Hotmc intervista i Club Dogo

by • 14/05/2007 • IntervisteComments (0)1630

La prima volta che Hotmc intervistò il Club Dogo era appena uscito MI Fist, che già si avviava a diventare un classico del rap underground e l’intervista si svolse nell’arco di una serata trascorsa tra un pub e un parco pubblico birre alla mano. A quattro anni di distanza li ritroviamo nella enorme sala interviste di un palazzo in pieno centro, sede milanese di una delle più note etichette discografiche del pianeta. Questo per dire che di strada ne hanno , meritatamente, fatta parecchia; grazie a centinaia di live “sold out” e migliaia di dischi venduti, ma giunti a questa svolta che cosa aspettarsi dal loro nuovo disco Vile Denaro nei negozi dal 18 maggio? Scopritelo leggendoci.

Slint: Partiamo da una domanda che si riferisce al passato ed è questa: quando avete capito che la situazione “Club Dogo” si stava ingrandendo fino al punto in cui siete arrivati ora? Insomma quando avete avvertito che stava per esserci una svolta?

Guè: Nel periodo precedente all’uscita di Penna Capitale abbiamo visto cambiare le cose molto velocemente sotto i nostri occhi in modo concreto, questo significava essere fermati dalla gente per strada…avere i concerti pieni etc..etc.. Così, a differenza di tanti artisti che vivono di fantasia, abbiamo capito che era arrivato il momento di organizzarci nel modo più serio e “pro” possibile. Questo ha significato esserci trovati un nostro manager, che talaltro abbiamo tenuto con noi anche qui; ha significato iniziare a puntare in alto, anche alle major, ma senza la fretta di entrarci subito a tutti i costi, ma solo a certe condizioni. Quando poi sono state le majors a cercarci, dopo aver girato parecchie situazioni desolanti sia a livello umano che artistico, abbiamo trovato questa soluzione con la Virgin che è un po’ un paradiso terrestre per noi.

S: In che senso?

G: Nel senso che ci è stata data la piena libertà di fare il disco che volevamo, solo con molte più risorse di prima; per dirne una il disco è stato masterizzato a New York da Chris Athens che è uno dei numeri uno nel settore.

Blumi: Voi siete stati a lungo fautori dell’indipendenza, come mai allora questa scelta di andare a una major?

Jake: Perché con le indipendenti abbiamo fatto già tutto quello che si poteva fare, non potevamo che ripeterci o tornare indietro, l’unica cosa che si poteva fare era andare in una major a cercare di fare comunque la nostra musica senza dover censurare nulla, come siamo riusciti a fare qui.

DonJoe: Altrimenti l’unica alternativa era di farci una etichetta nostra.

G: Il che non è nemmeno da escludere in futuro…

D: Comunque quando hai la libertà di fare quello che vuoi e che hai sempre fatto, ma con molti più mezzi, sarebbe stupido non approfittarne.

G: E poi noi siamo e restiamo a favore dell’indipendenza come concetto ideologico; come modo di essere, se vogliamo, anche un po’ naif a dirlo così. Infatti una delle critiche che ci sono arrivate è a proposito di una mia vecchia rima “la i maiuscola degli indipendenti” ma è una critica che fa ridere…uno può restare indipendente in mille modi, nel nostro caso lo siamo rimasti non svendendo la nostra musica. I nostri suoni, i nostri testi, i nostri concerti etc.. infatti restano e resteranno coerenti con quel che abbiamo fatto in passato.

S: A livello contrattuale le cose come funzioneranno? Potrete fare street-album, progetti singoli o come Dogo Gang, collaborazioni underground etc..etc.. o avete qualche vincolo?

G: Possiamo assolutamente farlo. L’unica cosa che non possiamo fare, ma è anche scontato da dire, è un disco come Club Dogo che non sia targato Virgin. Per il resto adesso usciranno, non so chi prima e chi dopo, gli album di Vincenzo e Marracash e poi più in là è prevista una uscita come Dogo Gang.

