Il mistero del primo in classifica

by • 26/06/2012 • Knowledge is Power, RubricheComments (0)983

Essendo che Knowledge is Power, oltre che il titolo di questa rubrica, ne è anche il motto, per una volta ci distacchiamo dall’argomento libri e parliamo più in generale di cose che sarebbe bene sapere, perlomeno se si vuole fare musica con consapevolezza in questo bizzarro terzo millennio. Lo spunto è un articolo pubblicato su Vibe nell’aprile 1998, firmato Denene Millner. Illustrava con qualche perplessità le nuove pratiche della RIAA, la Recording Industry Association of America, una via di mezzo tra le nostre Siae (società che raccoglie autori ed editori) e Fimi (associazione che tutela gli interessi delle etichette discografiche). La traduzione dell’articolo:

Ultimamente, gli artisti e gli ascoltatori stanno diventando sempre più consapevoli del significato dei dischi d’oro e di platino, che rispettivamente rappresentano 500.000 oppure un milione di copie vendute. Un recente cambiamento nei requisiti per ottenere questi riconoscimenti ha facilitato la vita alle etichette che vogliono un disco d’oro, permettendo ad artisti che hanno vendite non proprio eccellenti di far credere che i loro album stiano andando a ruba nei negozi e decollando in classifica.

Il sistema di assegnazione dei dischi d’oro e di platino, di base un espediente promozionale per le case discografiche, in realtà è un sistema che crea non pochi problemi. Le “vendite” si misurano in base a quanti album vengono spediti nei negozi dalle etichette, e non alle copie che i negozi effettivamente vendono ai clienti. Sono le stesse etichette a fare richiesta per ottenere la certificazione del proprio successo, e la RIAA, che approva le richieste, è sostanzialmente il braccio operativo della lobby discografica.

“Certo, la cosa aiuta” dice il responsabile della promozione di una major. “Magari fino a quel momento hai venduto 200.000 copie, ma far credere al pubblico che tu sia già disco d’oro ti aiuta a vendere le restanti 300.000. La gente pensa che si sta perdendo qualcosa di eccezionale e corre a comprare il disco”. Così, dichiarando che questa mossa “riporterà un po’ di entusiasmo attorno alle nuove uscite”, la RIAA ha recentemente cominciato ad assegnare dischi d’oro e di platino appena 30 giorni dopo la pubblicazione degli album. Una bella differenza dalla precedente regola di 60 giorni, che era stata istituita nei primi anni ’80 in modo che l’etichetta non potesse affermare che le copie restituite dai negozi, quelle rimaste invendute, fossero state effettivamente comprate da qualcuno. In parole povere, se la casa discografica mandava nei negozi 500.000 copie di un disco, e 59 giorni dopo ne venivano rispedite indietro 200.000, l’artista non sarebbe stato premiato col disco d’oro.

Ora, con il tempo di certificazione dimezzato, la possibilità che i resi influiscano sul numero delle vendite diminuisce di parecchio. Ma la RIAA afferma che gli artisti che ricevono un disco d’oro o di platino se lo meritano comunque. “Una vendita è una vendita” dice Angela Corio, che dirige l’intero sistema di assegnazione, “non importa se si tratta di copie vendute a un negoziante o a un ascoltatore”.

I risultati sono già visibili nella classifica Billboard. Dopo la sua uscita il 25 novembre il disco postumo di Tupac R U Still Down? è diventato quattro volte disco di platino; stando a SoundScan, però, finora ha venduto solo 872.000 copie. “Con questi trenta giorni di attesa per la certificazione” spiega la Corio “l’obbiettivo di ottenere un riconoscimento è più realistico e realizzabile. Aiutiamo le etichette a pubblicizzare i loro prodotti. Non devono più aspettare due mesi per dire che il proprio album sta vendendo davvero bene”.

Questo, naturalmente, è l’inizio della fine: ovvero, quel momento in cui le discografiche si sono rese conto che era possibile applicare il metodo della finanza creativa per gonfiare vendite ancora ottime, ma comunque in calo. Si stava meglio quando si stava peggio? Forse no: il fatto che già quindici anni fa le cifre fossero in qualche modo taroccate, e soprattutto che già si sentisse l’esigenza di farlo, non è affatto rassicurante. Le vendite di Tupac si attestano attorno ai 75 milioni di dischi: se anche quelle reali fossero la metà, sarebbe comunque una cifra immensa, non propriamente un contentino. Eppure…

Oggi i trucchi per far salire il proprio artista in classifica (di vendita e di airplay radiofonico) si sono indubbiamente moltiplicati, per non parlare dei nuovi espedienti di visibilità telematica, vedi la controversa questione delle views su YouTube. La situazione, però, ricorda pericolosamente quella della crisi dei mutui sub-prime: banche che vendono e scambiano debito indicando cifre da capogiro nei loro bilanci, salvo poi fallire tutte insieme nel momento in cui ci si rende conto che una cifra scritta sulla carta vale, appunto, carta straccia. Comprare un debito non significa intascare soldi veri, così come spedire 100.000 copie a un negoziante non equivale a 100.000 copie effettivamente vendute o un milione di views su YouTube non corrispondono a un milione di fan reali. Gli artisti e i discografici – ma anche i giornalisti musicali – al momento si trovano a un bivio cruciale. Devono decidere se sfruttare il sistema così com’è, utilizzando al meglio i trucchi e le falle a proprio vantaggio, o inventarne uno nuovo in cui i guadagni e i riconoscimenti sono drammaticamente ridimensionati, ma reali. In ognuno dei due casi, è probabile che le classifiche così come le conosciamo, sia di visualizzazioni che di vendita, siano destinate a scomparire nel tempo, perché dopo anni di doping e aggiustatine in corsa non significano più nulla e non rappresentano più granché. Soprattutto per gli addetti a lavori, che hanno talmente inquinato il loro stesso habitat da non saper più distinguere il veleno dalla cura.

Questa, però, è una grandissima opportunità per tutti, perché se in futuro diffusione ed esposizione conteranno relativamente, è probabile che l’ago della bilancia si sposti verso qualcos’altro. Magari verso la qualità, anziché verso la quantità. Fantascienza? Ai posteri l’ardua sentenza. Non sottovalutiamo, però, il fascino di un sistema in collasso. Quando la situazione implode, tutto è virtualmente possibile, perfino che le cose comincino finalmente ad andare per il verso giusto.

Related Posts

Powered by Calculate Your BMI