Guerra e Pace: la battaglia più difficile è contro se stessi

by • 05/02/2013 • RecensioniComments (0)1459

Chi legge abitualmente Hotmc sa che non mi piace scrivere usando la prima persona singolare: trovo che distolga l’attenzione dalla storia che si vuole raccontare e punti troppo i riflettori sulla persona che la racconta. È l’eterno dilemma del giornalista, che deve scegliere se diventare lui stesso protagonista dei suoi articoli, guadagnandoci in visibilità, o defilarsi un po’ e dar voce ai protagonisti – magari attraverso una bella intervista anziché attraverso un bell’editoriale – guadagnandoci in oggettività. Io ho sempre preferito la seconda strada, ma stavolta mi tocca la prima; scelta obbligata, perché nel momento in cui pubblico questo post è praticamente certo che non riusciremo a intervistare Fabri Fibra. Il che è un peccato, perché se c’è un disco che andrebbe raccontato dal diretto interessato quello è proprio Guerra e pace. Quindi, premessa ridondante ma necessaria: questa non vuole essere una recensione, è semplicemente una collezione di impressioni di chi scrive queste righe (dopo aver ascoltato l’album solo una volta, peraltro), che potrebbero benissimo essere sbagliate o inopportune o fraintendere del tutto le intenzioni dell’autore.

Come ormai tutti sanno Guerra e pace – salvo un brano firmato da Neffa e uno da Michele Canova Iorfida – è prodotto quasi interamente da beatmaker stranieri; soprattutto americani, ma c’è anche qualche inglese e un francese. La lista completa è impressionante: Organized Noize, Fyre Dept., Medeline, Dot da Genius, Agent X, J.U.S.T.I.C.E. League e tanti altri. Ciononostante, il disco riesce comunque a suonare italiano. Il che per molti potrebbe essere un punto a sfavore, ma in realtà non lo è necessariamente: in un Paese di esterofili accaniti che copiano il sound di chiunque sia sulla cresta dell’onda, riuscire a dare un’impronta nazionale e originale perfino a dei beat prodotti altrove è un gran risultato. L’unica pecca, forse, è l’estrema disparità tra i brani più lenti e riflessivi (quasi tutti ottimi) e quelli più ibridati con la dance: due sottoinsiemi che sembrano non intersecarsi mai e che non c’entrano assolutamente niente l’uno con l’altro. E il primo pare molto più riuscito e genuino del secondo – ma forse dipenderà dal fatto che i suoni pseudo-dubstep costringono Fibra in un flow molto più stoppato e chopped & screwed che riesce un po’ ostico a chi, come la sottoscritta, lo ha conosciuto e amato soprattutto per i complessi incastri e le evoluzioni liriche degli inizi.

Anche se a livello sonoro il disco gioca sulla contrapposizione tra uptempo e downtempo, però, i testi sono sempre uniformi. Nel senso che non c’è nessun brano che non contenga almeno un messaggio forte, un riferimento alla società di oggi, un incitamento alla ribellione delle nuove generazioni. Se negli anni passati mettevate su i dischi di Fabri Fibra per staccare la spina e non pensare a niente, vi sconsiglio di utilizzare questo allo scopo: di carne al fuoco ce n’è tanta, tantissima. Il tema centrale è il clima depressivo e rassegnato che ultimamente pervade l’Italia, e la speranza è quella di spingere quante più persone possibile a reagire. Ma, al di là di questo, emerge anche qualcos’altro: la solitudine di chi ce l’ha fatta. L’intera tracklist è pervasa da tutta la malinconia e il senso di isolamento di un artista eccezionale che però si è trovato totalmente tagliato fuori dalla normalità, spesso frainteso e additato come qualcosa che non è, senza mai riuscire a difendersi del tutto. Brani come La solitudine dei numeri uno (che racconta di come i concerti sono sempre più pieni, ma la lista delle telefonate disinteressate è sempre più vuota) sono emblematici, ma il senso di straniamento è sempre presente: dichiarazioni come “Io ce l’ho fatta, ma non so cosa ho ottenuto” o “Nei miei sette dischi ho cercato di comunicarvi solo una cosa: fatemi fare l’mc, semplicemente” si ripetono come un leitmotiv, fino ad arrivare alla commovente traccia conclusiva Dagli sbagli si impara. Agli occhi di un’osservatrice interna alla scena hip hop di casa nostra, anche la scelta di far produrre l’intero disco all’estero accentua questa idea di gabbia dorata, di eremitaggio, in parte sicuramente cercato e in parte subìto. Peccato: questa frattura è senz’altro una perdita che impoverisce tutti.

Nota di colore: l’unica “vittima” delle invettive di Fabri, anche se non viene mai nominato esplicitamente, è Valerio Scanu. Il perché non ci è dato saperlo, ma siamo ben lontani dai tempi di Mr. Simpatia, in cui il nostro eroe aveva una buona parola per tutti.

In conclusione: Guerra e pace è un bel disco? A un primo ascolto, innegabilmente sì. Anzi, mi sbilancio ancora di più: per me – per i miei gusti personali, per la mia storia, per i miei ascolti – è il migliore di tutti gli album solisti che ha prodotto da Mr. Simpatia ad oggi. Sul prima, però, non riesco a pronunciarmi con serenità: forse sono troppo affezionata agli album della mia adolescenza, però non riesco davvero a dimenticare il Fabri Fibra di Sindrome di fine millennio o di Turbe giovanili. Il Fabri di oggi mi sembra senz’altro più raffinato e forse anche più abile, ma meno spontaneo, sbruffone e divertito. Crescendo tutti noi, indipendentemente dal lavoro che facciamo e dal ruolo che ricopriamo nella vita, perdiamo qualcosa da quel punto di vista e tiriamo un po’ il freno a mano: perché ci guadagniamo in sicurezza di sé e in mestiere, perché le aspettative degli altri cambiano, perché il mondo ci trasmette sensazioni diverse, perché vogliamo costruirci qualcosa di nuovo. È inevitabile, e quando è un processo naturale e non forzato non c’è niente di male in questo. L’essenziale è che il livello resti alto come quello di partenza, pur con le ovvie differenze tra il prima e il dopo. E, se ci fosse bisogno di ribadirlo, è questo il caso. Eppure resta sempre un pizzico di nostalgia, non tanto per la tecnica quanto per lo spirito e le intenzioni. D’altra parte, però, sia gli ascoltatori che gli artisti crescono. A volte riescono addirittura a crescere insieme.

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