Intervista a Kiave

by • 28/04/2005 • IntervisteComments (0)777

Mirko Kiave è un ragazzo di Cosenza come tanti ma che, a differenza di molti, trasuda un grande amore per l'hip hop in tutte le sue forme. Dopo "Rullanti Distorti" disco realizzato sotto il nome di Migliori Colori insieme a Franco e Impro, ecco arrivare nei negozi il suo primo progetto solista, "Dietro Le 5 Tracce" un ep ricco di contenuti e di dichiarazioni d'amore per l'hip hop. In questa breve "chiacchierata" con lui abbiamo parlato del disco e di molte altre cose. Ne è uscito il ritratto di un artista giovane ma già molto maturo e con le idee ben chiare in testa.

Icon & Darkeemo: Negli ultimi anni c'è stato un forte incremento delle uscite di dischi

provenienti dalla Calabria e dal sud Italia in generale. Questi dischi hanno una musicalità e un'intensità che stento a ritrovare nei dischi provenienti da altre parti dello stivale. Ora, non voglio alimentare chissà quale faida tra nord e sud, ma secondo te, qual'è il motivo di tutto ciò?

Kiave: Innanzitutto ti ringrazio a nome di tutti i miei conterranei per l'implicito complimento riguardante il calore della nostra musica, fa sempre piacere sentirselo dire!

Io sinceramente non la vedo proprio così perché, comunque, la maggior parte della roba proponibile sul mercato e curata nei particolari più importanti, viene comunque dal nord. La differenza che secondo me risulta essere più rivelante è correlata ai live, nel senso di una frequente periodicità delle jam e delle serate hiphop nelle città del nord Italia, come del resto a Roma; questo scenario l’ ho vissuto e ancora lo vivo anche se a sprazzi, mentre da me al sud, c'è una jam "ogni morte di Papa"(concedetemi l'attualissima citazione storica). Infatti, sono riuscito ad organizzare qualcosa di serio nella mia città, dopo circa 3 anni di silenzio, la domenica seguente alla scomparsa di questo grande uomo. Questo a cosa porta? Da una parte, logicamente, si rischia di attrarre meno gente per la mancanza di un martellamento psicologico che si può avere dal punto di vista organizzativo, ma dall'altra quando un ragazzo va ad un jam qui al sud cerca di viverla intensamente perchè sa che è un evento, cerca di ricordarne ogni particolare; poi si sa, è come nei matrimoni, l'abitudine sfocia sempre in monotonia, quindi meno la gente è abituata a certe storie più se le vive con passione.

I. & D.: Sei sulla scena da parecchi anni e leggendo la tua biografia ho notato che hai fatto parte di diversi gruppi e solamente ora sei approdato ad un progetto solista: è stata una scelta naturale o era proprio un tuo bisogno quello di esprimerti senza i vincoli che comunque l'appartenenza ad un gruppo comporta?

K.: Diciamo che io vedo il rap e l'hiphop in generale, come qualcosa che unisce e cerca di far ragionare assieme più teste contemporaneamente: non credo molto nell'isolamento creativo, almeno per quanto mi riguarda. Con questo voglio collegarmi alla domanda di prima descrivendoti un’altra differenza che colgo confrontando la scena del sud con quella del nord: io sono cresciuto con l'idea fissa che le 4 discipline viaggiassero sempre unite su un identico binario, questo mi ha portato a frequentare gente che dipinge, che balla, che sta sui tecnici, e queste persone, fra l'altro,

sono i miei migliori amici attuali. Quando vado fuori e vedo un mc che si interessa solo della scena riguardante il rap, oppure il writer che fa lo stesso per quanto concerne la sua disciplina, allora qualcosa secondo me non quadra.

