Intervista a Irene Lamedica

by • 15/04/2006 • IntervisteComments (0)730

Irene Lamedica, "madre spirituale" dell'RnB nostrano, ci ha invitato ad ascoltare in anteprima il suo nuovo album in uscita a breve, Dal tramonto all'alba. Tra un pezzo e l'altro si chiacchiera di musica da fare, musica da ascoltare, sensazioni, rap, e del futuro della scena italiana in bilico tra il vecchio e il nuovo.

Blumi: Sei stata incoronata a furor di popolo come pioniera e regina dell’RnB italiano, e in effetti sei stata l’artista italiana che più di tutte ha saputo creare un proprio stile, ben definito sia rispetto alla musica italiana, sia rispetto alle influenze d’oltreoceano. Quali sono gli artisti che più ti hanno influenzato, a livello nazionale e internazionale?

Irene: Sarebbe difficile riuscire ad elencarli tutti. Quando ho cominciato a occuparmi di RnB, più di dieci anni fa, si trattava di proporre in italiano un genere che in Italia non aveva radici né riferimenti: era difficile combinare la metrica della nostra lingua con ritmiche e sonorità RnB, il gospel era una cultura da noi praticamente inesistente, gli ascoltatori non erano abituati a questo tipo di gusto musicale… Senza contare che l’RnB non si impara, puoi imparare una tecnica vocale ma non puoi certo studiare a tavolino le vibrazioni da trasmettere, quelle devi sentirle. Ho un mio stile e di questo sono contenta, ma non si può dire che sia una scelta: è così da sempre, me lo dicevano già quando ho iniziato, credo sia una mia prerogativa. In tutti questi anni, però, si può dire che ho assorbito molto dalla musica che ho vissuto, ascoltato e trasmesso: credo di riuscire ad assimilare il soul e di rifletterlo nei miei pezzi senza neanche pensare al come farlo. A livello razionale, però, cerco di rapportarmi sempre ai prodotti americani, trovando una mia maniera di scrivere e interpretare, ma che possa essere competitiva con una scena soul più ampia e non con la "nicchia" italiana. Se poi devo citarti qualche nome che mi ha particolarmente influenzato, sicuramente dico Mary J. Blige, Marvin Gaye, Anthony Hamilton, Curtis Mayfield, Pac e Biggie… E Pino Daniele per gli italiani: è lui che ha portato qui e rielaborato la tradizione rhythm’n’blues, è stato sicuramente uno dei miei maggiori modelli.

B:Il tuo nuovo album, Dal tramonto all’alba, sembra proporsi come un lavoro nettamente diverso, rispetto alle tue precedenti produzioni: l’impressione è quella di un suono molto più omogeneo, di una maggior cura dei dettagli, addirittura di una diversa attitudine nell’interpretazione dei brani. È solo una sensazione o effettivamente qualcosa è cambiato dai tempi di Soulista?

I: No, non è un’impressione. Si dice sempre che per un artista il primo album è il più importante e il secondo è più importante ancora, ma per quanto mi riguarda è questo il più importante di tutti. Certo, in realtà questo potrebbe valere per tutti i miei lavori, perché se li inquadro ciascuno nel suo contesto, erano tutti a loro modo curati e innovativi per gli standard (miei e altrui) dell’epoca: seguivano passo passo l’evoluzione della mia personalità. Quest’ultimo disco, però, lo sento come un punto cardine della mia vita, forse perché dai tempi di Soulista (1999, ndr) ad oggi sono cambiate molte cose: le esperienze nuove sono state molte, sono diventata mamma, mi sento più pronta ad esprimermi, la mia voce è cambiata… Anche il mio modo di scrivere è molto diverso: non mi lego più tanto alla ricerca del motivo musicale e mi concentro sulla ritmica, il che fa sì che se trovo una metrica che funziona sopra un beat, la melodia viene spontanea in un secondo momento. Chiaramente questo mi rende molto più libera nel comporre, un po’ come capita con i rapper. Insomma, c’è molta voglia di fare, ma soprattutto molta voglia di esserci, visto che era un po’ che mancavo dalla scena musicale.

B: Senza contare Dal tramonto all’alba non segna solo una nuova tappa della tua carriera, ma anche la nascita della Too Deep Records, fondata con Steve Dub. Era da molto che pensavate a un’etichetta tutta vostra? Avete già in cantiere qualche progetto?

