Hip hop is dead

by • 24/03/2007 • RecensioniComments (0)381

Forse dobbiamo ringraziare l’influenza benefica della Def Jam, o forse ha semplicemente trovato un motivo sufficientemente valido per tornare sul ring più combattivo che mai, ma a questo punto possiamo dirlo a buon diritto: lo scivolone di Street’s disciple è ormai acqua passata, il Nas che tutti noi amiamo e ricordiamo è tornato. E il suo trionfale rientro nella scena rap è accompagnato da un turbinio di polemiche: già dal titolo, il suo nuovo album si presenta come un’aperta sfida all’attuale sistema della musica urban. Nell’intento dell’artista, Hip hop is dead non è un semplice disco, ma una retrospettiva su quella che è diventata la tendenza dominante nel music business americano.

Hip hop is dead si sviluppa quindi come una sorta di concept album che, senza risparmiare nulla e nessuno, analizza le motivazioni per cui l’hip hop tende ultimamente ad essere più morto che vivo. Gli imputati di questo illustre omicidio sono numerosi: l’industria discografica, che opprime gli artisti snaturando le loro attitudini; gli artisti stessi, che si piegano a queste logiche, impoverendo la propria musica e dimenticandone le radici; il pubblico, che spesso e volentieri si abbandona al ruolo di hater piuttosto che criticare costruttivamente. Su questa falsa riga, Nas costruisce quindici tracce finalmente degne di lui: pur non arrivando ad eguagliare quel traguardo, è più vicino allo stile di Stillmatic che a quello dei suoi successivi lavori, con grande sollievo di tutti i fan che cominciavano a disperare. È un disco pervaso dallo spirito dell’hip hop a trecentosessanta gradi, dai tributi alla old school fino alle rime da battaglia, passando per lo struggle della vita di quartiere.

Eccellenti anche le collaborazioni. La scelta più azzeccata è sicuramente quella dei beatmaker, che alternandosi ai soliti L.e.s. e Salaam Remi rendono l’insieme ben più vario e musicale: Scott Storch, Will.I.Am, Kanye West e Dr. Dre, giusto per citare i più noti, regalano all’album quella freschezza e quella leggerezza che non eravamo riusciti a trovare in Street’s disciple. Quanto ai contributi vocali, Kanye West, Snoop Dogg e The Game (più il cameo di Will.I.Am) ci regalano delle gradite sorprese, ma mai quanto l’exploit di un Jay-Z in gran forma che firma uno dei migliori brani dell’intero lavoro, Black Republican. Un’ulteriore menzione d’onore va ai vocalist, eccellenti in ogni senso: oltre all’onnipresente Kelis e a Marsha Ambrosius delle Floetry, Nas ci presenta due nuovi eccezionali talenti, Tre Williams (Let there be light), una sorta di nuovo Jaheim, e Chrisette Michele (Still dreaming e l’ottima Can’t forget about you), che per attitudine e vocalità si candida ad essere la nemesi di Jill Scott.

Tirando le somme, Hip hop is dead è un lavoro multiforme ma univoco: i primi due singoli, la title track e Can’t forget about you, nella loro diversità e complementarietà rendono perfettamente l’idea di fondo dell’album. Affermare che il disco è un capolavoro sarebbe sicuramente esagerato, ma lo sarebbe altrettanto anche sottovalutarlo: Nas si è rimesso sulla buona strada per tornare ad essere se stesso, e Hip hop is dead è un’ottima occasione per gli ascoltatori di riconciliarsi con lui.

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