Il Turco: l’intervista

by • 03/07/2019 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Il Turco: l’intervista205

“Il Turco aka Sparo Manero: Rome Zoo, Gente de Borgata, Flaminio Maphia. Rap romano since 1995”. Già solo questa intestazione, che apre la pagina Facebook ufficiale del Turco, basterebbe e avanzerebbe per spiegare il perché vale la pena intervistarlo. In più aggiungiamoci il fatto che è da poco fuori con un nuovo album, Lontano, che si è fatto molto notare per la qualità delle rime e delle produzioni, nonché per la maturità e coerenza generale che vanno molto oltre la solita infornata di progetti usa-e-getta che escono in prossimità della bella stagione. Insomma, per tutti questi motivi lo abbiamo raggiunto al telefono per farci raccontare la genesi di questo suo ultimo lavoro e, già che c’eravamo, la situazione dell’hip hop romano vista dall’interno. (Continua dopo la foto)

Blumi: Nella tua carriera hai attraversato più di vent’anni di storia del rap romano. Per te che hai un bagaglio così importante, cosa significa fare rap oggi a Roma?

Il Turco: Roma, secondo me, è ancora una delle poche realtà dove il rap harcore e underground (o come vogliamo definirlo) è ancora radicato. L’hip hop è sempre stato un mezzo importante per esprimere una parte di me che altrimenti non sarebbe venuta fuori, e più l’età avanza, più ne sono consapevole. Ma ammetto che mi sono un po’ estraniato da tutto negli ultimi mesi, per evitare le distrazioni: non a caso il mio ultimo album si intitola proprio Lontano.

B: Ecco, a proposito: cosa ti ha spinto ad allontanarti?

T: È stata una cosa graduale. Di base sono sempre stato un lupo solitario, con una realtà familiare praticamente inesistente che mi ha costretto a cavarmela da solo fin dall’inizio. Alcuni eventi degli ultimi anni hanno rafforzato questa mia convinzione: niente di drammatico, in realtà, ma crescendo ti rendi conto che i rapporti con la gente sono molto basati sulla convenienza, che quelli interessati a ciò che pensi e senti davvero sono pochissimi. Detto questo, ovviamente non sono diventato un eremita! (ride) Ma mi sto prendendo del tempo per me stesso, per dare più importanza al mio micro-nucleo familiare che al momento è composto da me, dalla mia donna e dal mio cane. Il jet set non mi interessa più tanto, preferisco la solitudine. Tant’è che questo disco mi è uscito praticamente senza featuring, a parte quello di Egreen.

B: Perché proprio lui, tra l’altro?

T: Tra noi c’è una bella amicizia, e in più è sempre stato un personaggio molto rispettoso di un certo approccio all’hip hop e della sua storia, con cui mi trovo assolutamente d’accordo. Ci siamo incrociati varie volte nel corso delle nostre rispettive carriere, ma su questo disco si può dire che ci sia capitato per caso: aveva sentito per caso da Mr. Phil il beat de L’ultima spiaggia e gli era piaciuto tantissimo. Avrebbe voluto usarlo lui per un pezzo, tra l’altro con un mio featuring, ma siccome lo stavo già usando io per un pezzo per il mio disco, abbiamo unito l’utile al dilettevole. (Continua dopo il video)

B: In che modo la solitudine ha influito sulla tua scrittura?

T: Sicuramente è una scrittura ancora più introversa del solito, e già era introversa di partenza. Paradossalmente, però, è diventata anche più propositiva: sono riuscito ad inquadrare delle strutture che prima mi sfuggivano, sono riuscito a sviluppare uno sguardo al futuro un po’ più concreto. Certo, alcune critiche al mondo esterno e alcune prese a male restano, ma quello fa anche parte del mio carattere.