I: Era molto tempo che sognavamo una nostra label, ma concretizzare il progetto era complicato: tra la mia musica, il programma alla radio, la famiglia e le serate da dj di Steve, il tempo per lavorarci su era veramente poco. Poi, però, pensando al mercato italiano e a come normalmente vanno le cose, mettere su un’etichetta nostra è diventata un’esigenza per essere liberi e indipendenti; e anche, ovviamente, per investire su qualcun altro, visto che finalmente comincia a formarsi una scena RnB nostrana ed emergono molti cantanti di talento. Il primo che uscirà sotto Too Deep Records, oltre a me, è un artista napoletano di nome Emiliano Pepe, un ragazzo dotato di una grande personalità musicale. Quando l’ho sentito per la prima volta, nella mia mente è scattato qualcosa di strano: quello che stavo ascoltando era un ibrido tra Pino Daniele e R Kelly, assolutamente eccezionale! Ci sono poi altre idee in ballo, anche se non sono ancora molto ben definite, ma una cosa è certa: non vogliamo strafare o accaparrarci tutto il mercato, abbiamo intenzione di lavorare su un progetto per volta prendendoci il tempo che ci serve e curandolo nel minimo dettaglio. Per il momento ci occuperemo più che altro di RnB, ma non escludiamo assolutamente di passare anche al rap: visto che però pianifichiamo le cose man mano che gli artisti arrivano, cominceremo a pensarci quando troveremo un rapper veramente valido da produrre. Anzi, se c’è qualche candidato in ascolto, contatateci… Soprattutto se pensate di avere qualcosa in comune con Kanye West e Common! (ride).

B: A proposito di rap e Rnb in Italia, si discute spesso del primo, ma quasi mai del secondo. Credi che si possa parlare di una scena vera e propria, attualmente? Cosa pensi dei tuoi colleghi e della possibilità di portare all’attenzione del grande pubblico la black music cantata in italiano?

I: Una scena RnB italiana ancora non c’è: ci sono però degli artisti che stanno cominciando a catturare l’attenzione del pubblico, che hanno bisogno di essere prodotti seriamente e che hanno molte qualità apprezzabili. È difficile parlare di "nuova" scena quando i nomi più noti dell’Rnb italiano siamo io e Tormento, entrambi veterani di questo suono. Per quello che riguarda gli artisti che si propongono ultimamente, molti mi hanno colpito, ma molti altri mi hanno convinto poco: credo che non si possa pensare di fare RnB senza dare un certo spessore alle liriche, altrimenti finisce per suonare finto, di gomma. Il problema dell’Italia è che, pur essendoci vocalist molto validi, manca la cultura e il modo di produrre e arrangiare sia la parte vocale che la parte strumentale: l’RnB non è il rap, se vuoi farlo bene devi curare alcuni fattori fondamentali. I presupposti per maturare come scena ci sono tutti, ma bisogna anche dire che siamo in un periodo storico particolare, in cui tutta l’industria musicale è in crisi e il crescere o meno di una scena non dipende solo dai musicisti che ne fanno parte. Tra gli artisti italiani che apprezzo e che passo in radio, comunque, posso citarti il nostro Emiliano Pepe e poi Alessio Beltrami, che ha recentemente pubblicato un suo EP e che ha un modo di scrivere e di comporre molto nu-soul, pur restando musicalmente ben definito.

B: Nella tua carriera hai lavorato su moltissimi progetti differenti per stile, orientamento, impostazione e obbiettivo. Quest’eclettismo sembra riflettersi anche nel tuo album, che include molte diverse sfumature del suono RnB e soul…

I: In realtà non è una cosa voluta. Io ascolto black music dalla mattina alla sera, e l’ascolto tutta, senza eccezioni: dal dirty south al nu-soul all’RnB passando per il conscious rap. Finisco per assimilare tutte le diverse facce di quest
a musica e le rifletto naturalmente nei miei pezzi, col risultato che i miei album risultano molto variegati. Non sono certo la prima, però: pensa a Mary J. Blige, che nei suoi lavori riesce a conciliare brani soul in senso più classico, brani RnB, brani dalle sonorità hip hop, featuring con icone del pop… Devo ammettere, comunque, che il mio album è stato molto influenzato dal soul anni ’70, anche perché nel periodo in cui stavo scrivendo ascoltavo soprattutto quello. Credo che quando ascolti il mio disco sia percepibile quel tipo di sapore, quel modo di vedere le cose. Le liriche di Curtis Mayfield o di Marvin Gaye, rispetto a quelle di oggi, hanno tutto un altro spessore: non erano condizionati dagli status symbol della nostra epoca e questo fa sì che siano molto più vere, più calde. Forse è proprio per quello che mi hanno ispirato così tanto, sento che mi appartengono molto di più. Per me sarebbe impossibile riconoscermi in un certo cliché tipico dell’RnB: non mi faccio regalare diamanti, non giro su una Bentley, sono una persona normale.

B: Parlando di cliché, nel mondo dell’RnB ci sono due scuole di pensiero contrastanti: una afferma che è necessario studiare musica e canto per poter dare il massimo, l’altra sostiene che lo studio della tecnica vocale è solo un ostacolo alla spontaneità tipica del soul, che per definizione dev’essere istintivo. Tu cosa ne pensi?

I: Sono entrambe palle, o meglio, sono entrambe affermazioni incomplete. Innanzitutto per fare RnB devi avere una tecnica solidissima, ma non la puoi acquisire solo con lo studio teorico: da un insegnante di canto puoi imparare solo alcuni elementi per impostarti correttamente, ma la vocalità e certi espedienti in America si tramandano nelle chiese e nei cori gospel. È forse l’insegnamento della musica più rigoroso e impegnativo che esista, in termini di tempo e di fatica, ma non si può certo parlare di una scuola in senso stretto. Personalmente, quando c’è da scegliere tra stile e tecnica preferisco lo stile, l’anima: non tutti possono essere Stevie Wonder o Chaka Khan. A pensarci bene, ad esempio, D’Angelo non ha poi una così bella voce, ma ti trasmette delle sensazioni incredibili; Mary J. Blige, che adesso è diventata impeccabile anche da quel punto di vista, ha passato un decennio a incantare le folle anche se la sua tecnica era scarsina. Guarda invece i Boyz II Men: ineccepibili sulla carta, ma non entreranno mai nella storia e sono scomparsi in poco tempo, perché non avevano quel qualcosa in più da dare.

