Intervista a Kaso & Maxi B

by • 04/09/2005 • IntervisteComments (0)501

E’ davvero utopico pensare che un disco rap possa arrivare al cosiddetto grande pubblico?

Kaso&Maxi B hanno le idee molto chiare in merito, e il loro ultimo lavoro, “Tangram”, lo dimostra chiaramente. Ci vogliono impegno, idee chiare, consapevolezza, amore per la musica. E, soprattutto, una grandissima voglia di comunicare. Questo è il resoconto della nostra chiacchierata.

Darkeemo: Il vostro precedente lavoro in coppia, “Preso Giallo”, risale al 1999; in seguito avete seguito entrambi la propria strada: Kaso ha realizzato un disco solista, Maxi è stato impegnato in altri progetti. Cosa vi ha portato dopo ben sei anni a realizzare un nuovo disco insieme, e, più in generale, come nasce “Tangram”?

Maxi: Innanzitutto devo premettere che il feeling artistico tra noi due è sempre rimasto vivo, come testimoniato dall’incessante attività live che ci ha visto sempre esibirci insieme. Questo nuovo disco è sempre stato nell’aria, il fatto che siano trascorsi 5/6 anni è stata una casualità dovuta a più fattori: innanzitutto, come accennavi tu, c’è stato il lavoro solista di Kaso a cui tuttavia ho contribuito in prima persona anch’io; inoltre volevamo che Tangram segnasse una nostra maturazione artistica rispetto a “Preso Giallo”, in maniera tale da “esulare” dal contesto rap.

Kaso: Il desiderio di fare qualcosa insieme è sorto in maniera naturale, così come il coinvolgimento di Vez è venuto da sé.

M.: Sì, c’è sempre stata una grande comunione d’intenti, volevamo spostarci di un gradino rispetto al nostro precedente lavoro, che era prettamente ad uso e consumo dei b-boy; i soliti stereotipi hip hop iniziavano ad andarci stretti, il rap per noi è prima di tutto musica, volevamo allargarci a nuove vedute

K.: In questo disco abbiamo cercato di lavorare su canzoni vere e proprie, che implicano ulteriori caratteristiche rispetto alla canonica struttura strofa + ritornello: ad esempio ci siamo concentrati molto sui cambi musicali. Ogni pezzo di Tangram nasce da un’idea, da un’intuizione, e non esistono pezzi intercambiali: tutte le canzoni sono uniche, il testo è indissolubilmente legato alla base.

M.: Anche il cantato, che solitamente nei pezzi rap ha una funzione quasi “ornamentale”, ha invece nel nostro disco una valenza molto più elevata, con una sua importanza specifica.

K.: Cantati che tra l’altro sono stati scritti tutti da noi, eccetto “Io Canto” in cui c’è la mano di Torme

M.: Abbiamo cercato inoltre di evitare le rime fini a se stesse, che ora sono tanto di moda; non ci interessavano barre che per quanto belle restano comunque estranee alla logica del pezzo, abbiamo cercato di rendere le parole al servizio del testo, funzionali alle storie che stavamo raccontando.

D.: Questa sorta di “cambiamento di rotta” potrebbe rendere il vostro lavoro appetibile ad un pubblico molto più ampio rispetto a quello della cosiddetta “nicchia” hip hop: io credo che Tangram abbia le potenzialità per essere apprezzato anche da un’utenza solitamente estranea al rap. Avete pensato anche a questo mentre lavoravate al disco?

K.: Sinceramente no, certo che se arriverà un riconoscimento anche dai non addetti ai lavori non potrà che farci piacere. Finora abbiamo ricevuto ottimi pareri anche da persone poco affini all’hip hop e ciò ci rende felici, l’obbiettivo di chi fa musica è che i suoi pezzi vengano ascoltati da più persone possibili, del resto. La cosa fondamentale è che in questo disco abbiamo inserito canzoni che prima di tutto piacciono a noi e che ci convincevano al 100%. Abbiamo fatto ciò che più ci piaceva e ci faceva stare bene, fregandocene del suono del momento: abbiamo usato anche basi vecchie, come in “Se Non Ne Puoi Più”, ma questo non ci interessava, puntavamo a trovare qualcosa che potesse suscitare delle emozioni vere. Da parte nostra c’è il desiderio di parlare a chiunque, l’esigenza di comunicare è stata fondamentale nella realizzazione di questo disco, nasce tutto da qui. Noi vogliamo arrivare a tutti, senza ovviamente sminuire lo standard artistico del prodotto abbiamo lasciato da parte i canoni imposti dalla scena e riflettuto a lungo su ciò che davvero volevamo dire.

D.: Un altro aspetto che impressiona favorevolmente del disco è proprio l’ampiezza dei temi trattati: si passa da resoconti di attualità, quasi sul confine con la politica, a narrazioni più personali, fino a canzoni d’amore che tuttavia non sfociano nel melenso.

