Il Cerchio: il documentario sulla storia del b-boying italiano arriva finalmente in tv

by • 10/11/2015 • Articoli, CopertinaComments (0)705

Un tempo, almeno fino ai primi anni ’00, se seguivi l’hip hop i b-boy (non intesi come kaosiani b-boy fieri, ma come ballerini di breakdance) erano parte della tua esperienza quotidiana. Li incontravi alle jam, li vedevi allenarsi sotto i portici del centro quando il sabato pomeriggio uscivi con gli amici; inciampavi in un cerchio perennemente aperto perfino se andavi a un concerto o a ballare in un club. Con il progressivo aumentare della popolarità del rap, però, è come se i b-boy fossero scomparsi dall’occhio dei riflettori: se negli anni ’90 quasi tutti gli appassionati di hip hop erano in grado di distinguere un windmill da un headspin, i ragazzini di oggi probabilmente hanno decine di amici che fanno freestyle, ma non conoscono nessuno che balli, e neppure hanno idea di cosa stia davvero dietro ai passi o alla filosofia della breakdance. Perché, quando e come si è persa questa componente fondamentale? Bella domanda. Probabilmente la causa è anche della generazione precedente, la stessa generazione i cui esponenti oggi campano di rap ma spesso si vergognano di associare il loro nome all’hip hop come cultura, forse per paura di sembrare retrogradi e poco cool.

Che siate nati nei primi anni ’00 o che abbiate fatto in tempo a vedere i ’90, comunque, c’è un modo molto semplice per saperne di più sul b-boying di ieri e di oggi. Basta armarsi di telecomando e accendere la tv su Italia 1 nella notte tra mercoledì 11 e giovedì 12 novembre, attorno all’una, per la première di un documentario che abbiamo avuto il piacere di vedere in anteprima. Si intitola Il Cerchio, anticipa la telecronaca della finale del prestigiosissimo Red Bull BC One, è stato realizzato con il supporto di Red Bull e vanta un team d’eccezione. Produzione di Undervilla (la stessa di molti video rap), regia di Davide Polato (idem come sopra), a cura di Silvia Volpato (co-fondatrice della leggendaria rivista Superfly, fin dagli anni ’90 è una delle giornaliste italiane più preparate e apprezzate in ambito di hip hop e black music), musiche di David Nerattini (pure lui fondatore di Superfly, beatmaker sotto il nome di Little Tony Negri, compositore e musicista ultimamente con La Batteria), progetto grafico di Dee’mo (c’è bisogno di spiegare chi è?). E’ un lungo excursus che racconta la nascita della scena italiana e la sua evoluzione, per renderci conto una volta per tutte, se mai ce ne fosse bisogno, che è più viva e attuale che mai.

Il Cerchio risale fino alle origini della breakdance in Italia, anche grazie a materiale d’archivio come video amatoriali o antichissime apparizioni televisive (come un’esibizione durante il mitico Orecchiocchio di Raitre nel 1984), ma soprattutto sfruttando le testimonianze dei pionieri. Gente come Sean, The Next One, Sha One, Iceone, che raccontano come funzionava l’approfondimento di una disciplina che trent’anni fa in Italia era una novità assoluta. La scoperta tramite film come Flashdance o Beatstreet; il tentativo di imparare da soli, senza esempi o materiale da cui prendere spunto; la creazione di luoghi di ritrovo, che in un’epoca pre-cellulare e pre-social network erano indispensabili per fare in modo che la neonata scena si ritrovasse insieme e si sviluppasse. La ricerca quasi disperata di posti con una pavimentazione di marmo, adatta per ballare: il muretto a Milano, l’esterno del Teatro Regio a Torino, la galleria della Garbatella a Roma, le Poste Centrali a Napoli e via dicendo. Passo dopo passo si discende l’albero genealogico dei b-boy italiani che si sono tramandati la conoscenza da una generazione alla successiva: il compianto Crash Kid, Twice, Led, Master Freeze, Shamarock, Eka, Ninja JS, Scacio, Paolo Swift, Cico, Matteino… E ancora, le crew, da Urban Force a Natural Force passando per i Break the Funk di Ravenna, che nel 2004 hanno primeggiato al Battle of The Year, e alla positivissima esperienza di Ancona, che in Italia potrebbe essere considerata a buon diritto la capitale della breakdance, essendo arrivata alla terza generazione di b-boy che insegna ai ragazzini a ballare. Racconti in grado di riportarvi agli anni della vostra adolescenza, se c’eravate per vivere quel periodo, o di farvi rimpiangere amaramente di non averlo mai vissuto se siete troppo giovani. Ma soprattutto, racconti in grado di farvi sperare in un futuro di cui magari ignoravate l’esistenza, ma che è senz’altro più genuino e positivo di quello a cui siamo abituati nella scena rap italiana.

Una delle cose più belle e vere del documentario la dice Eka, b-girl artisticamente cresciuta nel centro Italia: “Questa ormai non è semplicemente una cultura giovanile, perché nella mia crew ci sono io che ho 37 anni e poi ci sono gli ultimi arrivati che sono ragazzi di 18”. La breakdance, come forse nessun’altra disciplina dell’hip hop, è in grado di fare da ponte tra diversi mondi e diverse età, trasmettendo il sapere dal più esperto al neofita, dal più vecchio al bambino. E a sua volta anche il bambino può insegnare qualcosa a chi ha decine di anni più di lui (vedi il caso emblematico di Alessio Spitfire Lunardini, che a soli 12 anni si è laureato campione per poi morire tragicamente pochi mesi dopo e diventare ancora oggi un esempio di dedizione e passione). Una cosa è certa: di poche altre cose si può dire altrettanto.

Il documentario Il Cerchio, oltre che in tv, sarà visibile in versione web series (vedi estratto qui sopra) all’interno del Red Bull Bc One Hub allestito presso Spazio 900 a Roma da giovedì 12 a sabato 14 novembre.

La finalissima di Red Bull BC One si terrà (per la prima volta in Italia) sabato 14 novembre al Palazzo dei Congressi di Roma, a partire dalle ore 21.00 Per info, Redbull.it/bcone

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