Gue’ Pequeno: l’intervista

by • 26/06/2011 • IntervisteComments (0)1720

Se tutti gli artisti fossero come i Club Dogo, l’incipit delle nostre interviste sarebbe piuttosto ripetitivo. Come per Donjoe e Shablo, l’aspettativa nei confronti del primo album solista di Gue’ era alle stelle, e anche in questo caso non è stata in alcun modo delusa, sia dal punto di vista qualitativo, sia dal punto di vista della classifica (Il ragazzo d’oro è stato al numero 1 della classifica di iTunes e ha debuttato alla 5 nella classifica generale). Ma, lasciatevelo dire, siamo molto contenti di aprire due interviste di seguito in questo modo. Il ragazzo d’oro è un album variegato, pieno di sfumature, davvero ricco di soddisfazioni per tutti coloro che seguono e amano Gue’, che siano con lui dal giorno zero o che lo abbiano scoperto recentemente grazie a un video su Mtv. Anziché escludere, include, ed è una lezione che molti rapper dovrebbero imparare. E’ la conferma, se mai ce ne fosse stato il bisogno, che anche in Italia esiste un hip hop di livello superiore, che riesce ad arrivare a tutti pur non tradendo se stesso, e che funziona anche quando abbandona le formule prestabilite e tenta qualcosa di diverso. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Gue’ nella sede della Universal, e questo è il resoconto della nostra conversazione.

 

Blumi: Non appena si è scoperto che avresti lavorato a un album solista, tutti gli ascoltatori di hip hop italiano si sono entusiasmati. Il peso dell’aspettativa dev’essere stato notevole…

Gue: Sinceramente no. Ma soprattutto perché inizialmente questo disco doveva essere il nuovo volume di Fastlife (ciclo di mixtape in cui Gue, da solista, rappa su strumentali americane, ndr): il progetto, poi, si è trasformato in uno street album, e solo alla fine è diventato un album ufficiale. Insomma, non avevo in testa l’idea di dover uscire con il mio primo disco solista e spaccare il mondo, non l’ho pensata a tavolino. Per me Il ragazzo d’oro è un side project che rappresenta una deviazione dal percorso dei Club Dogo, che quest’anno è stato particolarmente intenso e ha toccato i traguardi più importanti: il debutto al secondo posto in classifica, un tour molto impegnativo e affollato, la sigla di Radio Deejay e Deejay TV, lo show tv Un Giorno Da Cani… Chiaramente mi rendo conto che da parte di molti ascoltatori di rap ci fosse attesa per il mio disco: mi fa molto piacere perché questo tipo di aspettativa è una cosa molto hip hop. Ma credo che il bello di quest’album sia che contiene tutti gli aspetti per cui sono seguito.

B: In effetti è un disco molto vario…

G: Esatto: ce n’è per tutti! (ride) C’è il pezzo nerdcore e tecnico, quello per i puristi, quello più soft… Sono molto contento del risultato, anche perché a livello di direzione artistica ho fatto tutto da solo. Il feedback per i brani che finora sono usciti su internet è stato piuttosto pazzo, nel bene e nel male (anche nel caso di Gue, l’intervista è stata registrata prima che l’album uscisse: erano fuori solo i video dei primi tre brani, ndr). Vedremo cosa succederà dopo.

B: Visto che la tua idea iniziale era un’altra, cosa ti ha convinto a trasformare quello che doveva essere un mixtape in un album ufficiale?

G: Alcuni brani, almeno il 50% del disco, erano molto forti ed ero davvero contento di come erano usciti: sia io che i ragazzi che lavorano abitualmente con me abbiamo pensato che era un peccato sprecarli su una strumentale americana, meritavano di più.

B: A proposito di strumentali, Il ragazzo d’oro è un album dal sound molto classico, nel senso migliore del termine: richiama immediatamente certe sonorità senza tempo che hanno fatto la storia dell’hip hop. È una scelta voluta?

