Grand Master Mogol

by • 26/11/2005 • RecensioniComments (0)376

Vi ricordate "Rainbow Island"?

Era un videogioco anni '80 che consisteva nel far saltellare da una nuvola all'altra un omino fatto di pixel con l'aiuto di tanti arcobaleni da lui magicamente creati. Parto da qui perchè è un po' quello che han fatto gli Amari con la musica: dall'hip hop alla sperimentazione, dalle chitarre all'elettronica, dal pop all'indie rock sempre alla ricerca di un suono personale. Ora, dopo tanto girovagare, gli Amari sembrano aver trovato una loro dimensione definitiva, e in questo "Grand Master Mogol" si mostrano semplicemente per quello che sono… se stessi ovviamente.

Il (geniale) titolo svela già dall'incipit intenzioni ed intuizioni: Grand Master Flash da una parte, Mogol dall'altra, con il saggio Gran Mogol a metter pace quando c'è un litigio di troppo. Rap sghembo, synth e tastierine, bassi funk, scratch, tanta melodia e ritornelli che ti entrano in testa al primo ascolto. 13 pezzi che sanno di buono, canzoni che sì devon tanto al Battisti di "Anima Latina" (un riferimento esplicito) ma che hanno un proprio perchè, una propria storia, una propria destinazione…

Nei testi scritti dal Pasta e dal Dariella è sparito quell'ermetismo infantile e fiabesco dei dischi precedenti, trasuda la voglia di comunicare a tutto tondo, le metafore si fanno più esplicite e le parole si proiettano direttamente verso l'ascoltatore. Liriche cariche di gioiosa malinconia, piccole verità universali del quotidiano, lucida ma non dis-illusa disillusione, versi che parlano di (ed a) "una generazione che le rivoluzioni le pensa sul divano". Il rap non è certo il punto forte del disco e non ha nemmeno tanto senso parlare di hip hop in questo frangente, il linguaggio dei due si è forgiato sul rap ma è mutato in qualcosa d'altro, un qualcosa che forse può ricordare le ultime uscite soliste di Why? dei cLOUDDEAD.

Pezzi come "Bolognina Revolution", "Campo Minato" e "Love Management" abbracciano alla perfezione quell'idea di "pop sbagliato" tanto cara ai ragazzi della Riotmaker: il falsetto che canta "scusa se, anche questa notte voglio stare a casa, devo salvare il mondo" nel ritornello della prima, quel break di rap old school che irrompe dopo due minuti di melodia nella seconda, il basso slabbrato che fa da filo conduttore nella terza. "La Prima Volta" è una potenziale super-hit ma i tre sono bravissimi nello spiazzare tutti facendola esplodere in una bolla di sapone dopo il climax finale, evitando l'effetto pacchianamente anthemistico. Non tutti i pezzi sono sullo stesso livello, il disco scende un po' nel finale, la snob "Il Vento Del 15 Gennaio", ma si riprende alla grande con "Venere Non Ritorna" il pezzo più intenso del trio friulano dai tempi di "Whale Grotto", scratch e synth che si attorcigliano, basso a scandire il tempo e un ritornello davvero formidabile. Assolutamente da citare anche "Tremendamente Belli", lucida quanto necessaria denuncia di quell'edonismo della tristezza tanto in voga nell'ambiente fintamente alternativo.

Un gran bel disco di musica italiana, nell'accezione del termine più ampia possibile.

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