Henry Chalfant: L'intervista

by • 24/08/2007 • IntervisteComments (0)844

Henry Chalfant è un fotografo, scultore e regista che dalla metà degli anni Settanta, periodo in cui si trasferì a New York, segue e documenta l'evoluzione della cultura Hip Hop. Nel 1984 ha pubblicato Subway Art con Martha Cooper e l’anno successivo ha realizzato Spraycan Art e ha co-prodotto il film cult Style Wars. Queste sono solo alcuni dei contributi che Chalfant ha dato all’ Hip Hop e alla sua forza espansiva.Egli ha infatti partecipato attivamente alle mostre e agli eventi che, a partire dagli anni ’80, hanno reso possible al mondo dell’Hip Hop, di essere conosciuto anche da coloro che non ne erano direttamente coinvoltiIl suo sguardo è sempre stato non soltanto fotografico ma soprattutto umano e vicino alle problematiche di una società in evoluzione, come ci dimostra il suo ultimo lavoro “Mambo to Hip Hop”. L’abbiamo incontrato a Pisa in occasione della presentazione del film (per info: www.sanantonio42.it); in questa intervista non ci parlerà solo del film ma anche della continua evoluzione dello scenario del suo lavoro: New York:

“Quando l’organizzazione City Lore mi ha invitato a fare un film sulla comunità latina del South Bronx negli anni ’50 ero curioso di sapere di cosa si trattasse perché il Bronx era per me, in un certo modo, una zona conosciuta poiché durante gli anni vi avevo scattato molte foto e scritto due libri sui graffiti che vi erano presenti.Avevo inoltre realizzato due documentari su avvenimenti svoltisi li, pertanto conoscevo sia il quartiere che molti dei suoi abitanti, stabiliti nel Bronx da due o tre generazioni. Conoscevo il ruolo del Bronx come culla dell’ Hip Hop e avevo fotografato le feste nei parchi e le battaglie tra b-boys e djs ed ero, inoltre, testimone dell’abbandono fisico e sociale sofferto dal quartiere. Ammiravo l’originalità con cui i giovani avevano affrontato tale situazione inventando nuove forme di musica, arte e ballo, ma non immaginavo che vi fosse stato un periodo in cui il Bronx era un centro importante per la musica e il ballo latino, non sapevo che in questo piccolo posto vi fossero tanti clubs dediti a quella musica.Non immaginavo che quasi tutti i musicisti di salsa avessero abitato li e fossero cresciuti insieme.Gli anno ’50 erano gli anni di esplosione del mambo (figlio della Salsa) a New York come frutto di mescolanza di culture diverse: il “son” cubano trasformatosi in “latin jazz” sotto l’influenza del jazz suonato dagli afroamericani di Harlem.La curiosità mi ha spinto a lavorare con City Lore per realizzare questo film, volevo conoscere il contesto storico del mambo negli anni ’50, rivisitare gli anni della nascita dell’ Hip Hop e indagare sul ruolo dei giovani portoricani nella formazione di questa cultura.Sapevo già del loro contributo perchè portoricani e afroamericani erano “vicini di casa” e perchè nelle gangs i giovani si dividevano per quartieri, nazionalità e razza.Le feste di Afrika Bambaataa e Kool Herc erano le prime a raccogliere tutti i giovani del Bronx. Volevo raccontare questa storia dal punto di vista dei ragazzi “nuyoricani” e capire in che cosa hanno contribuito allo sviluppo dell’ Hip Hop.

Sembra incredibile che il Bronx, così logorato e assediato, abbia dato alla luce due movimenti di cultura popolare che hanno incantato il mondo intero. Se c’è un tema in questo film lo riassume Pop Master Fabel: “ In una comunità in cui la gente sta soffrendo il dolore, serve una medicina; e per noi l’espressione culturale è la Medicina.”.

FxLd: Iniziamo parlando del film Mambo to Hip Hop; tempo fa avevi già affrontato un tema simile con Flyin’ cut Sleeves ( H. Chalfant e R.Fecher, 1993). C’è un legame tra i due?


