Intervista ad Ape

by • 31/10/2005 • IntervisteComments (0)770

Darkeemo: Iniziamo partendo dal titolo del tuo ultimo lavoro, “Generazione di sconvolti”: a cosa ti riferisci?

Ape: L’idea era quella di prendere me e i miei coetanei, quelli compresi nella fascia tra i 20 e i 30 anni, insomma, quella decade a cui anch’io appartengo, traendo ispirazione dal verso di una famosa canzone di Vasco, “Solo Noi” (siamo solo noi/ generazione di sconvolti che non han più /santi né eroi – ndr). Volevo creare un disco i cui diversi momenti potessero rappresentare delle immagini, delle storie, dei modi di vedere le cose tipici di questa “generazione di sconvolti”, composta dalla gente che frequento e che conosco da una vita. Non è necessariamente gente “al limite”, si tratta spesso di persone regolari che il mattino si alzano per andare a lavorare…però magari è gente che ha i suoi “strippi”, i suoi sogni nel cassetto che cerca di portare avanti. E’ forse riduttivo dire che la generazione di sconvolti sono i giovani di oggi dai 20 ai 30 anni, però se vuoi è anche un po’ quello.

D: In quest’ottica mi sembra che rientri anche il discorso, evidente soprattutto nella title-track, del confronto generazionale, che a me spesso pare visto quasi come un peso. Siamo davvero schiacciati dal paragone con i nostri vecchi?

A: Diciamo che, facendo un paragone, avere 20 anni oggi è cosa profondamente diversa rispetto ad avere avuto quell’età negli anni ’80, ad esempio. Di conseguenza tra la nostra generazione e quelle che ci hanno preceduto c’è una profonda differenza nel modo di vedere le cose e di approcciarsi alla realtà. Questa “generazione di sconvolti” forse ha meno voglia di accontentarsi, sogna di più e cerca di concretizzare i propri sogni. Da ciò deriva inevitabilmente un confronto molto più acceso, non soltanto con i nostri genitori ma anche con quelle persone poco più grandi di noi, ed è un confronto che si mostra attraverso queste vedute completamente diverse. Sono cose difficili da spiegare perché ormai sono talmente normali da rientrare nella vita di tutti i giorni, difficili soprattutto da mettere in evidenza, sta a te coglierle.

D: Sempre da quel pezzo emerge il tema della “incomprensione generazionale”, come se le generazioni precedenti avessero un’immagine distorta di ciò che noi siamo realmente. Come dici tu a volte sembra quasi che non vedano l’ora di rinchiuderci nei soliti stereotipi della droga e quant’altro.

A: Innanzitutto c’è un sacco di puzza sotto il naso e di pregiudizio nei nostri confronti; poi sia che ti debbano criticare, sia che vogliano darti dei consigli, si esprimono soltanto attraverso stereotipi: “Sposati”, “Fatti una famiglia”, “Comprati una casa”, applicando quelli che erano i loro canoni, quando nel giro di pochi anni invece è cambiato tutto; e come tutti i cambiamenti così rapidi e immediati, gli effetti negativi sono probabilmente più estesi e più visibili.

D: Rimanendo in quest’ambito, ma collegandoci ad un altro tuo pezzo, la condizione attuale de “La mia nazione” non facilita senz’altro il compito della nostra generazione. Siamo nell’era del lavoro precario e, più in generale, di un precario senso del futuro da cui deriva un forte senso di smarrimento.

A: Questo è verissimo, non abbiamo certezze o sicurezze di alcun genere, dal punto di vista professionale è un immenso casino, magari ti laurei e finisci a fare un lavoro di merda…è il discorso che ti facevo prima, c’è stato un cambiamento improvviso, sono saltati i criteri, è tutto dannatamente complicato. E la situazione politica/economica che il nostro paese vive in questo momento non agevola le cose, anzi, alcuni giornali hanno prospettato per l’Italia lo stesso destino dell’Argentina, i presupposti perché ciò accada ci sono tutti.

D: Per la nostra generazione diventa quindi anche difficile ritagliarsi un suo spazio, capire quale può essere il nostro ruolo all’interno di questo desolante panorama fatto da una cronica mancanza di prospettive, no?

A: E’ chiaro, perché prima c’era gente che, non so, arrivava dalla guerra o da altre fasi davvero pesanti ed era rientrata nell’ottica di lavorare, ricostruire e tutto quanto; adesso la situazione è diversa, ci sono più strippi e diverse esigenze, che mischiate ai problemi che già esistono creano ulteriori difficoltà.

D: La religione penso che in questo particolare contesto rivesta un ruolo particolare, e ne approfitto per collegarmi a “Ne parlerò con te”, pezzo che trovo esemplare per la tua capacità di affrontare in maniera semplice e diretta un argomento così complesso e intimo. Come nasce questo pezzo? Cosa può rappresentare la religione per questa generazione di sconvolti?