Tutto questo mi ha sempre portato a cercare il confronto costruttivo (che non ha niente a che vedere con gli attuali contest, così di moda adesso) con i miei amici, quindi mi prende bene lavorare con gli altri. Ultimamente mi piace lavorare con Franco e Impro per una lunga serie di motivi, ma ormai ho 24 anni e questi pezzi dell'ep sono nati spontaneamente, mi sono accorto di essere riuscito a dare loro un impronta più personale; diciamo che a quest'età ho ritenuto di poter disporre di un bagaglio di esperienza tale da essere introdotto in 5 tracce che comunque sono solo un punto di partenza.

I. & D.: Il tuo ep è un disco molto personale che trasuda un grande amore per il rap. Il pezzo d'apertura è un inno all'hip hop e alla musica in generale: in particolare che cosa ti ha dato l'hip hop? Quanto ha influito sulla tua crescita personale?

K.: Credo che sia stato proprio l'hip hop ad aiutarmi a crescere, sai? L'ho incontrato la prima volta quando ero ancora un ragazzino e da lì non mi ha mai mollato, mi ha salvato nei momenti bui e mi ha aiutato a conservare, sotto forma di rime, i momenti migliori.

Abitualmente faccio una distinzione fra ciò che è interno e ciò che è esterno, se rivolgo lo sguardo verso l'interno allora mi accorgo che tutto quello che vivo e faccio è hiphop allo stato brado, ogni singolo pensiero ed ogni movimento; poi però la realtà ti impone di uscire da questa sorta di autismo perchè essendo un uomo devo pensare agli studi, al lavoro e anche a coltivare altri interessi, altrimenti produrrei un tipo di hiphop fine a se stesso e non contribuirei alla crescita di questa cultura. Fatto stà che alcuni tratti fondamentali del mio carattere col quale affronto la quotidianità, come l'educazione, la consapevolezza, l'apertura mentale, penso di doverli proprio a questo virus che ti avvolge i sensi e che in giro chiamano hiphop.

I. & D.: Sempre nel pezzo d'apertura dici: "..è un industria che mi annienta il vinile, mette il plug-in col ronzio, stai confondendo l'avvio con l'addio, il fruscio col brusio…". Ultimamente sia in fase di produzione (con la facile reperibilità in rete di programmi per produrre) che in fase "d'ascolto" le nuove tecnologie stanno rapidamente prendendo piede andando così a sostituire i vecchi supporti, tra cui il vinile. Ritieni questo cambiamento positivo o pensi che il vinile sia insostituibile?

K.: Penso che qualcuno dei miei amici, quando leggerà questa domanda penserà:"É la fine, ora inizia a sbraitare contro il digitale ed elogia il vinile fino all'inverosimile"…beh, è così!

Posso dirti che parte della mia vita è stata dedicata a studi di fonia e cmq questo è il mio lavoro da un po' di anni, quindi il mio punto di vista potrebbe risultare anche un po' più tecnico di quanto si immagina. Con l'avvento del digitale, fare musica è diventato qualcosa di sempre più facile, accessibile e comodo, nel senso che, rimanendo sempre collegati all'hiphop per non sforare in termini ostici, un tempo per riuscire a trovare il piattino giusto per quel beat o la linea di basso fatta in un certo modo adatta all'atmosfera del tuo pezzo, dovevi spulciare e cercare fra mille vinili e cercarti i titoli più adeguati, adesso invece ognuno può farsi la sua bella libreria di suoni, cercare quello che vuole, basta un click e il gioco è fatto! Questo ha portato ad annullare completamente la selezione all'ingresso che c'era agli albori di questa cultura, ormai chiunque può premere il tasto d'avvio del suo pc di casa e fare musica. Ma non è così per me: l'hiphop racchiude in se una sintesi indivisibile tra campionatore e vinili originali. Poi ultimamente sono più aperto per quanto riguarda la lavorazione in parallelo di midi e audio, ma sono convinto che i breaks debbano essere trattati nel modo classico, datemi del conservatore ma è così. Per questo io apprezzo molto la mentalità che hanno Impro e Turi, ma anche Fatfatcorfunk e DJ Nessinfamous, perchè lo mantengono reale e classico, solo così il nostro suono può conservarsi nel tempo.

