mondo: per me è quello che mi ha fatto partire, che mi ha fatto iniziare a pensare “cazzo l’hip hop è una figata”… quando incontri altri ragazzi che fanno rap o fanno hip hop in generale, che vengono da altri paesi, con altre situazioni e tu capisci che comunque hai lo stesso background culturale non è una roba da poco secondo me, che va aldilà della musica, totalmente aldilà della musica.

Lippo: Quindi voi avete davvero così forte questo “senso di appartenenza” per l’hip hop come movimento?

R.: Sicuro, si.

Re.: Ve la sentite quindi di dire che nel momento in cui uno ascolta hip hop, a meno che non sia proprio un ricoglionito totale, è comunque molto più vicino a voi rispetto a qualcuno che, ad esempio, ascolta Gigi D’Agostino?

S.: E’ vicino a noi sicuramente in quel momento, in quell’ambito, perché se uno se la sente come ce la sentiamo noi, come penso se la senta molta altra gente in Italia, perlomeno quelli che ci stanno più vicino allora si. Poi possiamo anche andare d’accordo con chi ascolta Gigi D’Agostino però su altri aspetti della vita, in un ambito diverso dall’hip hop. Per me la vita non è l’hip hop, c’è la vita e c’è l’hip hop.

R.: Se vedi l’hip hop come un movimento culturale che ha certi canoni ti puoi sentire vicino, magari non completamente, ad altre persone che hanno quelle idee come fondo e che magari hanno un’attitudine per i cavoli loro, magari non ascoltando hip hop o magari ascoltandolo ma non facendolo.

Re.: Riguardo la situazione veramente tragica del rap in Italia come diffusione, secodo te c’è stato un momento di chiusura verso chi non fa, oppure l’atteggiamento è diverso?

R.: Nei nostri testi siamo spessi portati a dire “non mi rompere i coglioni se non fai questa cosa” ma credo che l’apertura ci sia… se uno quelle idee, quelle basi, può benissimo ascoltare un pezzo hip hop senza incazzarsi: se io do del coglione a chi vive col paraocchi, non sto dando del coglione a chi non ascolta hip hop.

MF.: Si parla sempre di fare/non fare ma alla fin fine è molta di più, nel mondo hip hop, la gente che “non fa” ma che ascolta con entusiasmo, rispetto a quella che “fa”. Secondo voi è possibile che in Italia la gente si scazzi a sentirsi dire “non fai un cazzo non sei nessuno” e quindi si allontani dall’hip hop?

R.: Forse quello è effettivamente un errore, dovremmo impegnarci di più tutti a far capire alle persone che questa cosa è una figata. E per far si che si avvicinino, devi far loro capire che questa è la vera merda…

S.: Ragazzi, cercate di non fare dei pezzi di merda, se non siete capaci, ascoltatevelo il rap, cazzo! Poi se siete capaci è una figata ancora di più…

MF.: La figura dell’mc: io vedo che gli mc stranieri, per quanto “bifolchi” siano, hanno un atteggiamento molto espansivo, sia rispetto al pubblico, ma anche all’interno dell’ambiente, invece in Italia succede che ci sono cinquantamila i questi mc o che si definiscono tali che arrivano li, cantano con la testa bassa, dicono le loro cose e poi vanno via… Secondo voi l’mc è solo uno che canta le sue rime o è una sorta di “fulcro”, una “punta di diamante” all’interno del movimento?

R.: Personalmente, ho avuto un approcio all’mcing più che come comunicatore, come intrattenitore, quindi credo che in Italia abbiamo avuto una grande tradizione di mc hardcore, mc a muso duro che sparano giù testi potenti ma che poi hanno un atteggiamento un po’ spocchioso, molto poco portata all’appeal verso la gente…

S.: C’è gente che scrive veramente bene, arriva sul palco non sa stare sul palco, però apprezzo tecnicamente la cosa: l’mc però è un’altra cosa totalmente. Rido è un mc, molto più di me, l’ha dimostrato in questi anni, sa fare l’mc.

R.: Se vuoi fare l’mc, secondo me, devi avere la faccia tosta di salire sul palco e far divertire le persone, chi ci ha visti dal vivo lo sa come lo facciamo…

MF.: Domanda stupida: perché c’è questa copertina assurda? Chi l’ha partorita?

R.: La grafica, prendetevla con shocca se non vi piace… l’artwork è stato fatto da due nostri amici artisti, l’idea era appunto quella di fare le facce sulla strada, i musi sulla strada… è stata fatta col gessetto, stile madonnari, poi alla fine è stato deciso di unire a questo anche un po’ di grafica computerizzata… Abbiamo messo una grande attenzione all’aspetto concettuale della copertina, forse poi ci siamo un po’ persi nella realizzazione, però a me piace, quindi una volta che son contento io…

MF.: Si parla tanto di internet e di tutti questi personaggi che gravitano, che dicono, che parlano, come vedete voi internet e l’hip hop vissuto anche tramite internet?