Henry Chalfant:
Sì, ho usato anche alcune parti di Flyin’ cut sleeves in questo lavoro, pero’ il primo documentario parla solo delle gangs, mentre Mambo to hip hop parla della comunita’ del Bronx, prevalentemente di quella portoricana negli anni ’50, infatti l’inizio del mambo è stato proprio in quegli anni. L’organizzazione City Lore, che si focalizza sulla cultura popolare, stava facendo uno studio sui teatri e le sale da ballo ad Harlem negli anni ’50, quando appunto esplodeva il mambo, e ha isolato proprio il momento in cui da Spanish Harlem (la parte Est di Harlem) si e’ poi diffuso nelle strade del Sud del Bronx.

F.L. Quindi la musica e l’arte hanno aiutato il Bronx a migliorare la sua situazione sociale…


H.C:
In realta’ in quegli anni South Bronx era un posto tranquillo, un bel posto, poi e’ tutto cambiato in peggio, a causa dei programmi di rinnovamento urbano: la costruzione della Cross Bronx Expressway, che è l’autostrada interna al Bronx, e i progetti edilizi di Moses. La stessa cosa e’ poi successa a Brooklyn con la BQE (Brooklyn-Queens Expressway).

F.L. Recentemente, a New York, è partita una restaurazione di South Bronx. Cosa ne pensi?

H.C. E’ una cosa buona perche’ e’ il primo passo verso una riqualificazione concreta. E’ accaduto anche a Soho e nel Village a Manhattan, a Dumbo e Redhook a Brooklyn. Gli artisti danno valore a questi posti con la loro presenza e la loro creatività, danno nuova vita anche alla gente; e questo e’ proprio lo stesso percorso che sta facendo il Bronx, che sicuramente e’ piu’ grande delle aree che ho nominato prima.

F.L. Pensi che sia uno sviluppo culturale che parte veramente dalla gente?

H.C. La gente che vive nel Bronx e’ molto orgogliosa, e lo sviluppo di questa zona li aiuta anche a sentirsi piu’ considerati, ma comunque questo non fa scomparire ovviamente la forte poverta’ che ancora e’ presente. Ancora esistono grossi problemi come un forte spaccio di droga, la mancanza di lavoro, e gravi carenze sanitarie anche legate all’inquinamento, ma tutto sommato e’ una situazione sicuramente positiva se confrontata col passato. Adesso c’è molta piu’ speranza, dopo tutto quello che la gente ha passato, e il Bronx e’ un posto molto piu’ sicuro.

F.L. Indubbiamente New York è molto cambiata negli ultimi tempi. Come vedi questo cambiamento cosi’ radicale?


H.C. Questa e’ una cosa evidente, che, in effetti, pensano in molti, soprattutto perche’ c’è meno crimine in citta’. Anch’io credo che New York ora sia piu’ vivibile ma e’ un dato di fatto che ci sono troppi arresti immotivati e, anche a causa di quello che e’ successo negli ultimi anni, è stata adottata una politica di abuso e repressione anche nei confronti di chi non ha niente a che fare con la delinquenza.

F.L. Che aria si respirava invece negli anni ’70, quando ti ci sei trasferito?

H.C. In quegli anni New York era una città molto aperta, piena di stimoli, in particolare a livello artistico. Era sicuramente una citta’ piu’ pericolosa, ma la gente sentiva un forte spirito di liberta’ e creatività, e non voleva che nessuno decidesse cosa era giusto fare o no. Tutto era basato sull’esplorazione e la sorpresa, ora è tutto molto “regolare”. Anche dal punto di vista economico, la citta’ permetteva ai giovani artisti di fare esperienze di lavoro e di vita, vivendo a Man
hattan, mentre ora per via dei prezzi saliti alle stelle, i giovani si devono rifugiare in zone piu’ decentrate, come ad esempio Jackson Heights nel Queens o Bushwick a Brooklyn. Lo scopo e’, indubbiamente, quello di rendere New York una citta’ per ricchi, per pochi.

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