A: Questo pezzo parla di un ipotetico dialogo con Dio per esprimere le mie vedute sulla religione, su come viene vissuta e su come ce la fanno vivere. Io vedo la religione come una forzatura, solo una forzatura volta a tenere a bada le persone. Prendi in considerazione ad esempio la morte di papa Wojtyla, indubbiamente un grande uomo, da rispettare, ma ti permette di renderti conto quanto il vincolo della religione riesca ad infervorare le persone…lui comunque rappresentava la faccia positiva della Chiesa; io stesso, che neppure mi ricordo come si faccia il segno della croce, ero colpito dalla figura di questo uomo, perché si trattava di un personaggio positivo, trasmetteva certi valori. Se penso però alla Chiesa come quell’istituzione che vieta l’aborto, l’uso del preservativo, i matrimoni gay, ponendo una serie costante di limiti, che forse andavano bene nel Medioevo, quando servivano regole ferree per tenere a bada le cose, senza rendersi conto che la gente è evoluta…beh, la questione cambia. Senza considerare inoltre che i preti e gli altri rappresentati della Chiesa sono comunque persone, posso cadere in errore come tutti; con il loro modo di imporsi e pretendere di avere la verità in tasca si tagliano le gambe a priori. Non so, io vedo Don Mazzi e ti giuro che mi verrebbe voglia di prenderlo a schiaffi, perché è una persona arrogante, e per di più non ascolta…una cosa detta in modo tranquillo la accetti, se viene invece pronunciata con arroganza no. Io critico il modo in cui la religione ci viene propinata, mettila così.

D: E’ stato semplice esprimere un argomento così intimo e personale?

A: Ti dico la verità, sì, è stato semplice, perché era da un po’ che questo pezzo mi girava per la testa, e piano piano le cose sono uscite da sé. Chiaro, ci sono sempre da affinare delle cose, però più sono argomenti che sento particolarmente più magari escono spontanei quando li scrivo.

D: Cambiando invece discorso, ho notato che in questo disco hai usato diverse tecniche narrative; ad esempio in due pezzi come “Tundi” e “Senza Rimpianti” c’è una narrazione in terza persona, racconti delle storie, racconti le vicende di questi due personaggi.

A: ”Senza Rimpianti” è la storia di un amico, di una persona che ho frequentato marginalmente per un po’, ed è un tipo di storia che mi ha sempre affascinato. C’era la volontà di raccontare una storia appartenente alla mia realtà, che però fosse condivisibile da tutti. Stesso discorso per quanto riguarda “Tundi”, nasce da diverse esperienze di amicizie che ho avuto. Qualche anno fa con degli amici abbiamo fatto una vacanza in Ungheria e abbiamo conosciuto delle ragazze; entrando in contatto con la realtà del posto abbiamo visto attraverso gli occhi della gente che ci vive, e in questo caso si trattava di gente che comunque stava bene, cosa voglia dire vivere in quel contesto. Ciò ha messo in luce la cosa che sicuramente ti salta più all’occhio, ossia il discorso relativo alla prostituzione e la speranza che ci mettono per venire qui da noi. Se vuoi è anche un po’ banale, come tutti gli argomenti di largo consumo rischi
sempre di scrivere delle cose ovvie, però credo che il pezzo sia venuto bene. Ovviamente è una cosa che non farò mai dal vivo, così come “Ne Parlerò con Te”. Mi piace però scrivere delle storie, è un aspetto che voglio continuare a sviluppare anche nel prossimo disco.

D: Un altro pezzo che a mio parere spicca per qualità narrative è “Il Monologo del Rap” – che tra l’altro ha una base fighissima.

A: In molti hanno frainteso questo pezzo, pensando che si trattasse del resoconto del mio viaggio; in realtà in quel pezzo ho cercato di rendere una “personificazione” dell’hip hop: cosa direbbe di sè l’hip hop se fosse una persona, in sostanza, passando attraverso le diverse fasi della sua storia; ovviamente io racconto quelle stesse fasi che vissuto prima da ascoltatore e poi da “parte in causa”. E’ un pezzo che personalmente mi piace un sacco anche se live non l’ho ancora proposto, se riesco ci faccio il secondo video.



D: Il primo quando uscirà, invece?