I. & D.: Passando a parlare del tuo disco, la scelta del formato (in questo caso l'ep) breve in un periodo in cui, salvo poche eccezioni, escono dischi di minimo 15 pezzi da cosa è scaturita? Inoltre, da dove nasce la forma inedita di questo ep, che vede l'inserimento di numerosi pezzi, foto e testi nella traccia multimediale, novità assoluta nel mercato italiano!

K.: Il formato è stato deciso in un periodo in cui, per fortuna, il cd dei Migliori Colori (“Rullanti Distorti” ndr) ancora girava parecchio e riusciva a vendere, quindi non ho ritenuto conveniente il fatto di uscire con un album mio e farmi autoconcorrenza, rischiando di porre un ragazzo di fronte al “dilemma” di dover scegliere fra il mio cd e quello dei Migliori Colori. Avevo delle idee per questi 5 pezzi e ne parlai a Turi, dato che in quel periodo giravamo parecchio assieme per promuovere il suo disco.Turi mi disse che era fattibile come cosa e anche se in Italia esce parecchia roba, bisognava puntare sempre sulla qualità dei brani, meglio farne 5 lavorati attentamente e completi che farne 15 che se li mescolati tra loro non arrivano ad avere nemmeno tre tracce decenti.

Il tutto però mi sembrava troppo scarno e l'idea della traccia multimediale è qualcosa che riguarda la mia concezione di Hip hop, di cui ho già parlato prima, cioè mantenere unite le 4 discipline, altrimenti non hanno senso. Così ho raccolto dei pezzi vecchi con gente che comunque continua ad essere mia amica in tutto, pezzi di writing di altri amici della mia città, video di break (un'altra mia grandissima passione, anche se non la pratico) e mi sarebbe piaciuto inserire anche molto materiale riguardante il djing, solo che al momento( e mi dispiace dirlo) a parte un eccezione (DJ Intrippo della Casa e Crudo) la mia città è sprovvista di persone in grado di trasmettermi qualcosa sui tecnici. Tutta la gente inserita nel cd è a mio parere gente valida e mi piacerebbe che il resto della scena se ne accorgesse; un mio amico diceva: "Se affogo affogo se salgo..”

I. & D.: In "Entra Ora" dici "è una scena di artisti tristi/su mille, tre fanno dischi, gli altri opinionisti".. Ora probabilmente ho inteso male il senso delle tue parole, ma non mi pare che il vero difetto del rap in Italia sia questo; piuttosto credo che sia troppa la gente che "fa" mentre manca un un vero e proprio "pubblico". Cosa ne pensi?

K.: Su questo non posso che darti ragione, prima di tutto però, c’è da fare una distinzione tra dischi veri e propri e demo che magari escono sotto un’etichetta, veri e propri prodotti “usa e getta”. Coloro che realizzano questi lavori non li considero artisticamente competenti, poiché la loro forza la trovano esclusivamente nelle opinioni degli altri, e non nella loro musica.

Allo stesso tempo però c'è da dire che ci sono, ad esempio, personaggi che sono iper attivi sulle boards e non fanno altro che scambiarsi sorrisini o insulti a seconda dei casi, prendono un disco e lo massacrano dall'alto della loro immensa competenza musicale: ecco, questi personaggi mi fanno ridere.

La mancanza di un pubblico di semplici ascoltatori si nota, ma sono fiducioso e credo stia proprio a noi artisti far sì che si crei una determinata utenza di soli fruitori di musica. Comunque, per concludere, sempre quel mio amico di prima dice: "Ogni critico è un musicista fallito”

I. & D.: Ho notato una varietà di argomenti nei tuoi testi, passi, come già detto, dalla dichiarazione d'amore per l'hip hop ad un pezzo più impegnato come "Allarme" in cui, sempre dal punto di vista dell'"artista hip hop", offri la tua visione del mondo i generale. Come ti rapporti a tutto ciò che succede ogni giorno, sia a livello personale sia a livello sociale?

