Hip hop e immigrazione: Hotmc intervista Zanko

by • 01/12/2008 • IntervisteComments (0)655

In molti Paesi europei, i figli di immigrati sono la linfa vitale della scena hip hop locale. In Italia, il fenomeno è molto più marginale e complesso. A evidenziare che gli hip hopper di origine straniera sono molti di più (e molto più attivi) di quanto si pensi arriva Straniero a chi?, una compilation realizzata dalla rete G2, organizzazione che si occupa di seconde generazioni e figli dell'immigrazione. Abbiamo chiesto a Zanko, mc e beatboxer di origine siriana attivo da più di un decennio all'interno della scena milanese, di raccontarci del progetto (a cui partecipa con il brano Essere normale), delle attività di G2 e di molto altro ancora.

Blumi: Definisci G2: come nasce, a chi si rivolge?

Zanko: La rete G2 è un'organizzazione che si interessa di seconde generazioni, ovvero dei cosiddetti “figli dell'immigrazione: tutti coloro che sono nati in Italia da genitori stranieri, o che in Italia ci sono cresciuti. Dal punto di vista giuridico, G2 lotta perché la procedura per l'ottenimento della cittadinanza venga semplificata e velocizzata per chi è cresciuto in Italia, mentre dal punto di vista sociale organizza iniziative volte a sensibilizzare l'opinione pubblica. Potrebbe sembrare un'attività superflua, ma non lo è assolutamente. Molti ci considerano stranieri e pensano che non siamo ancora sufficientemente inseriti nel tessuto sociale; c'è addirittura chi si stupisce quando ci sente parlare in italiano corretto.

B: Un esempio concreto di ciò che G2 può fare per le seconde generazioni?

Z: Combattere per i loro diritti: i figli di immigrati, in Italia, sono ancora considerati come stranieri, e non come parte del tessuto sociale, nonostante abbiano trascorso qui la maggior parte della loro vita. Diffondere un clima di concordia e integrazione: ad esempio, tramite il nostro programma radio, Onde G2, in onda su Radio Popolare a venerdì alterni, all'interno del contenitore Yalla Yalla. La fama dell'associazione comincia a crescere, per cui si può dire che il nostro impegno sta dando i suoi frutti. Anche all'interno dell'Hip Hop MEI di Faenza è stata organizzata una tavola rotonda sul tema hip hop e immigrazione, evidentemente il tema comincia a riscuotere interesse.

B: Quando è nata l'esigenza di creare un'associazione del genere?

Z: L'associazione è nata a Roma, dall'iniziativa di un gruppo di ragazzi figli di immigrati. Inizialmente si trattava solo di un sito internet con relativo forum, ma pian piano la voce si è sparsa in tutta Italia, l'entusiasmo per l'iniziativa cresceva e così il sito G2 si è trasformato in una vera e propria associazione. Molti di noi, tra cui io, hanno cominciato a pensare a metodi creativi per sostenere e promuovere G2: la musica ci è sembrata un ottimo mezzo. Qualche mese fa è nata l'idea di realizzare un cd che raccogliesse tutti gli artisti di seconda generazione che fanno musica in italiano: un modo per sottolineare il contributo artistico e culturale che possono fornire i figli dell'immigrazione. Il disco, intitolato Straniero a chi?, ha ottenuto il patrocinio del Ministero della Solidarietà Sociale, all'epoca presieduto dal ministro Ferrero. Dopo la caduta del governo Prodi, purtroppo, quel patrocinio non c'è più, ma visto che la prima stampa è esaurita vorremmo farne una seconda basandoci sulle nostre sole risorse. Al momento la compilation è scaricabile sul nostro Myspace (www.myspace.com/secondegenerazioni) oppure dal nostro sito (www.secondegenerazioni.it). Secondo noi è un prodotto molto valido e, dal punto di vista della scena rap, sicuramente è interessante, perché la maggior parte dei brani è improntato sull'hip hop.