B: Sei conosciuta tanto per la tua musica quanto per i tuoi programmi radio, da One-two One-two a Soulsista: in quest’ambito hai avuto spesso occasione di intervistare i tuoi miti di sempre. Quale artista ti ha entusiasmato di più incontrare?

I: Su tutti, sicuramente Mary J. Blige. L’ho intervistata tre volte: l’ultima volta che è venuta avevo già avuto occasione di ospitarla in radio due mesi prima, perciò le avevo già fatto qualsiasi tipo di domanda sull’album e sui suoi progetti futuri… Al che le ho chiesto se non le dispiaceva mettere su un po’ di dischi insieme, anziché fare la classica intervista ingessata, e lei ha accettato molto volentieri. Ci siamo divertite da morire, in studio regnava un clima fantastico, perfino suo marito e il suo entourage erano presi benissimo: abbiamo cominciato a tirare fuori pezzi classici, vecchi brani che aveva campionato, nuove leve, canzoni semisconosciute, chiacchierando a ruota libera. Alla fine si è messa perfino a cantare, anche se all’inizio non aveva assolutamente voglia di farlo. Quest’esperienza ha confermato tutto quello che pensavo di lei come persona: è una che è se stessa solo quando si sente nel suo ambiente, parlando di ciò che ama veramente. Oltre a lei, ricordo con piacere le interviste a John Legend, a Snoop Dogg, a Luciano… Tutti artisti e persone fantastiche.

B: Grazie al tuo lavoro a Radio Deejay, tra l’altro, hai la possibilità di entrare in contatto con una fetta molto varia di appassionati e professionisti della musica: nella tua esperienza, qual è l’idea che il pubblico generico e gli addetti ai lavori si fanno della cultura hip hop? Prima o poi riuscirà a sfondare anche nel mainstream?

I: La discografia italiana è in un momento un po’ particolare: la gente non compra dischi, è difficile parlare del futuro. Bisogna dire, però, che personaggi come Mondo Marcio stanno facendo da traino a tutto il rap italiano: su di lui hanno investito molto, il che vuol dire che si aspettano che abbia successo. Spero solo che la scena underground non gli si scagli contro com’è successo in passato con altri artisti, perché al di là del parere personale che ciascuno ha di lui e della sua musica, la sua presenza può solo aiutare chi fa hip hop in Italia. In America nessuno fa il processo a chi riesce ad arrivare in alto, forse è il caso che anche noi la smettiamo di accanirci contro tutto ciò che potrebbe darci visibilità. So che diverse case discografiche stanno lavorando con artisti hip hop: speriamo che non sia una bolla di sapone, ma quello che succederà dipenderà soprattutto dalla qualità dei prodotti. Se qualcuno riuscirà a conquistare la gente comune, avremo messo un primo mattone per costruire qualcosa di duraturo. Non posso prevedere quello che succederà: tutto ciò che so è che vedo un grande entusiasmo, speriamo che dia frutti.

B: Qual è il tuo rapporto con il rap?

I: Lo adoro. Ha inventato un linguaggio, ha rotto gli schemi con il passato. Ci trovo dentro della poesia anche quando è ignorante e grezzo: quando ascolto un pezzo di 50 Cent è come se mi ritrovassi dentro a un film, non riesco ad avere niente da ridire perché ti mostra uno spaccato di qualcosa in cui non puoi intrometterti, che devi solo osservare. Apprezzavo perfino i dissing, quando erano fatti con un certo criterio e non erano pretesti per una sparatoria in centro città. Del rap mi piace soprattutto il fatto che ognuno dice la sua: c’è lo sborone, la voce della coscienza, il gangsta, il poeta, quello che gioca con le parole… Ciascuno di loro usa il rap a modo suo, per trasmettere il suo messaggio. E mi piace il suo significato sociale: un ragazzino come Juelz Santana in quattro anni è riuscito a cambiare completamente la sua vita, grazie alla sua passione. È una chance importante per uscire da situazioni negative, psicologicamente ed economicamente.

B: In conclusione, se dovessi mandare un messaggio ai tuo ascoltatori, cosa dobbiamo aspettarci da Dal tramonto all’alba?

I: Un disco fatto con l’anima, vero, costruito su tanti sacrifici. Spero che la gente lo ascolti e riesca ad apprezzarlo per quello che è, ma in realtà è il fatto stesso di averlo realizzato che mi rende felice: quest’album era un’esigenza, per me. Comunque vada, andrà bene: sicuramente è un lavoro che non capiranno tutti, ma sono certa che chi lo capirà, lo capirà davvero.

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