A: Abbiamo da poco terminato di realizzarlo; si tratta di un medley tra “Dieci respiri”, “Ne parlerò con te” e “Generazione di sconvolti”. Abbiamo cercato di fare una cosa creativa con tre set diversi e tre storie diverse, io sarò il protagonista mentre un altro bravo attore sarà il mio nemico nelle diverse parti, il tutto curato da Question Mark, che ha concepito e sviluppato l'idea. Saranno tre “mini-video” in uno, all’atto pratico. Ho deciso di non realizzare i video che sarebbero stati più “scontati”, come “Altra Domenica” o “Senza Rimpianti”, si tratta di pezzi che raccontano storie evocando scene ben precise, un eventuale video richiederebbe un certo tipo di investimento che al momento nessuno è in grado di garantire.

D: Cos’è cambiato invece tra “25” e “Generazione di Sconvolti”? Quest’ultimo lavoro può essere considerato come una seconda parte del disco precedente oppure è un discorso a sé?

A: Parti dal presupposto che secondo me qualsiasi artista di disco in disco porta avanti il suo percorso: si può arricchire, può cambiare, può trasformarsi, però sempre lungo il percorso con cui ha iniziato. “Generazione di Sconvolti” se vuoi è un’estensione di “25”, il concetto di fondo è lo stesso, affrontare delle tematiche di largo consumo, però mentre in “25” il taglio era più autobiografico in quest’ultimo lavoro invece la situazione è vista da fuori. Dal punto di vista stilistico invece ho cercato di approfondire maggiormente il discorso dello storytelling e di lavorare sui ritornelli; ho evitato come al solito i featuring, non perché non mi piacciono, solo che un disco è talmente una cosa personale che spesso non si trova il tempo di coinvolgere qualcuno nel tuo viaggio: rischi di ottenere un bel pezzo che però non c’entra un cazzo. La roba con Kuno è venuta bene, perché nata spontaneamente da una storia vera – giusto il finale è un po’ romanzato – successa la sera che dovevamo beccarci per parlare di questo pezzo insieme. Sui ritornelli ho cercato di mischiare dei beat a sonorità un po’ diverse, per ottenere un effetto più “orecchiabile”: suona un po’ eterogeneo, se vuoi, in certi punti, ma ciò accade proprio perché ho cercato suoni diversi. Sempre nei ritornelli ho lavorato molto sulla voce, vedi quello di “Generazione” o quello di “Senza rimpianti”, non sono cantati, non sono rappati, non sono intonati…mi sono divertito in studio a fare delle cose che pensavo non essere in grado di realizzare. Sono contento che siano venute bene.

D: Un tema piuttosto ricorrente nei tuoi pezzi è la vita di provincia, il contesto da cui provieni, quella Brianza che ci accomuna. Secondo te crescere fuori dall’ambito cittadino è un limite oppure una possibilità per diversificarsi rispetto alle tendenze in auge?

A: Questo discorso è abbastanza relativo, nel nostro caso, visto che non abitiamo nella provincia sperduta ma siamo molto vicini a Milano, e buona parte delle nostre serate si svolgono proprio lì. Non è un limite, bensì un modo diverso di vivere e ragionare; ad esempio, da noi è molto sentito il concetto di “compagnia”, il gruppo di paese che si ritrova in piazza, dove alla fine ci si conosce tutti; a Milano non è esattamente così. A livello musicale invece, soprattutto agli inizi – ti parlo dei tempi dei Codice Urbano, per cui intorno al ’94 – si avvertiva un po’ di isolamento: per dirti, da Time Out a comprare i dischi si andava un sabato al mese, era un vero e proprio evento, in quel periodo, però la ricordo come una cosa bella; inserirmi in certi contesti è stato invece difficoltoso, però nel momento in cui uno riesce ad entrare in certi ambienti, con più o meno fatica, lo fa con un’identità propria. Fermo restando che comunque la maggior parte della gente si ricorda di me come di un rapper milanese che, non essendo però di Milano città, ha un taglio diverso nel fare le cose; ma fidati che siamo associati a Milano, questo è chiaro. Onestamente, con il passare degli anni, quelli che potevano essere dei problemi oggettivi come l’acquisto dei dischi sono spariti, anche grazie ad Internet e all’accorciamento delle distanze.

D: Tu, come del resto buona parte di quanti fanno rap in Italia, non riesci a campare solo con la tua musica. Questa condizione di “artista part-time” non è quanto meno limitante, se non addirittura frustrante per certi versi?

