Intervista a Helloex

by • 10/03/2011 • IntervisteComments (0)536

Haile Anbessa: Partiamo dal tuo album: Fare o non Fare. Cosa hai voluto esprimere con il tuo lavoro da studio? Quale messaggio?

Helloex: Ciao, innanzitutto vi ringrazio dell'interesse.Il messaggio è molto chiaro: se decidi di Fare una cosa (non solo in campo musicale), o la fai Bene o evita le mezze misure; falla fino in fondo o non farla per niente. Zero paraculate. Quando ho capito – e messo in pratica – questa cosa, a me è letteralmente cambiata la vita.

H.A.: Quali sono i nomi coinvolti nel progetto?

H.:I nomi coinvolti nel progetto sono tutti amici, oltreché persone per le quali nutro un immenso rispetto artistico. Ciascuno mi ha dato quel che mancava a completare questo mio primo capitolo, e gliene sono infinitamente grato. Dai beats di Shocca e Michel (più "golden age"), alle strumentali – esperimento come quella di Alberto Ricca in Meglio di Vasco. Ci sono poi la base di Double D, indubbiamente un nuovo talento del beatmaking italiano, sulla quale ho voluto "sperimentare" io, e quella di Skat per un pezzo tutto punchlines sulla scena rap attuale. Il beat del primo pezzo (Non c'è provare) è invece una mia produzione. Per quanto riguarda il versante mcing, sono onorato di avere due ospiti come Supa (non servono presentazioni) e il mio socio di crew Cake. Entrambi hanno dato un contributo essenziale alla buona (? giudicate voi *ride*) riuscita del tutto.

H.A.: Il disco ha un forte retrogusto funk. Come mai questa scelta artistica?

H: In verità non mi focalizzo mai su un genere solo, almeno nel campionamento o nella scelta dei beats. E' un limite. Credo invece che determinati argomenti vadano trattati col tappeto sonoro adeguato, altrimenti si rischia che ne risulti un minestrone senza logica. Diciamo che valutando le proposte che mi sono state fatte, è stato del tutto naturale dare quest'impronta al disco. Ditemi voi se ascoltando il disco non pensate che quantomeno i beats siano competitivi a livello INTER-nazionale! Sul rap potete anche criticarmi, ma le produzioni son pazzesche *ride*. Scemate a parte, non ho mai pensato a cose tipo "voglio un disco classico, funkeggiante, elettronico, zarro ecc". Quel che ho utilizzato era ciò che mi serviva.

H.A.: Mi puoi raccontare della tua esperienza con la Famiglia Duroni?

H.: Famiglia Duroni è, per me, più di una crew. E' un collettivo artistico che ho fondato 4 anni fa con Cake (mc) e QV aka Dott. Maiale (grafico). L'obiettivo comune non è quello di spingere "soltanto" rap, ma di associarlo a un progetto di grafica e sperimentazione in continua espansione. Per il momento siamo usciti con un prodotto ufficiale, Muthafuckin' Shit, che ci ha permesso di calcare più di 100 palchi nel Nord Italia, aprire i live di molti artisti che stimiamo e ottenere un discreto numero di consensi (e, chiaramente, critiche) dal pubblico. Non vogliamo piacere a tutti, lo stile è un po' particolare, pregno di sarcasmo e in netta contrapposizione rispetto alle attuali tendenze hip hop italiane. Il risultato di questo processo è stato per me il raggiungimento di quello che ora (solo ora) posso ritenere il mio lavoro migliore. Fino all'uscita del disco sentivo che mancava qualcosa, mi son così ritrovato ad esercitarmi ossessivamente sull'uso della voce, fino a raggiungere un equilibrio di flow, timbrica e intepretazione che finalmente mi sta gratificando come volevo. Per arrivare a questo ho dovuto correggermi innumerevoli volte, ma credo che solo chi non fa niente non rischi niente, e ad ogni modo posso ritenermi orgoglioso di ogni piccolo passo. E' chiaro poi che ogni obiettivo raggiunto stia alla base di una nuova evoluzione.

H.A.: Preferisci la “vita da solista” di oggi o il fare parte di un collettivo?

H.: Guarda, essendo io una persona parecchio lunatica, ti dico che a seconda dei periodi potrei preferire l'una o l'altra cosa. In "Fare o non fare" non avrei mai potuto condividere tutte le strofe con qualcun'altro, per una questione di spazio, atmosfere e significati. E' un disco molto personale. Il lavoro di gruppo mi permette di essere più diretto ma meno libero, da solo invece non ho vincoli.

H.A.: È stato difficile crescere artisticamente in una città di provincia come la tua tua?