B: Effettivamente, il 95% dei brani contenuti nell'album sono di matrice black: reggae, RnB e  rap sembrano essere l'unica musica su cui le seconde generazioni hanno puntato. E questo non vale solo per coloro che hanno origini africane. Secondo te, come mai l'hip hop ha raccolto così tanti consensi?

Z: Il rap è nato in America per mano di persone che erano americane soltanto sulla carta, che si sentivano incomprese o rifiutate dalla società di cui erano parte. È una tematica che riguarda molto da vicino anche i figli dell'immigrazione. Come è successo con afroamericani e ispanici negli Stati Uniti, nei Paesi europei ormai i figli di immigrati non sono più degli ospiti, ma delle vere e proprie minoranze: pensa agli algerini in Francia, ad esempio. Era naturale che l'hip hop diventasse un canale privilegiato per noi: abbiamo molto da raccontare, e il rap sta alla musica canonica come il documentario sta al film. Oltretutto, è l'unico genere musicale in cui si può essere veramente autodidatti: non c'è bisogno che i tuoi genitori ti paghino un corso, e questo è un incentivo fondamentale per chi spesso vive in condizioni economiche non troppo floride. Io credo che l'immigrazione sia un bene per la scena italiana: più cresce il numero di giovani figli di immigrati, più cresce il numero di potenziali seguaci dell'hip hop.

B: Questo è vero, però è anche vero che spesso le seconde generazioni affollano i club dove si suona hip hop americano, ma non si interessano granché all'hip hop italiano. Perché, secondo te?

Z: Ovviamente, questa è una spiegazione che mi do io, ma può essere che mi stia sbagliando. Secondo me è perché molti dei figli di immigrati di oggi non sono arrivati in Italia in età prescolare: magari si trasferiscono qui quando già sono grandicelli e possono captare le paure e le perplessità degli italiani, e questo certo non favorisce l'integrazione. È inutile negare che in qualche caso esiste una certa diffidenza, spesso reciproca, cosa che ovviamente finisce anche per coinvolgere il rapporto con l'hip hop italiano. In effetti, se ci fai caso, oggi la maggior parte dei ragazzi di seconda generazione attivi nella scena sono nati qui, o comunque sono arrivati qui da piccoli. Nella scena, la realtà in cui figli di immigrati e italiani autoctoni si amalgamano meglio è Bologna: la PMC ha giocato un ruolo rilevante, perché ha saputo accogliere molti rapper maghrebini in cui gli altri maghrebini si riconoscono.

B: Rovescio la domanda: secondo te la scena hip hop italiana è in grado di accogliere ed assimilare le seconde generazioni? Ogni tanto si ha l'impressione che i rapper di casa nostra non prendano minimamente in considerazione la massa di figli di immigrati che pure costituirebbero un'incredibile risorsa per la vitalità del nostro hip hop…

Z: Come dicevo, spesso si tratta di una diffidenza reciproca. Il fenomeno migratorio da noi è ancora giovane, figuriamoci il meticciamento all'interno della scena hip hop. Io ho sempre sostenuto con grande forza la necessità di integrazione tra quelli che fondamentalmente sono due aspetti di una stessa medaglia. Quando andavo al muretto, ero insofferente a quella sorta di confine invisibile per cui gli autoctoni stavano da una parte e i figli di immigrati dall'altra. Io mi sono s
empre sentito parte di entrambi i gruppi, l'hip hop rifiuta questo tipo di distinzione. Nel mio album di prossima uscita, ad esempio, ho voluto ricreare una situazione di integrazione: la maggior parte dei produttori sono italiani autoctoni, la maggior parte degli mc sono italiani acquisiti. Una sorta di omaggio ai tempi in cui la convivenza tra hip hopper di diversa provenienza geografica era ben più facile e accettata. Negli anni '90 i figli di immigrati che si occupavano attivamente di hip hop a Milano erano pochissimi: c'ero io, la crew Black House, formata da ragazzi cileni, e Binny Ghetto, un rapper eritreo. Non ricordo molti altri che rappassero. Ora sono molti di più, ma forse proprio per questo il rapporto si è fatto più complicato.