A: L’approccio “part-time” da un certo punto di vista ti taglia le gambe ed è sicuramente limitativo per un certo tipo di creatività: è facile dire “il disco è uscito”, un po’ meno semplice è invece rendersi conto di tutti gli sbattimenti che ci stanno dietro. E’ un processo che richiede tempo e tanta energia: magari un pezzo riesci a scriverlo in una sera e a registrarlo il giorno dopo, magari riesci a realizzare così anche una decina di pezzi sui 15 che compongono il tuo album; tutto quello che c’è dietro però richiede impegno, sacrifici e un certo tipo di attitudine. Da un lato invece questa condizione paradossalmente ti libera, perché non sei vincolato ad esempio al fatto di dover vendere a tutti i costi, ti puoi permettere tranquillamente di fare la tua musica senza grossa pressione visto che comunque non vivi solo di quello. Io con i dischi ed i live riesco ad arrotondare, di sicuro senza il lavoro non arriverei alla fine del mese. Questa dell’ “artista part-time” è una realtà molto diffusa e bisogna accettarla, in fin dei conti va bene così. Il problema è al limite quando inizi a confrontarti con mutui, bollette e cose simili…questo ti porta inevitabilmente a deconcentrarti.



D: Domanda a bruciapelo piuttosto paranoica: tu realizzi un disco, sapendo che avrà una tiratura limitata, un’attenzione quasi nulla da parte dei media esterni all’hip hop e che buona parte della gente che si dice interna a questa realtà sarà la prima a scaricarselo. Cosa ti spinge a metterci quest’energia di cui prima accennavi?

A: Scrivere una canzone, sapere che qualcuno la ascolterà e gli rimarrà qualcosa di ciò che hai scritto è una soddisfazione bellissima. Basta questo per giustificare tutti i sacrifici che fai. Chiaro che le condizioni spesso sono pietose, non solo a livello discografico, basti pensare ai live, ad alcuni locali dove questi si svolgono…non ha proprio attecchito questa storia dell’hip hop italiano, ha preso bene l’hip hop americano nell’ottica del club, delle tipe che ballano, di conseguenza si vive di episodi.

A me alla fine va bene anche così, io in questo momento non posso davvero lamentarmi: ho un’etichetta che mi stampa i dischi e mi produce, un team di amici su cui contare per i live o per realizzare i video…però di magagne ce ne sono.

D: Sei al top nel rap in Italia, ma questo top è ad un livello irrisorio se rapportato al resto della discografia…

A: L’hip hop in Italia è una nicchia,
e resta tale anche quando sfiora le diecimila copie: il difficile non è tanto arrivare a questa quota, quanto mantenerla. Fino ad ora, purtroppo, dal duemila in poi non c’è riuscito nessuno. Io comunque ci tengo a sottolineare che non sono assolutamente negativo, si tratta solo di realismo, le cose stanno così e basta. Io ci tengo a fare bene le mie robe, tenendo presente le mie responsabilità nei confronti di chi ascolta, e dunque la necessità di produrre un lavoro curato come si deve. Io ovviamente spero sempre di riuscire a tirare su qualche soldo con la musica, poi se al posto che centomila euro ne tirerò su mille pazienza, andrà bene comunque.

D: Precisami cosa intendi per “responsabilità verso chi ascolta”.

A: E’ importante tenere bene in considerazione questo punto: quando scrivi, quando incidi, hai delle responsabilità ben precise, il cui peso è tanto maggiore quanto più elevata è la tua visibilità. La gente ti ascolta, puoi dargli il cazzeggio, puoi dargli le cose serie, senza però prescindere da un’immagine credibile. Quello dell’immagine credibile non è il trend dell’ultimo momento, ma si tratta di un altro discorso.

D: Per concludere, la canonica e banalissima domanda di chiusura: progetti futuri?

A: Innanzitutto è da poco on-line il mio sito, www.morgymorgante.com ; nasce per creare un network di collegamento tra me e chi apprezza la mia musica. Punterò soprattutto sull’area download, un sacco di robe da scaricare, inedite o meno, mie e di artisti che stimo e a cui cerco di dare una mano dandogli una certa visibilità. Il video uscirà in questo periodo, per quanto riguarda il disco nuovo inizierò a lavorarci più avanti, credo che uscirà entro il 2006.

D: E’ da un po’ che non si sente il nome della B.Click Rinascenza, invece.



A:
Il progetto Rinascenza si è stoppato, si è concluso, eravamo arrivati a un punto in cui non aveva motivo mantenere in piedi una cosa che era diventata solo un nome. Nome che poi non rispecchiava più ne i gusti ne le affinità. Ci siamo trovati spaesati per un attimo, anche se alla fine non è cambiato molto, io i live li faccio sempre con Bod e Tuno e Gasto è sempre coinvolto. Era giusto un discorso formale, visto che ormai non uscivano prodotti targati Rinascenza da anni. Non porti avanti una cosa che sai che non esiste più.

D: C’è mai stato qualche rimpianto per aver dedicato oltre 10 anni all’hip hop?

A: No, perché sono stati anni che comunque ho vissuto serenamente; anche se certi obbiettivi forse non li ho raggiunti oggi, e forse non li raggiungerò in futuro, quello che mi è successo è comunque tutto di guadagnato. E qualsiasi cosa dovesse arrivare sarebbe un di più.

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