Hotmc incontra Spike Lee

by • 15/10/2008 • ArticoliComments (0)986

Se un artista raggiunge il massimo della propria espressività con una determinata opera, dovrebbe continuare sullo stesso filone per il resto della sua carriera o è autorizzato a cambiare stile? Se la domanda si pone spessissimo in ambito musicale, anche il cinema non è immune al fenomeno. È più o meno quello che è successo a Spike Lee, che con il suo ultimo film Miracolo a Sant'Anna è riuscito a scontentare un po' tutti: la critica che, citiamo testuali parole, si è meravigliata "di come Spike Lee abbia potuto realizzare un film così brutto"; i fan, che non si sono riconosciuti nell'immaginario del lungometraggio; l'Associazione Nazionale Partigiani, che ha contestato fortemente il regista. Nonostante questo, Spike Lee ha difeso la sua nuova creatura con la calma e la fermezza di chi sa bene quello che sta facendo. Lo incontriamo in occasione della lezione che ha tenuto alla sala Anteo di Milano, aperta ai giornalisti e agli studenti delle scuole di cinema, dove ha avuto modo di rispondere alle polemiche e puntualizzare le motivazioni delle sue scelte.

Tratto da un romanzo di James McBride, Miracolo a Sant'Anna è incentrato sulle vicende di un battaglione di soldati afroamericani impegnati a contrastare l'occupazione nazista in Toscana. Quattro militari, con al seguito un bambino ferito, restano isolati dai propri compagni e vengono accolti dagli abitanti di un piccolo borgo arroccato sull'Appennino. Nonostante la diffidenza nei confronti dello straniero, si crea un vero e proprio legame tra gli italiani e i quattro americani. Ma la guerra è guerra e, tra partigiani smaniosi di vendetta, tedeschi redenti, fascisti a oltranza e soldati alleati razzisti, non è facile distinguere i buoni dai cattivi. Sullo sfondo incombe la strage di Sant'Anna di Stazzema, dove centinaia di civili inermi furono trucidati dai nazisti per una rappresaglia.

La scelta dell'argomento, spiega Spike Lee, è dovuta alla quasi totale mancanza di soldati neri nei classici film di guerra americani. Non è l'unico a voler colmare questa lacuna: anche l'amico George Lucas sta producendo un kolossal sugli aviatori da combattimento afroamericani durante la seconda guerra mondiale. Sfortunatamente, però, in Italia Miracolo a Sant'Anna ha fatto parlare di sé più per le polemiche che per i contenuti. Nella pellicola, la responsabilità della strage di Sant'Anna è di un partigiano traditore, che denuncia i civili del paese come collaboratori della resistenza. Naturalmente, le reazioni a questa interpretazione non si sono fatte attendere. Il regista sembra non preoccuparsi troppo dell'indignazione che ha scatenato: "Nei titoli di testa ho inserito appositamente un disclaimer che spiega che si tratta di un'opera di fantasia: è ispirata a fatti reali, ma non è da prendere alla lettera. Tutta questa rabbia nei confronti del mio lavoro mi colpisce, ma non mi offende; mi fa capire che la ferita che ha diviso l'Italia durante la guerra non si è ancora rimarginata".

E a proposito di quelli che rimpiangono l'estetica delle sue opere passate, Spike Lee è ancora più netto: "In pratica, la gente mi identifica come il regista del disagio urbano e si aspetta che io continui a fare film sulla falsariga di Fa' la cosa giusta o Jungle fever. Troppi dimenticano che ad oggi io ho girato ventitrè film, molto diversi tra di loro. Ho amato molto, gli hood joint, ma non mi rappresentano del tutto: in me c'è molto più di questo. Sto cercando di diversificare la mia opera per essere un cineasta completo: non voglio fossilizzarmi solo su un aspetto del mio lavoro". Okay, obbietta qualcuno, accantoniamo pure la New York dei project e tutte le tematiche correlate, ma che ci dici dell'estetica? Che fine hanno fatto le inquadrature che inseguono lo sguardo del personaggio, quei mosaici di scene che tutti amiamo, gli inserti imprevedibili tra una situazione e l'altra, i dialoghi apparentemente senza senso eppure pieni di significato? "Come pretendete che io usi lo stesso linguaggio filmico di Fa' la cosa giusta per un lungometraggio sulla seconda guerra mondiale?", sbuffa. "Sarebbe impossibile. Nel mio lavoro lascio che sia il tema a definire l'estetica. E do lo stesso consiglio ai giovani cineasti presenti: non lasciate mai che le scelte stilistiche prendano il sopravvento sul soggetto. È l'argomento che deve guidarvi verso lo stile, e non il contrario".

Per quanto le sue argomentazioni ci abbiano convinto, continuiamo a rimpiangere il vecchio Spike Lee. Tornerà mai a raccontare il ghetto? "L'essenziale, nei miei film, non è l'ambientazione, ma la storia. Quando trovo una storia che mi piace, mi metto subito al lavoro per tradurla in immagini. Quindi, se in futuro dovessi trovare una vicenda che mi appassiona e che parla di ghetto, sì, senz'altro me ne occuperò di nuovo".

La morale della favola, conclude, è che Miracolo a Sant'Anna è un film fatto per spiegare ai giovani ciò che troppo spesso resta fuori dai libri di scuola e dalle cronache. E a proposito di cronaca: uno dei quattro soldati, durante il film, afferma che in Italia si sente finalmente se stesso, che la gente sembra non notare neppure il fatto che è nero. Ma proprio in questi giorni qualcuno ha notato fin troppo bene l'etnia di un ragazzo, prima di ucciderlo a sprangate su un marciapiede perché forse aveva rubato dei biscotti. Né la prima, né l'ultima di una lunga serie di discriminazioni. Spike Lee è ancora convinto che l'Italia sia meno razzista dell'America? "Molti soldati, durante la seconda guerra mondiale, hanno affermato che in Italia si respirava un clima di incredibile serenità rispetto alle questioni razziali: nessuno evitava il contatto con i soldati neri, a differenza di quanto succedeva negli Stati Uniti. Questo accadeva sessant'anni fa, però. Purtroppo, credo che il film non rappresenti la realtà italiana di oggi".

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