Hell’s Winter

by • 06/10/2005 • RecensioniComments (0)436

"Cage. Agent Orange. Eastern Conference. Smut Peddlers. Album solista così così. Collaborazione mediocre uno. Collaborazione mediocre due. Hey, essere psicopatici fa vendere".

Per chi in questi ultimi cinque anni ha imparato a disprezzare il Cage che era diventato a botte di testi “malati” (termine osceno, paragonabile solo a “pazzo”)- ovverosia sostanzialmente una macchietta dell’Alex di Agent Orange- la descrizione di cui sopra è sintetica e azzeccata quanto basta. Ecco, forse le manca il termine “noioso” per essere lapidaria. Per farla breve, insomma, non nascondo il fatto che quando mi sono trovato questo album tra le mani, con uno sguardo un po’ schifato mi sono detto “sarà la solita pacconata buona giusto per sedicenni fissati con lo splatter e poco altro”. Pregiudizi enormi mi controllavano.

Tuttavia, leggendo i nomi degli ospiti presenti sul disco (su tutti Jello Biafra e Daryl Palumbo dei Glassjaw) ho subodorato un cambiamento in corso, confermatomi poi dalla dicitura “Def Jux”: insomma, a quanto pare, Cage è intenzionato a giocarsi la carta della longevità, per la quale il requisito fondamentale è il sapersi rinnovare. E nel caso di Cage non sarebbe bastato solo il suono o l’atmosfera, poco ma sicuro.

E difatti, stento ancor’adesso a credere alle mie orecchie, l’album che sto ascoltando rovescia in buona parte tutti gli stereotipi legati quella psicosi da supermercato che finora avevano contraddistinto Cage e le sue produzioni. Non solo: i suoni da un lato si sono relativamente ingentiliti, dall’altro si sono riavvicinati ad un suono più “classico”.

Né è la prova la prima traccia, Good Morning, nella quale El-P tira fuori due riff di chitarra e li incolla sopra il classico cassa-rullante (e basso parecchio spinto) tipico dei suoni newyorchesi della prima metà degli anni ’90. Cage di suo cavalca il beat in scioltezza, rendendo il pezzo un ottimo aperitivo per il tutto. Ma è solo a Too Heavy For Cherubs che si comincia a notare la svolta di Cage: è qui che l’ascoltatore può farsi una prima idea di come sia stata l’infanzia del Nostro, passata in buona parte in balìa di un padre alcolista, cristiano fondamentalista, ex marine e per giunta violento. Lo stereotipo del fanatico, insomma. Il tema viene poi ripreso e completato in Stripes, con la differenza che in quest’ultimo caso le strofe sono molto più cariche di risentimento che in Cherubs, dove invece l’approccio era più “leggero”, distaccato. Ma per quanto “distaccato” possa sembrare (in realtà, in Cherubs, la voce effettata stile ubriaco è abbastanza angosciante), in ambedue le canzoni si nota comunque come rabbia e frustrazioni non siano esagerate, prefabbricate o confezionate a tavolino (qualcuno ha detto Eminem?), ma come suonino semplicemente sincere.

Sostanzialmente, la stessa osservazione, riguardante una fondamentale onestà, si può adattare ad ogni canzone di Hell’s Winter che abbia in sé qualcosa di personale: senza voler fare psicologia spiccia, penso che un’esperienza, quale che sia, se non urlata ma esposta verosimilmente sia un segno inequivocabile di maturità, e ciò generalmente non fa che giovare all’ascolto ripetuto di un disco.

E le canzoni aventi in sé qualcosa di personale sono la maggioranza: dalle due sopracitate a Grand Ol’ Party Crash (con un’esilarante interpretazione di Bush a cura di Jello Biafra), passando per Peeranoia e Subtle Art Of Breakup Song, per giungere infine a Public Property e Scenester. Intendo sottolineare come comunque non si possa parlare di Emo-rap, visto e considerato che, oltre a non piangersi addosso, il bagaglio di esperienze dell’artista non si limita a questioni di cuore et similia; si spinge più in là, includendo ad esempio le disavventure discografiche ed arrivando a toccare persino l’autoironia.

Tecnicamente, invece, Cage non si è poi evoluto un granchè. Lo si nota per esempio in Lord Have Mercy (forse l’unica canzone rapportabile col suo vecchio repertorio), ma questa lacuna, se tale si può definire, viene riempita dall’ottimo lavoro fatto dai produttori. RJD2, per esempio, compone un bellissimo sottofondo per Shoot Frank, al quale Daryl Palumbo aggiunge un ritornello davvero calzante; El-P, dal suo, riabbraccia il buon vecchio boom bap e –spesso affiancato da altri, Camu Tao su tutti- crea almeno cinque ottimi pezzi (Good Morning, Hell’s Winter, Subtle Art…, The Death Of Chris Palko e Lord Have Mercy), fallendo solo nella posse cut Weathermen Gang. Persino DJ Shadow fa una comparsata in Grand Ol Party Crash, ed il risultato, seppur non stellare, lascia soddisfatti.

Ora: non sono un grande fan del suono tipico della Def Jux, men che meno di quello che finora è stato Cage, ma devo dire che (forse proprio per questo) questo Hell’s Winter mi ha impressionato parecchio. In primo luogo per via del cambiamento di Cage, certamente, ma anche per la qualità dei beat e della maniera con la quale si sposano ai testi. L’album è una specie di tour nella testa di una persona la cui vita non è certo stata rose e fiori (andate a leggervi la biografia sul sito della Def Jux), ma che raccontata in questo modo (ovverosia senza autocompiangersi, mettendoci un pizzico di umorismo nero qua e là, e soprattutto scegliendo le parole giuste al momento giusto) risulta terribilmente interessante. Va da sé che qualche difetto qua e là lo si trova, ma nel complesso non risulta dannoso.

Un disco maturo (qualcuno sorriderà leggendo questa parola), quindi, ed apprezzabile non solo in un’ottica da reppuso ma, anzi, soprattutto, in una di musica tout court. Da avere.

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