J: Poi il fatto è, che essendo stati loro a cercarci, abbiamo avuto un potere contrattuale molto più alto che se fosse stato il contrario e quindi siamo riusciti a ottenere quello che volevamo. Quella della libertà artistica non è una cazzata che stiamo dicendo per sembrare credibili ma è perché l’abbiamo riscontrata davvero.

G: Poi come ben sai, noi non abbiamo mai avuto tutto sto feeling con la scena hip-hop italiana, diciamo pure che non ce n’è mai fregato un cazzo, quindi essere sotto major ci screma un sacco di rotture di coglioni che ti puoi evitare, tipo gli sfigati che ti chiedono i featuring o cose così. Allo stesso tempo poi se ti chiama qualche nome grosso per un featuring sei più tutelato.

D: E comunque noi le cose siamo sempre riusciti a farle anche da soli, però capisci che anche a livello di radio o televisione se ti presenti sotto Virgin o sotto Vibra fa differenza e questo non lo dico per sputtanare Vibra.

G: Anzi, a differenza di altri che ci hanno sputato sopra dopo essersene andati noi gli siamo molto riconoscenti, tanto che sono tra i primi ringraziamenti del disco.

D: Infatti, assoluta riconoscenza per quel che han fatto, che è stato tutto il possibile nella loro situazione.

 

S: E il titolo Vile Denaro? E ironico anche rispetto alla vostra nuova situazione di artisti da major?

G: Sì esatto, ma non solo: da una parte volevamo scherzare sul fatto che siamo sotto major per anticipare tutte le malelingue e dall’altra il denaro è un po’ il filo conduttore dei pezzi.
Sarà un disco molto dark in cui c’ è tutta un analisi del “soldo” che è davvero vile nella nostra società, specie in Italia, specie a Milano.
In questo senso è l’album più “real” che abbiamo fatto.

B: Effettivamente leggendo i testi sembrano persino più crudi che in passato, nonostante siate sotto una major…

J: L’abbiamo fatto apposta, sapevamo che ci aspettavano tutti al varco.

G: Più che altro noi coi Club Dogo, abbiamo fatto sempre degli step e delle piccole rivoluzioni: abbiamo fatto MI Fist, ubriacandoci e drogandoci in studio e abbiamo tirato fuori un classico dell’underground… poi dopo abbiamo abbandonato l’accanimento per la “golden age” e abbiamo svoltato verso il suono più elettronico e anni 80 di Penna e con questo disco abbiamo portato il primo singolo di vero“street rap” italiano in rotazione nelle radio mainstream, quindi tutto questo fa parte di una nostra evoluzione.

S: E a livello di produzione e di suono, avendo a disposizione grandi mezzi, cosa è cambiato?

D: Tutto, assolutamente tutto.

G: In confronto i nostri album precedenti spariscono rispetto a questo.

D: Innanzitutto perché ,per la prima volta, mi sono potuto dedicare 24 ore su 24 solo a produrre a differenza di prima che dovevo dividermi tra la produzione e il lavoro… e poi perchè averlo masterizzato a New York, da dei superprofessionisti del campo, ha dato quel tocco in più finale.

S: La fase della masterizzazione a New York l’avete seguita personalmente?

D: Sì l’ho seguita io.
Sono andato là e ho seguito tutto il processo.
Che poi la cosa funziona così: non è che loro sistemano le tracce a livello di mixaggio, semplicemente tu gliele fai avere già mixate e là te le spingono al massimo; le pompano per farle suonare al meglio; che è quello che più conta.

G: Che poi la cosa figa che ha fatto Don è stata di andare sul posto, perché sai, magari mandi il master allo studio che sulla carta è il numero uno e poi non sai chi se ne occupa, magari quello che porta il caffè, per dirti. Invece trovandosi là, Joe ha potuto controllare tutte le fasi e chi effettivamente ci metteva le mani sopra.