G: Sì. Ho voluto anche lavorare con i produttori hip-hop più tradizionalisti: Shocca, Bassi, Fritz da Cat, Zonta… L’ho fatto anche per restare fedele a me stesso, io arrivo da quel tipo di background. Allo stesso tempo, però, credo che il risultato finale del disco rispecchi in qualche modo il suono dell’hip hop più nuovo e attuale, cosa che con le produzioni targate Club Dogo abbiamo sempre cercato di fare. Ad esempio, Non lo spegnere con Entics è un brano alla Sean Kingston, un po’ più commerciale, mentre la title track Il ragazzo d’oro, il cui video ha fatto 250.000 visite in un solo weekend, ha un suono alla Lex Luger, che attualmente impazza in America. Chissà, forse quel pezzo non è stato capito perché gli italiani non ascoltano rap americano: sono stato da poco a New York e praticamente suonavano solo quella roba…

B: Parliamo di quel brano. A parte il fatto che molti non l’hanno capito, è un po’ atipico come title track, sia perché non è molto esplicativo rispetto all’album, sia perché c’è la presenza di un ospite “ingombrante” come Caneda…

G: Per questo disco ho voluto una lavorazione all’americana, per così dire: ci sono molti estratti, tra street single, video ufficiali e altri extra, come quelli su iTunes. Anche i video in previsione sono parecchi: durante l’estate ne usciranno almeno altri tre, di cui uno ufficiale, Ultimi giorni. Insomma, non è che esistano dei brani più importanti o esplicativi rispetto agli altri. Posto questo, io sono un grandissimo fan di Caneda: il rap italiano mi annoia spesso e lo ascolto poco, ma lui lo considero al pari di un americano, lo trovo assolutamente geniale. È un artista a tutto tondo, un rapper e un pittore dal talento enorme. Il pezzo, secondo me, è davvero molto avanti, talmente tanto che verrà capito tra mesi o forse anni: un po’ come è successo per Spacco tutto, che all’epoca della sua uscita secondo alcuni non doveva neanche essere considerato un brano hip hop. Abbiamo voluto usare un beat che richiamasse il trend americano del momento, per fare una specie di omaggio ai veri cultori e per fare capire che anche noi lo siamo. In aggiunta a questo, abbiamo scelto uno stile che avevamo già utilizzato nel mixtape: niente congiuntivi e soprattutto niente metafore, uso direttamente la parola piuttosto che giri di parole. Credo che quella traccia potrebbe diventare un nuovo standard, anche se ovviamente non l’ho fatta per i ragazzini. Non è un pezzo paraculo fatto per ingraziarsi qualcuno, questo. Come dicevo prima, nell’album c’è roba per tutti: Il ragazzo d’oro è odiato da chi non lo capisce, ma piace a chi è in grado di recepirlo e a chi è fanatico di un certo tipo di rap, tanto che per molti è già diventato un brano di culto. Credo che migliori con gli ascolti e con il tempo, almeno per chi ha un certo tipo di riferimenti.

B: Il tuo è un disco molto evocativo: molti brani sembrano una collezione di immagini unite da un filo conduttore. Generalmente come funziona il processo di scrittura, per te?

G: Per questo disco, in alcuni casi iniziavo a scrivere e sapevo già dove volevo arrivare: è successo soprattutto per i brani più ragionati. In altri casi, invece, andavo un po’ a sensazione. Il fatto di esprimermi per immagini, comunque, è un po’ una componente del mio stile. Non mi piace fare testi pi
atti o monodirezionali, preferisco schizzare da un argomento all’altro, quando la cosa non rischia di intaccare il significato del pezzo.


B: Una delle immagini più ricorrenti è quella dei soldi, sia in sé e per sé che come come metafora per indicare il successo, una certa Milano, l’ossessione per il materialismo e molte altre cose. La tua percezione del tema è cambiata, mentre la fama dei Dogo aumentava? In quest’ultimo disco spesso ne parli in maniera piuttosto amara…

G: In effetti ci sono degli episodi e delle analisi molto più personali e sincere, in cui esploro l’altra faccia della medaglia, il lato oscuro del successo e della vita che faccio. In realtà, senza voler essere ipocriti, i soldi sono importantissimi: a differenza di molti altri che fanno finta di ignorare l’argomento, io ne parlo apertamente. In questo album però mi spingo un po’ più in là, in pezzi come Ultimi giorni o Da grande, che sono tra i miei preferiti: viene fuori un aspetto più intimista, che magari quando lavoro con i Dogo è un po’ più difficile da esternare per non sfatare il mito della band e il suo immaginario. Credo che sia importante fare emergere anche queste sfumature, anche per fare capire a chi è infastidito dal lato più gradasso dell’hip hop che non esiste solo quello. È importante che il rap racchiuda tutti gli aspetti della vita, anche gli estremi, ed è per questo che sul mio album c’è sia il pezzo porno che il pezzo romantico.

