Intervista a Ikaya

by • 21/07/2012 • IntervisteComments (0)768

Durante la tappa milanese della nostra vecchia conoscenza Alborosie che abbiamo intervistato poco tempo fa, abbiamo avuto modo di incontrare Ikaya, nuova e promettente voce del reggae roots in tour proprio con l’artista italiano. La cantante nativa di Kingston punta tutto sul messaggio profondo nelle sue canzoni e leggende del calibro di Freddie McGregor e Sly Dunbar ne hanno già cantato le doti e le capacità. Vediamo cosa l’artista ha raccontato ai nostri microfoni in questa mini-intervista, svoltasi nel backstage dopo il suo show.

Haile Anbessa: ciao Ikaya, prima volta in Italia? Cosa ne pensi del nostro pubblico?

Ikaya: Ciao. È tutto fantastico. Sono felice poiché come mi aspettavo il pubblico qui in Italia e in Europa in generale mi sta accogliendo con grande calore e amore. Spero di riuscire a restituire al pubblico con la stessa intensità quello che provo io sul palc.

H.A.: il tuo nome ha un significato particolare?

I.: il mio vero nome è Kadian Blair ma Capleton, sin da quando ero bambina, mi chiama Ikaya e così ho deciso di adottarlo come nome sul palco. Ikaya significa vento dell’anima.

H.A.: Capleton?

I.: sì, Capleton è stato come un secondo padre per me e infatti il mio esordio è stato proprio con lui nel 2000 con Fire sul Martial Arts rhythm di Skatta Burrell. All’inizio aprivo anche i suoi concerti. Ogni anno ritorno a St. Mary per il concerto del suo compleanno St Mary Me Come From. È un grande amico di mio padre, l’ex calciatore della nazionale giamaicana Hugh “Bingy” Blair.

H.A.: come hai iniziato a cantare?

I.: sai io provengo da una famiglia da sempre coinvolta nella musica. Mio nonno ad esempio è Irving Pusey, membro del celebre gruppo ska, reggae e rocksteady The Ethiopians. Io canto da quando ho 3 anni. Ho frequentato poi la Wolmer’s Girls’ School a Waterhouse e là ho potuto affinare le mie tecniche.

H.A.: oggi sei in tour con Alborosie. Come è venuto questo incontro?

I.: si è trattato di un incontro fortunato a livello dei nostri due management. Oggi credono molto in me.

H.A.: stai lavorando a un tuo album?

I.: sì è in lavorazione e ne sono molto orgogliosa. È un album fondamentalmente roots e one drop e come sempre nelle mie canzoni il concept è ciò che vivo nella vita di tutti i giorni, le mie esperienze di gioie e dolori che tutti viviamo. I miei singoli precedenti Hard Way, High With You, Amber Alert con Merciless, Fly Away prodotta da Don Corleon, Ain’t Giving Up e Rasta Heart sono una prova di ciò che significa la mia musica. In ogni caso devo sempre recapitare un messaggio ricco di significato al mio pubblico.

H.A.: sono previsti dei featuring?

I.: sì con Albo naturalmente ma anche con altri artisti quali Capleton, Damian Marley e Jah Cure.

H.A.: quali sono i tuoi artisti preferiti?

I.: Bob Marley e Peter Tosh naturalmente, Beres Hammond, Marcia Griffith e uno dei miei modelli Tanya Stephens che mi supporta al 100%.

H.A.: e della dancehall in Giamaica cosa mi dici?

I.: posso dirti che è parte della nostra cultura e quindi non è giusto condannarla totalmente. Se racconta fatti di vita vissuta anche violenti ma lo fa come monito e non come incitamento ha comunque un senso e un valore. Il trend in Giamaica oggigiorno è quello perché la dancehall fa ballare e quindi dimenticare i problemi che viviamo tutti i giorni ma in ogni caso le foundations non vengono mai dimenticate. Io però sono più per ritmi one drop perché come mi dice sempre Capleton il one drop è il battito della gente e questa musica cura la mente, il corpo e l’anima.

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Un ringraziamento particolare a Simone e Giorgio Panizza per le foto

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