B: E a livello di sonorità: quanto assomiglierà il disco al singolo “Mi Hanno Detto Che”?

D: Non molto, è un disco molto vario.

G: Il singolo è un episodio

J: Il singolo è dance… (ride)

G: Tra l’altro, ho visto che è stato molto criticato dagli hardcore hip-hoppers , ma in realtà c’è un grandissimo riferimento che in pochi hanno colto; infatti il campione è dal pezzo “No Coke” di Doc Alban. Hit celeberrima dell’elettronica primi anni 90, che veniva suonato in tutti i club e che ha segnato una generazione.

D: Effettivamente tutto il disco è un po’ sul sound anni 90.
Però in tanti hanno detto: “ma come? Non è un riferimento alla black music?”
A parte che non siamo neri, poi quel pezzo era suonato in tutti i migliori club black dell’epoca, è una perla dell’ electro-ragga, ma c’è troppa gente che parla di cultura musicale senza avere nemmeno dei riferimenti per farlo.

G: E poi comunque l’intenzione nostra è sempre quella di fare qualcosa in più.
In Francia sono anni che i gruppi più potenti escono con singoli tamarrissimi che suonano come la dance; per cui noi, invece di fare un singolo che copia Ludacris o qualche altra cagata in cui rappiamo come Eminem abbiamo preferito uscire con una roba che in Italia non è mai stata fatta.

S: E del resto del disco che ci dite?

G: Guarda, intanto il singolo ufficiale dopo “Mi hanno detto che” sarà “Tornerò da Re” che uscirà a settembre e sarà puro cinema lirico, un pezzo molto musicale.

J: Ricorda un po’ Note Killer…

G: Sì perché come quel pezzo, anche questo racconterà una storia, una fiction, molto cinema lirico.

S: Ricorderà Note Killer anche nelle sonorità reggae?

J: No, non è proprio reggae…

D: Il beat è parecchio strano, fa quasi da colonna sonora; molto europeo come sonorità.

G: Poi uscirà anche uno street single, “L’Incubo Italiano”, accompagnato da uno street-video realizzato da Red Horn, i ragazzi che han fatto i nostri vecchi video e l’ultimo di J-Ax.
Comunque posso assicurare che non ci saranno parrucate di 50 Cent, anche se in Italia c’è gente brava a farle… ma noi le lasciamo volentieri a loro.
In generale comunque è un disco molto dark come ho già detto e come si evince dalla copertina che sembra quella di un disco dei Metallica… (ridono)

D: Poi ci sono pezzi più spinti come “Dogozilla” e “La Chiave” con gli Stylophonic che è quasi house.

G: Ma anche cose più classiche, come “Giovane e pazzo”, uno dei miei pezzi preferiti, che suona un po’ come Mi Fist, un Mi Fist del 2007 diciamo.

B: E la collaborazione con gli Stylophonic com’è nata?

D: Io conosco Stefano Fontana da 15 anni e adesso stiamo lavorando in studio insieme, anche con Roberto Baldi… un giorno ci siamo trovati tutti in studio e abbiamo deciso di fare questo esperimento, il risultato c’è piaciuto così lo abbiamo incluso, quasi come una bonus track.

B: Pensate che con questo disco la tipologia del vostro pubblico rimarrà la stessa?

J: Speriamo che si allarghi.

G: Io penso che sicuramente i nostri vecchi fan non si ricrederanno, anche perché già da indipendenti contavamo su una fanbase molto ampia e differente da quella del tipico gruppo rap italiano.
Penso comunque che qualche tipologia di persone in più la coinvolgeremo, anche se il nostro messaggio resta un messaggio non per tutti, come gruppo poi abbiamo un immaginario in cui devi entrare e farti coinvolgere nel nostro viaggio, come quando sei al cinema e devi restare seduto a seguirti il film, devi un po’ capire che tipo di visioni abbiamo noi.