B: Restando su uno dei pezzi che nominavi, Da grande, la prima cosa che mi è venuta in mente quando l’ho sentita è il detto “Il brutto dei desideri è che a volte si avverano”…

G: L’ho scritta in un momento molto buio e negativo della mia vita, lo stesso in cui ho scritto Ultimi giorni: sono il genere di pezzo che ti riesce bene solo quando ti trovi in quel particolare stato d’animo. Sono molto contento di come è venuto fuori, quando lo riascolto mi smuove qualcosa e credo che lo trasmetta anche agli altri. Credo che in qualche modo sia anche un brano coraggioso: parla di sogni, aspettative, delusioni e sconfitte senza alcun tipo di filtro, e non è facile esporsi così. Nel rap, anzi, non lo fa quasi nessuno: sembrano tutti invincibili, nessuno getta mai davvero la maschera.

B: Come mai, invece, hai deciso di rifare Count on me di Shablo e Caprice in una versione in italiano e rappata?

G: Con Shablo siamo amici da tanto e quando sono andato a trovarlo ad Amsterdam ho conosciuto Caprice, che in Olanda è una star che registra con gente del calibro di Akon. Io ero un fan di quel pezzo fin dalla sua uscita: in Italia non era girato così tanto, perché il progetto era molto internazionale e oltretutto era anche cantato in inglese (il brano era contenuto nell’album di Shablo The second feeling, ndr). L’idea di rifarlo è nata da entrambi: a Shablo sarebbe piaciuta una versione in italiano, io ero innamorato della canzone, così ci abbiamo provato. Non si tratta di una vera e propria traduzione e anche il beat è stato parzialmente modificato: è un po’ più moderno, non è più così tradizionalmente soul. A me il risultato piace molto: è un esperimento che non avevo mai fatto e che avrei sempre voluto tentare.  Anche a Shablo e Caprice sono molto contenti del risultato.

B: Di Conta su di me è appena uscito anche un video (disponibile solamente in allegato alla versione digitale dell’album, ndr). Visto che, come accennavi prima, i videoclip hanno un ruolo molto molto importante in questo progetto, e visto che è risaputo che una delle tue grandi passioni è il cinema, qual è l’apporto che dai, quando si tratta di girarli?

G: Dipende molto dal video e dalle persone con cui lo realizzo. Ad esempio, nel caso di quello di Non lo spegnere abbiamo lavorato con Yo Clas!, che è un artista a tutto tondo: lì abbiamo semplicemente deciso insieme dove volevamo arrivare, ovvero a un video molto patinato e chiaramente ispirato a Roll up di Wiz Khalifa, e lui ha pensato a tutto il resto. È venuto molto bene: considerando che vuole essere quel tipo di clip rap, player e pieno di figa, e non un film di Scorsese, credo che svolga appieno il suo ruolo… (ride) Per il resto sto realizzando anche molti street video, anche se il confine tra video street e ufficiali ormai non esiste praticamente più. Lì c’è più spazio per sperimentare: quello de Il ragazzo d’oro è molto scuro, cupo, con un’ambientazione più simile alla vita di tutti i giorni, mentre Giù il soffitto ha un particolare uso dei colori. Per alcuni, che usciranno più avanti, abbiamo in mente di tentare scelte anche più artistiche: a settembre, ad esempio, uscirà quello di Ultimi giorni, che sarà in assoluto il più cinematografico. Insomma, si tratta di video molto variegati e diversi tra loro, come d’altronde sono anche le canzoni che vanno ad accompagnare.

B: Domanda un po’ stupida, ma dovuta: visto che spesso la stampa e un certo tipo di pubblico, soprattutto generalista, tende a fraintendere quello che i Club Dogo fanno, secondo te quali saranno i misunderstanding e le polemiche più accese per Il ragazzo d’oro?