R.: Secondo me internet è un canale molto importante, soprattutto per la promozione di un disco, di qualunque cosa uno stia producendo… il fatto è che porta tutti allo stesso livello: il ragazzino che fa una recensione del disco e non capisce una emerita sega, e viene letto da duecento persone, beh, quelle duecento persone avranno una idea distorta di quello che stai facendo; non c’è mai autorevolezza: il sito “x” ed il sito “figo” sono allo stesso livello, sullo stesso identico piano, finché non c’è il riconoscimento: in America c’è stato, sai quali sono i siti che scrivono le recensioni serie e quelli invece che le farloccano su, in Italia questo non è ancora successo…

MF.: Quindi in pratica internet non è uno strumento negativo di per sé ma c’è troppo qualunquismo, troppa gente che spara a zero…

R.: Forse perché è ancora in uno stato embrionale, in Italia non tutti usano internet quotidianamente ed in maniera completa.

S.: Comunque è molto più facile dare contro alla gente stando nascosti.

MF.: Però c’è dietro un sintomo, magari ho paura fisicamente di voi, però voglio dire “cazzo i balordi mi fanno schifo”…

S.: Se la vedi così ok, però sinceramente non mi tocca, ci sono dei newsgroup, che io frequento raramente, nei quali intervengo una volta e ci insultano così, gratuitamente, allora lì non do neanche più credito a quelle persone ma non perché non rispetto le loro idee, posso pensare quello che vogliono…

R.: Ha un po’ una doppia faccia ma fondamentalmente è positivo secondo me.

S.: Sicuramente è positivo, per la promozione pura è positivissimo.

R.: No, ma poi gli insulti benvengano se sono congegnati bene… noi siamo nati in un altro periodo, quindi per noi internet è una cosa nuova, bellissima e tutto quello che vuoi, però io apprezzo di più una persona che mi viene davanti, mi guarda negli occhi e mi dice “il tuo disco a me non piace”.

MF.: Internet mette anche in contatto tutta quella gente che vive in paesi piccoli e che non verranno mai in contatto con le grandi realtà, con Milano, ad esempio…

R.: Sì, però mi spiace che tutta questa gente vive basandosi sui parerei degli altri e farà fatica a farsi delle proprie idee… cioé, c’é gente che critica quello che facciamo senza aver mai sentito un cazzo…

S.: Veniteci a vedere, non chattate, cazzo.

R.: Si venite a fare due chiacchere, si può anche bere una birra assieme.

L.: Torniamo un attimo alle classiche domande da intervista: io voglio i tre motivi per cui una persona che ascolta hip hop dovrebbe comprare questo disco e i tre motivi per cui una persona che non ascolta hip hop dovrebbe essere interessata a questo disco.

S.: Primo motivo perché è il nostro primo disco ed è un “evento”, secondo motivo, perché è fatto col cuore, perché è stato fatto in due anni, ci abbiamo messo davvero il cuore quindi merita anche solo lo sforzo che abbiamo fatto, terzo perché suona bene, è stato fatto alla fortezza, mixato da Bassi, e questa è musica…

L.: Ti spiego il motivo dell’altra domanda: io lavoro in un ufficio dove c’è veramente gente di tutti i tipi, ed io ho fatto ascoltare il vostro disco come ne ho fatti ascoltare altri in passato e… questo è piaciuto…

S.: Probabilmente perché è curioso, perché è diverso da un disco hip hop “classico” italiano, anche perché la storia degli skit è simpatica, non lo so…

R.: Uno dei nostri pregi, e che è anche un vanto ultimamente, è che sappiamo fare delle canzoni. Il che non è neanche tanto studiato, il fatto di ascoltarne molte di canzoni, ci ha portato a pensare che il pezzo deve avere si tre strofe e un ritornello, ma va anche pensato in modo che le persone possano ascoltarlo… poi nell’album ci sono le strofe puramente hip hop, buttate li sul beat, che durano trenta secondi e che possono incuriosire chi l’hip hop lo ascolta già. Che poi questi pezzi siano campionati, suonati con musica elettronica o con basso e batteria, la musica è fatta in questa maniera qui, che tu faccia hip hop o d’n’b poco importa… di questo me ne sono reso conto dopo, quando le cose erano già fatte…

Re.: Evoluzione contenutistica da “De Stijl”… io la prima volta che l’ho sentito mi sono chiesto “ma che cazzo stanno dicendo?”. Come contenuti, come siete cambiati da quel periodo, che era il ’97 se non sbaglio.

S.: Quello era il periodo tecnica pura, astrattismo lirico, ecc. E’ stato un periodo fighissimo secondo me, era divertente e difficile, anche, scrivere delle robe così, secondo me, perché alla fine avevano un senso, non erano parole buttate al vento, però è passato…

R.: … noi abbiamo preso un movimento artistico, ne abbiamo capito i canoni, ne abbiamo preso la terminologia e ci abbiamo fatto un pezzo hip hop sopra… era proprio estrapolare la terminologia, i concetti di un movimento e metterli su un testo, dal punto di vista contenutistico non ci troverai nulla di più né di meno della pagina dell’enciclopedia che parla del De Stijl, e in più ci abbiamo rimato sopra…

Mi auguro di essere riuscito a trascrivere il dialogo in maniera fedele… e mi scuso per il ritardo con cui l’intervista è stata pubblicata, Lip21++.

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