M.: Entrambi abbiamo vissuto determinate esperienze a livello personale ed abbiamo voluto raccontarle, ci ricolleghiamo al discorso di prima sull’esigenza di comunicare…Abbiamo descritto semplicemente quello che siamo, tralasciando determinati clichè che non ci interessavano più: senza nessun disprezzo per ciò che è stato, beninteso, solo con un gran desiderio di arrivare al cuore dei nostri ascoltatori. Il rap, se sfruttato correttamente, è un mezzo potentissimo e vanta un pregio unico, tra i vari generi musicali: quello di arrivare diretto a colpire l’immaginario dell’ascoltatore. Abbiamo cercato di lavorare in questa direzione, speriamo di esserci riusciti.

D.: E a proposito della dirittezza, uno dei pezzi che più colpisce per la sua intensità è “6 febbraio”. Visto l’esperienza che hai attraversato, non credo sia stato un pezzo semplice da scrivere.

M.: Infatti non lo è stato assolutamente…La scrittura mi ha permesso di metabolizzare il fatto, di esorcizzarlo, diverso tempo dopo l’accaduto; il rap ha svolto una funzione terapeutica di spurgo e di sfogo, sostituendo le lacrime. Ho impiegato molto tempo a scrivere questo pezzo, perché ho cercato di raccontare i fatti e le emozioni con la massima onestà: non mi interessava dare una falsa immagine di questa situazione, ho scritto mi sembra sei strofe per arrivare al livello che desideravo, e ad ogni stesura mi accorgevo che non ero stato del tutto sincero. E’ stato difficile non scadere nella retorica, sempre in agguato quando si affrontano questi temi…si è trattato di un pezzo sicuramente sofferto, per il suo lungo e faticoso iter di lavorazione. Nel complesso il pezzo si riconduce al vero intento di Tangram, ossia comunicare con stile.

K.: In questo contesto il rap è stato una sorta di terapia di gruppo, è stato utile non solo per Maxi ma anche per noi che gli stavamo vicini, ci ha consentito di chiarire le cose e mettere i puntini su certe “i”. Riguardo il “comunicare con stile”, noi abbiamo cercato di andare oltre il mero livello tecnico, superare lo “spaccare il culo” che spesso ancora si sente in giro: ormai in Italia sono state acquisite delle basi solide, sono anni che si fa del buon rap, noi volevamo fare un passo avanti, cercare qualcosa che emozionasse davvero…questa è l’idea fondamentale del disco.

D.: Un’idea che, soprattutto tra le nuove leve, non sempre sembra venga recepita.

K.: Infatti…in giro ci sono diversi ragazzi che sanno fare il rap, magari in freestyle spaccano il culo, ma nei testi si perdono. E’ inutile dirsi quanto si è validi, bisogna dimostrarlo coi fatti.

M.: Io ascolto molti demo, il livello si è nettamente alzato rispetto anche solo a pochi anni fa, a molti ragazzi manca solo quella maturità che raggiungeranno con gli anni, anche a livello personale. L’importante è sempre essere naturali, dire quello che davvero ci serve…essere liberi. Anche il titolo del disco si ricollega a questo concetto: nel gioco del Tangram con sette figure puoi creare tutto quello che vuoi, io con 24 lettere do forma a qualsiasi cosa. L’ascoltatore hip hop non è abituato a parlare degli artisti in quanto persone: il rap, come ti dicevo prima, è espressione diretta, se racconti cose in cui tutti possono identificarsi allora hai in mano la bomba, puoi farti il tuo film, lasciarti prendere dal tuo viaggio. Forse proprio in questo sta il principale cambiamento rispetto a Preso Giallo, nella nostra consapevolezza di sapere cosa dire e come dirlo.

D. Anche a livello musicale comunque Tangram ha segnato una chiara evoluzione nel vostro percorso, ho visto che a questo album hanno collaborato molte persone non necessariamente collegato all’ambito rap…

K.: Infatti, è così. In questo progetto sono state coinvolte oltre 15 persone, a cui siamo legati da un rapporto di profonda stima e rispetto artistico e personale, come nel caso dei fratelli Tarducci o Cellamaro, mentre con Camilla il rapporto è rodato da tempo. Non ci interessava pagare gente affinché comparisse nel nostro lavoro, le collaborazioni sono funzionali al disco ed abbiamo cercato di integrare gli artisti in questo progetto. Non so, ad esempio a Torme abbiamo esposto l’idea del pezzo, gli abbiamo fatto sentire le nostre strofe e lui si è preso davvero bene. Anche gli altri contributi, seppure meno visibili, non sono certo stati meno influenti, si tratta di persone molto vicine al nostro giro.

M.: Il disco comunque si basa sui nostri pezzi, sono l’ossatura fondamentale del lavoro, i più rappresentativi. Non volevamo certo che la gente comprasse il nostro disco perché, ad esempio, c’era una strofa di Torme…con tutto l’affetto per Torme, sia chiaro.