B: Un'altra anomalia del rap italiano è che una parte del pubblico si dichiara apertamente anti immigrazione: apparentemente sono interessati alla musica, ma non al messaggio,  e spesso appartengono a una parte politica che cerca di chiudere le frontiere. Come ti poni nei confronti di queste persone?

Z: Si torna sempre allo stesso punto: il fenomeno migratorio italiano è troppo recente. Quando saranno tutti più abituati alla presenza di stranieri, il problema non si porrà più. Il problema spesso è l'ignoranza, più che la cattiveria. Ma l'ignoranza si supera, basta avere la voglia di conoscere realtà nuove e mettersi in gioco.

B: Una domanda che potrebbe sembrare cattiva, ma che per dovere di cronaca mi tocca fare: non tutti gli artisti inclusi in Straniero a chi? sono allo stesso livello. Alcuni sono oggettivamente molto bravi, altri sono oggettivamente scarsini. Non c'è il rischio di ghettizzare ancora di più gli hip hopper di origine straniera, come a dire “Anche se non sono capaci, lasciamo loro uno spazio per lavarci la coscienza dall'intolleranza dei nostri concittadini”?

Z: Sul fatto che non tutti gli artisti inclusi nella compilation sono allo stesso livello, ci troviamo tutti d'accordo. In quel caso, però, l'intento non era raccogliere i più bravi, ma raccogliere un campione ampio e variegato dell'espressività IN ITALIANO delle seconde generazioni. Al di fuori di questo progetto, forse esiste una generale sopravvalutazione dei rapper di origine straniera, ma questo succede perché si tratta di una novità. In questa fase, capita che alle jam la performance di un mc nero venga valutato più positivamente del freestyle di un mc bianco. Quando però gli mc di origine straniera aumenteranno, si creerà finalmente un metro di paragone più equo e la selezione naturale, per così dire, riprenderà il suo corso.

B: Stando a giornali e telegiornali, negli ultimi tempi in Italia le manifestazioni di intolleranza si sarebbero moltiplicate. Naturalmente possiamo supporre che, più che essere effettivamente aumentate, siano semplicemente venute allo scoperto solo adesso. Pur essendo di origini siriane, sei cittadino italiano e hai vissuto qui per la gran parte della tua vita: secondo te, il nostro è un paese razzista?

Z: Assolutamente no. Alla peggio, è un paese un po' provinciale, forse. Innanzitutto non parlerei di razzismo, ma di xenofobia, ovvero  di paura del diverso. È un sentimento umano, istintivo, che provano gli italiani come gli africani o i cinesi. Il problema è saper governare a livello istituzionale questo sentimento: la società va educata, se nessuno si preoccupa di arginare questa paura irrazionale non si può sperare in una vera integrazione, tutt'al più in una convivenza a volte pacifica e a volte meno. Da queste parti, la xenofobia non viene tenuta sotto controllo, anzi, viene pompata da stampa, Stato, partiti. Il diverso è quasi sempre associato a fenomeni negativi. Nel mio brano per Straniero a chi?, intitolato Essere normale, parlo proprio di questo: io sono in tutto e per tutto arabo, non ho neanche una goccia di sangue italiano nelle vene, ma per uno scherzo della genetica sembro un qualsiasi bianco europeo. Questa particolarità mi ha trascinato in una serie di malintesi e situazioni curiose. A volte sono in giro con altri ragazzi di origine straniera e noto che loro vengono apostrofati in un modo pessimo. Io, per quanto sia oggettivamente diverso, al primo impatto non appaio diverso e quindi non vengo trattato come tale. Questo ti fa capire che forse il problema non è l'essere straniero, ma il sembrare straniero. Quella degli italiani è una paura che non si basa su ragioni fondate, ma su apparenze.

B: Parlando di apparenze, il caso di cronaca più eclatante degli ultimi tempi è quello di Abba, un diciannovenne originario del Burkina Faso, ma cittadino italiano, ucciso a sprangate da due negozianti perché sospettato di aver rubato dei biscotti. Un commento sulla vicenda?