H.: Per niente! ahahah, scherzi a parte, è stato tragico. Quando ho cominciato ad appassionarmi al rap – esclusa la Cricca dei Balordi (poi trasferitosi a Milano), la Piranha Clique, Jolly e qualche b boy solitario – c'era davvero il NIENTE nel Verbano. Proprio che a indossare un paio di baggy dovevi sentirti un ebreo a Berlino negli anni 30. Nessun "muretto", nessun locale adibito, nessun live. Poi pian piano, sia da solo che coi pochi amici che avevo, ho messo in piedi un ciclo di serate che in pochi anni hanno trasformato Verbania in una vera e propria capitale dell'hip hop italiano. Lo dico senza paura, parlano i fatti. Devo aggiungere una cosa, però: grazie a dio che sono nato qui. Molto probabilmente fossi nato altrove (parlo delle grandi città), mi sarei omologato allo stile dei rapper "rappresentativi" di quel contesto, quando invece vivere in provincia ha significato (almeno per me) la non-contaminazione a favore della crescita personale, individuale. E non parlo di "originalità a tutti i costi", assolutamente, parlo di sperimentazione genuina, ricerca di uno stile che mi permetta di esprimere al meglio i concetti espressi nei miei testi. Questo è un processo che potenzialmente non ha fine.

H.A.: Delle otto tracce dell’album quale senti più tua e rappresentativa? E per quale ragione?

H.: Così a caldo, dico "Non c'è provare". Parlare di musica è come ballare di architettura, diceva qualcuno, quindi lascio agli ascoltatori il compito di cogliere i motivi di questa mia risposta. Comunque, anche qui, dipende dal momento in cui (mi) ascolto.

H.A.: Come trovi la scena italiana in questo momento? E quella statunitense? Hai qualche critica da muovere? Pregi e difetti.

H.: Quale scena? Oggi non esiste più. Come già detto, ci sono solo gruppetti di persone che fanno i propri interessi prendendosi perlopiù troppo sul serio, ma con l’avvento dei social network era un processo inevitabile. Io, da giovane mc, ci sono cresciuto in mezzo e sto imparando a  conviverci, ma mi auspico che la situazione cambi e in fretta. Vedere gente DAVVERO valida “sotterrata” da una marea crescente di pseudo rappers della domenica senza uno sputo di credibilità supportati dai propri coetanei solo per moda e senza un minimo di criterio mi fa male al cuore. Sono comunque fiducioso, credo che il tempo sia una “livella” (cit.) artistica oltreché sociale, e prima o poi resteranno solo i più convinti e talentuosi.Gli altri verranno spazzati via come le mode dei bimbiminkia. Parlando di difetti, una falla enorme della cosiddetta "scena rap italiana" è la quasi TOTALE mancanza di ascoltatori. Gente che ascolta l'hip hop, e basta. Non ce n'è quasi più. Tutti mc's, tutti produttori, pochissimi writers e b boy (*ride). Guardacaso quando un genere cavalca l'onda, ci si buttano dentro tutti. Il writing e la breakdance sono invece considerate tutt'oggi – IN ITALIA – "sottoculture" hip hop, ed è per questo che là troviamo ancora un equilibrio. Negli Stati Uniti come in Francia invece, essendoci realtà molto più eterogenee rispetto alla nostra, c'&egrav
e; più scelta. Le etichette indipendenti rischiano di più e anche nell'undeground è possibile – per i più bravi, naturalmente – vivere di musica.

H.A.: Come hai iniziato ad appassionarti a questo tipo di musica?

H.: – Ho cominciato ascoltando il rap in mezzo a un mare di altre proposte musicali, dopodiché è come se non avessi più avuto altra scelta. Scrivevo testi in cantina, per i fatti miei a 15 anni, poi ho provato a mettere in rima le prime cose e mi sono accorto di quanto questa musica mi stesse aiutando a vincere la riservatezza che da sempre mi caratterizza. Terapia, una vera e propria Cura.

H.A.: Quale sarebbe per te il featuring dei tuoi sogni?

H.: Detesto parlare di sogni, sono fiero dei risultati ottenuti fin'ora. In Fare o non Fare c'è più di un "sogno".

H.A.: Stai lavorando a qualcosa di nuovo al momento? Progetti futuri?

H.: Sono al lavoro con un team di videomakers di Basilea per l'uscita del mio primo video. Poi raccolgo idee, ogni giorno qualcosa. Con l'esperienza unita al supporto delle persone giuste si puň arrivare dappertutto. Tenete d'occhio la pagina facebook.com/helloex e twitter. A presto e grazie ancora.

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