G: Onestamente noi non ci siamo mai curati di questo aspetto, che è una costante in tutta la nostra carriera. In Italia per avere successo devi farti passare per uno sfigato, noi invece abbiamo sempre fatto gli sboroni e già questo ha creato un corto circuito nel sistema. Anche il pubblico hip hop, pur essendo noi genuinamente hip hop, spesso ci pone dei problemi inesistenti. Resta il fatto che, qualunque cosa chiunque abbia da dire, io in questo disco ho fatto semplicemente quello che mi sentivo di fare, senza scelte furbe o di comodo: la prova è il fatto che mentre ci lavoravo non pensavo né di realizzare il mio primo album solista, né di uscire con Universal. È stato tutto molto spontaneo. Non so cosa succederà quando pubblico e giornalisti lo ascolteranno. Probabilmente succederà di tutto, ma anche perché io stesso ci ho messo dentro di tutto. Accontenterò e scontenterò tutti allo stesso tempo. Prima ancora della sua uscita, Il ragazzo d’oro aveva già sollevato vari polveroni: il video di Giù il soffitto censurato, la title track più discussa della storia… Forse, con il senno di poi, il fatto di non studiarci le cose a tavolino andrebbe considerato un errore, più che una nota di merito. Se lo avessimo fatto, ci saremmo risparmiati un sacco di problemi. Prendi JCVD, dall’ultimo disco dei Dogo: era un pezzo assolutamente avveniristico, che ricordava molte delle più innovative produzioni francesi, eppure non l’ha capito quasi nessuno. Se avessimo voluto fare una scelta strategica magari sarebbe stato meglio non includerlo, ma noi non pensiamo mai a queste cose. Personalmente, l’unico appunto che potrei fare a questo disco è che ha degli episodi fin troppo spontanei, che arrivano dal mondo dei mixtape. Però ne sono comunque molto contento.

B: A proposito della carriera dei Dogo, fin da quando il gruppo esiste i rapper italiani hanno attinto a piene mani dal vostro stile, soprattutto dal tuo,
che è diventato uno standard a cui ispirarsi e aspirare. Spesso è difficile distinguere dove finisce il tributo e inizia il plagio. Personalmente, ti senti più infastidito o lusingato da questo fenomeno?

G: Ti faccio una premessa. Qualche giorno fa parlavo con un giovane rapper sulla cresta dell’onda, che ha appena firmato il suo primo contratto discografico importante. Abbiamo fatto un freestyle insieme per il nuovo mixtape, e lui mi raccontava che anche lui era approdato sporadicamente allo stile di cui parlavo prima, quello che elimina congiuntivi e metafore. Non lo aveva fatto per copiarmi, ma mi ha confessato che era convinto che tutti lo avrebbero pensato. Io, a dire il vero, di solito non mi pongo neanche il problema: non m’interessa, non ci bado. Non per fare il figo, ma perché proprio non è una cosa che noto. Da una parte mi fa piacere che gli altri me lo dicano, perché vuol dire che anche chi si occupa di hip hop pensa che io abbia fatto bene il mio lavoro. Continuo a non prestarci troppa attenzione, però, e anche se lo facessi, non starei lì a rodermi il fegato pensandoci. Ho tanti lati negativi, ma da questo punto di vista sono assolutamente bonario, a meno che la cosa non diventi troppo spudorata o fastidiosa. Molti mi dicono anche che abbiamo dato delle grosse spinte ad artisti che, se non fosse stato per il nostro supporto, non ce l’avrebbero mai fatta ad emergere, ma anche in questo caso non ci faccio mai caso. Forse dovrei diventare più attento, o più cattivo, chissà! (ride)

B: Last but not least: progetti futuri?

G: Anche se tutti noi siamo impegnati con questi side project, nei prossimi mesi proseguirà anche la frangia estiva del tour dei Club Dogo, che per noi è sempre una bella soddisfazione. Abbiamo delle date molto importanti, soprattutto quella del 9 luglio al Carroponte di Milano, in cui il mio album e quello di Donjoe e Shablo avranno ampio spazio. In autunno, come accennavo prima, uscirà un nuovo video ufficiale, ovvero Ultimi giorni; poco dopo uscirà anche il volume 3 di Fastlife, che secondo me è il migliore capitolo di questa saga di mixtape. Anche in autunno porteremo in giro qualche live e dj set, mentre il nuovo singolo dei Club Dogo dovrebbe uscire a inizio 2012, seguito a ruota dal nuovo album.

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