Z: Io sono cresciuto nel quartiere attorno alla Stazione Centrale di Milano, lo stesso dove Abba è stato ammazzato. Quando ero piccolo io, c'era una microcriminalità dilagante: tra tossicomani, scippatori, spacciatori e piccoli mafiosi, c'era davvero da temere per la propria pelle, quando si metteva il naso fuori di casa. Ragion per cui, i prezzi degli appartamenti erano crollati e gli inquilini erano soprattutto immigrati, che avendo meno disponibilità economiche si accontentavano. Negli ultimi anni, la zona è stata parecchio riqualificata. Gli immigrati sono ancora lì, ma nel frattempo hanno costituito comunità più radicate e stabili: gli eritrei dal lato di Porta Venezia, gli indiani in via Benedetto Marcello, gli arabi in via Padova, i latini in piazzale Loreto… Hanno aperto negozi e attività, hanno ripopolato i palazzi di famiglie e bambini, contribuendo a rendere l'area più vivibile. Ma spesso la percezione degli italiani non è cambiata: vedono ancora gli stranieri come il simbolo del degrado di un tempo. La Stazione Centrale è ancora considerata un posto pericoloso, cosa che secondo me ha contribuito a scatenare un episodio limite del genere.

B: In Italia, però, la discriminazione non si basa solo sull'estetica, ma anche su tradizioni, cultura, religione. Tu sei musulmano, cosa che ti rende un indesiderabile per moltissimi italiani…

Z: Oggi, nel mondo, i musulmani sono trattati come gli ebrei negli anni '30 e questo dovrebbe far scattare un campanello d'allarme in tutti noi. Si parla molto di antisemitismo, ma nessuno sembra far caso all'anti-islamismo che si sta diffondendo sempre di più in tutti gli strati della società. Per fare un esempio concreto, a Milano da mesi infuria la polemica sulla moschea di viale Jenner: ormai è troppo piccola per contenere tutti i fedeli, che sono costretti a pregare per strada, sui marciapiedi, intralciando il traffico e disturbando i residenti. Bene, la comunità musulmana milanese ha regolarmente acquistato un edificio più grande a Cascina Gobba, una zona all'estrema periferia di Milano, in mezzo al nulla, dove la preghiera del venerdì non disturberebbe proprio nessuno. Il Comune non vuole concedere l'abilitazione a luogo di culto, rifilando sempre nuove scuse, alcune delle quali spesso e volentieri sfiorano il folkloristico. Molti politici promuovono paura e ignoranza per poi apparire come paladini risolutori e accaparrarsi più voti.

B: A proposito di permessi e autorizzazioni, quanto incide la burocrazia tra i problemi di un figlio dell'immigrazione? Prima a
ccennavi all'infinito calvario da affrontare per ottenere la cittadinanza…

Z: I tempi italiani sono infinitamente lunghi per qualsiasi tipo di pratica, su questo non esiste discriminazione. La burocrazia penalizza tutti, è il momento di dare una svegliata all'intero sistema. Verrebbe voglia di dar ragione a Brunetta per la sua campagna contro i fannulloni… (ride)

B: Un'ultima domanda: gli italiani autoctoni che volessero aiutare la causa di G2, come possono farlo?

Z: Già solo il fatto di essere sensibili alla nostra causa ci è di grandissimo aiuto. Non è per niente scontato, in un clima come quello attuale. L'essenziale è sensibilizzare chi ci sta intorno, abituare la gente all'idea che esiste un nuovo tipo di italiani, che hanno caratteristiche fisiche, culturali e religiose diverse da quelle tradizionali, ma non per questo sono meno italiani degli altri. E forse qualcosa in questo senso si sta già muovendo, soprattutto all'interno della scena hip hop: quando c'è stata la jam in memoria di Abba, al Cantiere, ho visto per la prima volta un vero spettacolo multietnico: sul palco mc di qualsiasi origine, sotto il palco un pubblico di tutte le etnie. Questo è l'hip hop per me. Ci voleva davvero un omicidio per abbattere queste barriere?

www.secondegenerazioni.it

www.myspace.com/zanco1

Per commentare: http://community.hotmc.com/forum/index.php?topic=2795.0

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