K.: Ti ringrazio per aver notato uno dei miei intenti principali che era quello di offrire 5 pezzi differenti fra loro, sia in atmosfere, sia in testi che in intenzione.

Diciamo che qualche anno fa a questa domanda avrei risposto con un secco “Non me ne frega nulla del sociale, penso solo alle rime e alla musica”, ora invece, crescendo, ho capito che il rapportarsi con l'ambiente che ti circonda è qualcosa di estremamente importante, perchè è inutile lamentarsi del cattivo andamento delle cose se poi non si fa nulla per migliorarle. Io ormai credo fermamente nel potere cominicatio-persuasivo della musica, sono convinto che la musica possa fare parecchio per la società e anche per le comunità meno agevolate, è questo il mio obiettivo, vedo la musica così ormai; come “musica” e non più come sfide di freestyle, punchline forzate o virtuosismi tecnici e basta, certo quello ci vuole, è divertente, però se scrivi devi trasmettere qualcosa.

Una delle cose che mi piacerebbe fare sarebbe quella di girare e proporre i live nei carceri minorili o negli orfanotrofi. Deda diceva: "Devoti di sta roba che ci salva..”

I. & D.: Il pezzo che più ho apprezzato è "Cerco", pezzo mi pare di capire, autobiografico in cui evidenzi come nonostante gli sforzi per emergere in qualsiasi contesto, la scalata sia sempre più difficile e la soddisfazione arrivi sempre dalle piccole cose. Pensi che cercare in tutti i modi di elevarsi porti sempre a delusioni?

K.: Penso che cercare di forzare una porta chiusa dall’interno sia solo uno spreco di energie. Bisogna procurarsi la giusta chiave per aprirla, e la giusta chiave a volte è proprio la pazienza mista alla consapevolezza dei propri limiti e delle proprie possibilità. Io non capisco chi si lamenta in continuazione, cioè, se l'hip hop ci ha scelti, noi dobbiamo essere grati di questo, dobbiamo sorridere e per ogni “blow” che riceviamo dobbiamo farcela prendere bene, non appiattirci psicologicamente. Io ultimamente grazie al tour di Turi sono stato in posti che altrimenti, solo con la mia piccola disponibilità economica, non avrei mai visto. Sono stato in Sardegna, al nord, nei paesini più strani, ho conosciuto ragazzi pieni di fotta, altri con un talento smisurato, altri ancora convinti che l'hardcore sia sbattere la testa al marciapiede, ma questo è bello cazzo, è un qualcosa di cui io sono contento. Anche il sentirsi dire da gente che magari non c'entra un cazzo con l'hip hop che ciò che fai gli piace, queste sono soddisfazioni! Logicamente però, sono anche consapevole che l'economia della nostra scena è davvero disastrata e sta sia a noi investire e saper gestire le poche entrate utili per costruire qualcosa di solido sia a voi comprare i dischi italiani originali (i primi a farlo siamo noi che li facciamo)!

I. & D.: Tu sei calabrese ma hai anche vissuto a Roma. Pensi che nella capitale vi siano più possibilità e ti si possano aprire più strade in ambito musicale rispetto alla Calabria? O vi è una maggiore possibilità di essere "influenzati" e quindi di fare una musica che in realtà non ti rappresenta?