B: Lontano è un album molto compatto, sia come numero di tracce che come sonorità…

T: Sarà che quest’album non era nato con l’intenzione di fare un album: tutto partiva da un singolo, Disco d’oro, che sarebbe dovuto essere seguito da una serie di altri singoli. Anche perché io accuso molto l’attesa, e quindi accumulare una canzone dietro l’altra per un anno o due, in attesa di averne abbastanza per fare un album, è frustrante per me: preferisco lavorare per singoli. Però poi, senza rendermene conto, continuavo a scrivere, e quando un bel giorno mi sono accorto di avere abbastanza beat e abbastanza testi ho deciso di registrare tutto. In pochi giorni di studio, e senza quasi volerlo, ci siamo trovati con un disco in mano.

B: Disco d’oro potrebbe avere una doppia lettura, più intimista o di critica alla scena… Qual è l’interpretazione giusta?

T: La prima. Parlo di me, e del fatto che i dischi d’oro potrebbero essere visti quasi come una distrazione rispetto alla musica. Con questo non voglio dire che io sia scontento del fatto che il rap abbia ottenuto parecchi dischi d’oro negli ultimi anni: quando sono meritati, sono il primo a esserne felice. Però non voglio entrare in quel meccanismo tale per cui “Ora facciamo un pezzo così e così per sfruttare il trend e ottenere una certificazione”. Non è quello che mi spinge a fare musica, e non lo sarà mai.

B: Un altro pezzo che colpisce molto è Kitchen Confidential, che si intitola come l’autobiografia del compianto Anthony Bourdain (chef ribelle, anticonvenzionale e sopra le righe, morto suicida l’anno scorso: in Italia è famoso soprattutto per essere stato fidanzato con Asia Argento, ndr)…

T: Per me la cucina è importante quanto il rap, anche se è una cosa che ho scoperto dopo. Mi ha insegnato tantissimo. Bourdain era un personaggio fantastico, rappresentava una cucina un po’ punk e di nicchia, non aveva niente a che fare con il classico chef leccato che vedi in tv. Anche la sua scrittura irriverente era fantastica, e quando ha iniziato a fare i suoi show in tv in cui girava il mondo ad assaggiare cose stranissime io sognavo letteralmente di poter fare la vita che faceva lui… Altro che quella delle superstar del rap! (ride) Ho accusato moltissimo la sua morte, non mi aspettavo che facesse un gesto del genere.

B: Da dove nasce il tuo rapporto con la cucina?

T: Mi ha salvato, letteralmente, come mi ha salvato il rap. Ha formato il mio carattere. Non so ancora cosa farò da grande, ma mi piacerebbe davvero poter unire le due cose. Oggi faccio lo chef di professione: è una vita complicata, ovviamente, perché sei sempre fuori, ma ne sono molto felice e ho trovato un equilibrio. Collaboro con un’associazione culturale (che si occupa anche di musica, tra l’altro) e perciò la mia cucina ha anche una valenza sociale, si rivolge al quartiere in cui viviamo. Una bellissima situazione.

B: Tornando alla musica, sei sotto contratto con una delle poche vere etichette indipendenti rimaste nel rap italiano, la TAK Productions (la stessa che ha pubblicato il cd di Adversus dei Colle der Fomento, ndr). Una volta erano tantissime, ma per i ragazzi di oggi sembra che esistano solo due alternative ormai: la major o l’autoproduzione…

T: E ci riallacciamo al discorso iniziale: molta gente, oggi, è spinta solo dalla voglia di fare successo e numeri, una cosa che quando ho iniziato io non esisteva. Un tempo iniziavi a rappare perché eri incazzato, volevi esprimerti, avevi qualcosa da comunicare. Oggi la gente è un po’ meno incazzata e un po’ più calcolatrice, forse. Mi sento molto fortunato a poter fare musica in una realtà del genere, che è ancora interessata a lavorare con artisti come me, che comunque appartengono a una nicchia.

B: Progetti futuri, quindi?

T: Fino a poco fa stavo scrivendo, quindi sicuramente qualcosa di nuovo succederà. Per il resto, ho intenzione di suonare il più possibile, quest’estate: dopo la prima data di Roma, contiamo letteralmente di andare lontano.

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