K.: Il confronto con musicisti “esterni” all’hip hop è stato molto stimolante, è gente che ci ha messo del suo e da cui abbiamo cercato di imparare il più possibile…abbiamo cercato di uscire dalla nostra cerchia, di crescere artisticamente. E’ un discorso che stiamo portando avanti anche dal vivo, in certe occasioni abbiamo suonato accompagnati dagli strumenti.

M.: Il live anche in queste condizioni resta comunque legato all’hip hop, che resta alla base di tutto. Gli strumenti tuttavia danno completamente un’altra impressione.

D.: Vi siete “accasati” ad un’etichetta neonata, come la Minoia Records. Qual è il vostro primo bilancio di questa esperienza discografica?

K.: Ci sono i pro e i contro di tutte le esperienze discografiche, come hai detto tu l’etichetta è alle sue prime armi e necessita di fare esperienza, in fin dei conti il nostro è il secondo disco che esce sotto Minoia dopo quello dei DDP. Si trovano nella condizione di gestire pochi gruppi, speriamo riescano a svolgere questo compito al meglio. Il nostro intento era trovare un partner affinché Tangram, a differenza di molti altri dischi italiani, non avesse una vita troppo breve: molti lavori, infatti, benché di buona qualità, spariscono dopo poche settimane. Noi invece volevamo che la pubblicazione e la promozione fossero curate a dovere, cosicché il disco resti più a lungo in circolazione. Settembre sarà una sorta di “seconda uscita”, dopo la pausa delle vacanze: cercheremo di valorizzare il disco il più possibile, soprattutto attraverso i live.

D.: A me sembra, correggetemi se sbaglio, che una delle più grosse lacune delle etichette che si occupano di rap sia l’incapacità di gestire la fase di pubbliche relazioni: si spingono i prodotti attraverso quei pochi canali dedicati all’hip hop e c’è timore nel tentare il passo successivo.

Vez: Considera che questo lavoro è svolto in maniera pessima nelle major, a maggior ragione in un’etichetta di dimensioni ridotte e con limitate possibilità economiche il compito si fa arduo. Soprattutto manca l’esperienza applicata al mestiere, certe figure professionali nel rap italiano proprio non esistono: penso ad esempio al ruolo del produttore artistico; in troppi pensano che il produttore sia solo quello che fa le basi, ma non è affatto così. Col tempo sono convinto che la situazione andrà migliorando.

K.: Anche il rapporto con i media che si occupano di musica non è affatto facile; c’è grossa diffidenza nei confronti del suono “di nicchia”, le radio ad esempio hanno paura ad inserire in rotazione quei pezzi che non sono in cima alle classifiche. Basti vedere a pochi chilometri da qui, in Svizzera, quanto sia diversa la situazione: lì quando un pezzo, anche di provenienza underground, riscuote il gradimento del pubblico, viene inserito nella programmazione quotidiana e riesci ad ascoltarlo in ogni ora della giornata, non esistono i programmi dedicati ad un genere. Da noi manca questo passaggio, chi lavora in radio non propone ai suoi capi i pezzi che gli piacciono e rimaniamo chiusi nel nostro angolo. Prendi il nostro caso: hanno passato il singolo, è piaciuto molto, lo hanno inserito in rotazione e ci hanno chiesto di passare altri pezzi.

V.: In Italia probabilmente non sappiamo comunicare.

M.: C’è anche da dire che spesso nel nostro ambito si sbaglia il modo di porsi, c’è una differenza di standard linguistici troppo evidente: se un rapper si presenta in radio e dice “Bella, ho qui un cd che è la bbbomba!” è logico che non verrà preso sul serio. E’ necessario imparare il linguaggio delle radio, creare un prodotto utilizzabile e saperlo produrre e promuovere. Se le etichette avessero un ufficio stampa non sarebbe male, come inizio.

D.: Classica domanda di chiusura: vostri progetti futuri?

M.: Io sto lavorando ad un progetto con Michel, per il quale i tempi dovrebbero essere piuttosto brevi. Si tratterà di una sorta via di mezzo tra un disco e un mixtape, produzioni interamente curate da lui, al microfono troverete il sottoscritto affiancato da un sacco di ospiti diversi, sia persone con cui ho già avuto modo di lavorare, sia artisti con cui per un motivo o per l’altro non ero mai riuscito a concludere nulla, ad esempio Amir.

K.: Nel frattempo proseguiremo l’attività live per la promozione di Tangram e realizzeremo un video. Inoltre terremo aggiornato il nostro sito (www.kasomaxib.com), vogliamo che diventi un punto di riferimento per quanto ci seguono, potete trovarci un po’ di informazioni riguardo noi, il nostro disco, più basi e acappella per potervi sbizzarire.

(Si ringraziano Icon, Tia e Pie per l’attivo contributo alla chiacchierata)

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