GUEST STAR: Dopehead – Plaid palm trees (di Antonio Solinas)

by • 21/11/2011 • ArticoliComments (0)654

L’AUTORE DELL’ARTICOLO: Antonio Solinas nella vita ha fatto un sacco di cose, molte senza senso. Fra le cose che ancora gli procurano piacere ci sono i fumetti e soprattutto l’hip hop, per il quale scrive sempre volentieri, quando può. Ha collaborato in passato con Superfly, tradotto un fumetto scritto da MF Grimm che in Italia non uscirà probabilmente mai, e ascoltato innumerevoli schifezze. Nel tempo libero, cerca di fare il padre e riesce ancora a fare qualche beat. Il suo blog: http://www.gaccuworld.blogspot.com

Dopehead – Plaid Palm Trees

I mixtapes in free download di artisti emergenti (e non) sono sempre un’ottima palestra per capire lo stato delle cose dell’hip hop, perché offrono uno spaccato idiosincratico e “puro” di quello che è lo spirito originario di questa musica, al di là delle convenzioni dell’industria e degli autocondizionamenti che ormai costituiscono la seconda pelle del genere. In questo senso la scuola di Detroit, da qualche anno, costituisce un vivaio validissimo di artisti interessanti da ascoltare. Dopo l’esplosione, nell’ultimo biennio, di Danny Brown (ora accasatosi con la Fool’s Gold dei Duck Sauce, quelli del tormentone Barbra Streisand), ora tocca al compare Mike Luke/Dopehead, di cui siamo andati a recensire il recente Plaid Palm Trees.

Quando si parla di Dopehead, al secolo Mike Luke, il paragone con Danny Brown viene sempre spontaneo, parrebbe (basta leggerne in giro sulla rete). Non è una cosa balzana: capita spesso per i compagni di merende (vedi le contaminazioni, ancorché inevitabili, di Keith Murray con Redman o T3 con Elzhi, per dire). Anche nel caso di Dopehead e Danny Brown, compadres, insieme a Chip$, nella posse (si usa ancora, il termine posse?) Bruiser Brigade, ovvero gli ex Reservoir Dogs, uno dei “best kept secrets” della Detroit di qualche anno fa, succede lo stesso. Luke e Brown, come di prammatica, mostrano evidenti somiglianze a livello di voce, a partire dall’inflessione vocale molto simile e dalla capacità di padroneggiare il delicato equilibrio fra minaccia violenta e stravagante humour da stonato (incidentalmente, è una caratteristica di molti degli artisti che apprezzo di più).

Per la verità, però, Danny Brown è molto più conscio delle proprie idiosincrasie, ci gioca di più e riesce in questo modo a risultare più personale e unico, mentre lo stile più “calmo” (e mezza ottava sotto) di Dopehead sembra ancora immaturo e alla ricerca di identità, rispetto al più famoso collega.

Qui finiscono le somiglianze fra i due. In Plaid Palm Trees lo stile di Dopehead, con le sue punchlines poco ortodosse (“You like swag, I prefer sensimilia”, canta in Dope, poco prima di dire “my flow tight like the Jonas brothers’ skin”), ha un approccio più tradizionalista di Brown per quanto riguarda la forma canzone rap, destreggiandosi fra “ghettocentrismo”, hood pride, commedia negra e storie pecorecce su beat generalmente minimalisti, informati a quella che è la più pura componente boom bap della classica scuola di Detroit. In questo senso, Plaid Palm Trees, l’ultima fatica di Mike Lupe, è un bignamino delle virtù del Nostro.

La parte del leone a livello di produzione la fa il misconosciuto Drumma B, responsabile di cangianti atmosfere e mood che si inseguono per tutto il mixtape. Da Pump Up the Volume a Young Dog c’è un mondo, in termini di approccio musicale, ma il produttore sa il fatto suo e insiste su breaks di sapore classico e batterie granitiche come ci si aspetta da una produzione di Detroit (anche se l’influenza di Madlib sembra, per una volta, soverchiare quella di Dilla). Dopehead suona sorprendentemente bene su tutti i tappeti sonori fornitigli, riuscendo a trovare la misura per amalgamare il tutto in maniera naturale e omogenea, persino quando, in maniera inaspettata, appare in scena la rediviva – e sempre bravissima – Blue Raspberry (Drifting).

È quando il suono si fa più minimalista, però, che Dopehead sembra più in forma. In Airbags, che ripropone il campione già usato da Madlib in Real Eyes di Quasimoto (Accadde a Bali degli Arawak) e in Dope, che richiama in maniera inequivocabile le atmosfere minimaliste del famigerato primo mixtape Dopehead Muzik vol. 1, il flow di Mike Luke appare particolarmente ispirato e ti il rapper ti fa quasi credere che potrà diventare famoso. Non sarà ovviamente così (Dopehead è destinato a restare un rapper underground, a meno che la cospirazione hipster non faccia il miracolo), ma per qualche ascolto è bello illudersi che sia diverso.

 

DOPEHEAD – AIRBAGS official music video from Stedfast Media on Vimeo.

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