B: Non temete che i media vorranno giocare con la vostra immagine come hanno fatto con quella di altri rappers italiani passati in radio prima di voi? Magari presentandovi come i cattivi ragazzi con le storie terribili alle spalle? Insomma i classici luoghi comuni da cultura di massa?

G: Ma noi siamo terribili! Siamo semplicemente terribili (ride). Comunque è una domanda interessante…

J: Guarda, penso che per il modo in cui l’etichetta ci sta promuovendo non dovrebbe succedere, poi i giornali magari vorranno presentarci così, ovvio che questo rischio c’è.
Noi cerchiamo di limitarlo facendo le interviste in cui diciamo quello che siamo, quello che non vogliamo essere e come non vogliamo essere presentati, semplicemente.
Noi siamo la voce di una città in cui abbiamo vissuto tante situazioni contradditorie e questo è quello che raccontiamo.Raccontiamo quello che vediamo e quello che abbiamo visto nel passato ma senza voler essere la voce di nessuna periferia, di nessun disagio forzato etc..etc..

G: E’ la musica proprio di strada con la S maiuscola, proprio in senso fisico, avendo vissuto gran parte delle nostre esperienze in quel contesto…

J: Ma strada non solo e non tanto nel senso di malavita ma in senso molto più ampio.
Poi dai tempi del primo disco sono passati quattro anni , all’epoca eravamo più vicini ai venti, adesso siamo più vicini ai trenta, abbiamo anche cose più serie a cui pensare… non siamo arrivati fino a qui per essere presentati come il gruppo delle periferie, il gruppo dei ragazzi difficili, il gruppo del ghetto..perchè non ce ne frega un cazzo di avere quella immagine… anche perché poi diventi lo zimbello degli addetti ai lavori.

G: Soprattutto perchè in Italia, patria del provincialismo, gli addetti ai lavori hanno ancora la fissa di fare lo scimiottamento del rap quindi noi cerchiamo di essere meno sfottibili e più realistici possibili.
A noi interessa fare del rap in senso assolutamente stretto, la cosa che più ci preme è usare il rap per dire delle cose che magari non tutti capiranno o condivideranno, di certo non facciamo musica per il pubblico di Uomini e Donne, ma abbiamo l’urgenza di dire certe cose e rappresentare certa gente e questo non perché siamo Malcolm X ma semplicemente perché viviamo in un paese di bocche cucite e noi siamo tra i pochi a dire cose che pensano e vedono in molti..

J: Poi però c’è sempre lo stronzo che se ne esce con le cose tipo “che cazzo dici? Certe cose a Milano non esistono”. Io capisco che noi diciamo cose che non tutti possono condividere o capire e che possono essere criticabili però se la gente che ci fa le critiche certe cose non le sa perché non le ha mai viste non dovrebbe neanche parlare o poter criticare.

G: Poi noi cerchiamo sempre di essere crudamente realistici nei nostri testi, mantenendo comunque il nostro spessore letterario. Parliamo della realtà di Milano, Italia non un altro pianeta. Certo poi è comunque musica quindi è anche un po’ film, ma non un film americano, un film che si gira nella nostra città ogni giorno.

S: Qualche cosa da aggiungere alla fine dell’intervista?

G: Sì, Vile Denaro fuori dal 18 maggio, lo presenteremo con un grande concerto all’aperto il 13 giugno a Milano, mentre il tour partirà a ottobre e per quanto riguarda internet i siti sono myspace.com/clubdogo, myspace.com/viledenaro e clubdogo.org.
Bella e grazie a chi ci ha supportati fino a qui.

Dal Photolog: le foto del live dei Club Dogo al Rolling Stone di Milano del 28 aprile 2006 e della presentazione di Vile Denaro alla Fnac di Milano del 18 maggio 2007

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