K.: Entrambe, secondo me dipende molto dall’età in cui assorbi un po’ di quella scena. In Calabria le strade che ti portano a farti conoscere quel minimo che ti permette di suonare in giro sono ancora un po’ sterrate perché molta gente è convinta che l’hiphop debba essere fatto in una stanza, chiusi, altrimenti si diventa commerciali e così facendo si rischia di impoverire quella grande nuvola dell’underground, che un giorno farà piovere e ci purificherà tutti; queste sono cazzate, secondo me solo producendo si riesce ad aumentare la propria soddisfazione soprattutto quando ad ascoltarlo sono in molti, e non solo calabresi. Non è parlando della Calabria o stringendola in un forzato isolamento che la nostra regione crescerà artisticamente, per me è il contrario.

Per quanto riguarda la scena romana sicuramente è molto influenzante, ma questo non mi tocca (spero di non peccare di presunzione) perché l’ho affrontata ad un’età in cui il mio stile era già consolidato e se poi proprio devo parlare di una scena che non è quella della mia città preferisco parlare di quella di Viterbo, passo tantissimo tempo lì e amo quella cittadina, consiglio a tutti di andarci.

I. & D.: Cosa spinge un ragazzo ad impegnare nel rap delle risorse così grandi in termini di tempo, energia, sacrifici? A volte non pensi che potresti trovarti tra qualche anno con un "pugno di mosche" tra le mani? Purtroppo le prospettive per i giovani artisti "underground" non sono propriamente rosee, soprattutto in questo periodo.

K.: Verissimo, a volte penso che dovrei trovarmi un lavoro serio e pensare a farmi una famiglia, ma poi scoppio a ridere da solo.

Secondo me tutto dipende dalle tue esigenze personali legate all'economia, se sei uno a cui piacciono le moto, la coca, bere ogni giorno, comprare vestiti da 300 euro, beh l'underground non so fino a che punto faccia per te, nel senso che le mie uniche spese sono quelle riguardanti i viaggi (e non sono poche) e i dischi(idem) e preferisco impazzire insieme a Franco perchè non sappiamo dove prendere i soldi per alcune cose, piuttosto che starmene in silenzio o non andare ad una jam o riscaldare la sedia di una scrivania con la cravatta che impedisce all'ossigeno di raggiungere il cervello; è un virus e questo virus è proprio l'antidoto al pugno di mosche di cui parli tu.

Per me l’underground va al di la dell’hip hop, dietro questa parola si nasconde un impulso che ti spinge ad attuare una continua ricerca sia nel mondo della musica che in quello sociale, il cercare fino in fondo, credo che questo sia qualcosa che difficilmente riuscirò ad abbandonare.

I. & D.: La musica che fai, soprattutto qui in Italia è notoriamente una musica di nicchia, con la possibilità (quella c'è sempre, purtroppo difficile che si avveri, ma c'è) che il tuo prodotto venga ascoltato anche da un pubblico estraneo all'hip hop. Come ti poni nei confronti di queste persone anche in un ipotetico successo?

K.: Mi piacerebbe tanto, sai? Soprattutto vendere alle signorine che frequentano le discoteche (quelle carine), sarebbe uno dei miei sogni!

Scherzi a parte, credo sia ora di proporre quello che facciamo alla gente estranea alla scena. Spesso si compie un unico, grande errore: pensare alla gente esterna prima di lavorare un pezzo, snaturando le nostre caratteristiche e il nostro gusto musicale per andare incontro alla loro mentalità. Io credo che debba essere il contrario, imporci con il nostro suono, tutto sta nell’entrare nei loro stereo, ed io do ragione a Mista quando dice che lui ha la combinazione per riuscirci, l’ha dimostrato col suo disco, davvero bello! L’ho fatto sentire a gente che non ha nulla a che fare con l’hip hop e sono impazziti: tuttavia non credo che per questo qualcuno possa dubitare che Mista sia un artista hip hop al 100%. Stesso discorso per i Sangue Misto, quando faccio sentire a qualcuno SXM se ne innamorano, e chi potrebbe mai sognarsi di dire che quello non è un disco hip hop?

É tutta una questione di promozione e musicalità, quando si fa musica, le barriere fra scena ed esterni sono abbattute in partenza.

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