Got Soul? – Issue 1

by • 25/09/2004 • ArticoliComments (0)394

Diversi anni fa, quando le donne che scrivevano di hip hop erano ancora molto (troppo) poche, The Source pubblicò un ampio reportage sul panorama R’n’B del momento. Addussero a motivazione il fatto che l’estate si avvicinava, gli ormoni cominciavano a rimescolarsi, gli hip hoppers cercavano di darsi da fare per catturare una preda e, insomma, il maschio medio avrebbe fatto meglio a documentarsi su un tipo di musica che, a differenza di quella dei Mobb Deep o degli MOP, facesse atmosfera e l’aiutasse a raggiungere il suo obbiettivo.

Ed è proprio in antitesi a questa concezione maschilista di R’n’B e soul che nasce il suddetto corner: se c’è qualcuno che sta leggendo questa pagina alla ricerca di facili canzoncine da struscio, farebbe meglio a chiudere immediatamente la finestra e andare a dare un’occhiata al sito di Billboard.

Dopo questa breve premessa, torniamo a parlare di musica (nell’accezione più viva e viscerale del termine).

Da un anno a questa parte, le uscite discografiche in materia soul, nu soul e RnB si sono fatte numerose e qualitativamente molto valide: la stagione 2003/2004 ci ha regalato due classici imprescindibili come i nuovi album di Erykah Badu e Alicia Keys. A proposito di quest’ultima, è da segnalare un prodotto passato inosservato ai più, a metà strada tra una raccolta di b-side e un bootleg: Keys to the city, ciddì a tiratura limitata targato J Records, raccoglie chicche, inediti, remix e versioni live di Alicia. Il titolo non è stato scelto a caso: la presenza di brani dalle sonorità prettamente hip hop è il minimo comun denominatore del disco. Qualche esempio? L’ormai celebre collabo con Nas e Rakim, Streets of New York, e l’inedita Juciest/ I don’t care, sorta di revenge-remix (avete presente Foolish e Unfoolish di Ashanti?) di How comes you don’t call me, costruito sulla strumentale di Juicy.

Piacevolissima scoperta è stata poi Amy Winehouse, giovane performer londinese e bianca che, a detta della critica, è l’erede naturale di Billie Holiday.

Piacevolissima scoperta è stata poi Amy Winehouse, giovane performer londinese e bianca che, a detta della critica, è l’erede naturale di Billie Holiday (paragone che la accomuna alla sopra citata Erykah). Il suo primo album, Frank, è una sintesi quasi perfetta tra soul, jazz, blues, pop e R’n’B moderno, il tutto senza disdegnare sfumature più urbane (ascoltate In my bed e provate a vedere se non vi ricorda qualcosa…). Caldamente consigliato agli amanti della schiettezza (quante volte è capitato che una vocalist, nell’ambito di una canzone d’amor deluso, chieda stizzita al partner se per caso è gay?) e a chi non ha paura di varcare i confini della black music in senso stretto.

Altri tre inglesi da non perdere di vista, per ragioni diverse ma ugualmente valide, sono Omar, la piccola Joss Stone e Lemar. Omar, tredici anni di carriera all’attivo, con Best by far si lascia alle spalle il minimalismo tipico del nu soul e riscopre una big band come Dio comanda. Lemar, invece, è uno degli “allievi” della trasmissione televisiva Fame Academy, versione britannica di Amici, ed è riuscito a convincerci che quel tipo di format non sforna solo spazzatura: il ragazzo ha classe. E con il suo debutto discografico, Dedicated, ha dimostrato di avere più groove di molti suoi colleghi arrivati al successo per vie più canoniche. Quanto a Joss Stone, da sedicenne digiuna in materia black music, in meno di un anno sforna ben due album: in The soul sessions si confronta con il Miami sound degli anni d’oro del soul, mentre con Mind, body & Soul si lancia finalmente su un repertorio inedito. Tecnicamente perfetta, forse è proprio la sincerità dell’approccio che lascia un po’ perplessi: fino a che punto le sue scelte sono influenzate dai discografici? Lo scopriremo solo nei prossimi capitoli della saga.

Tornando oltreoceano, per vagliare le ultime proposte della scena è doverosa una rapida carrellata degli artisti promossi da Okayplayer, il network online creato e gestito da ?uestlove dei Roots. Tra le più interessanti proposte d’ascolto del sito (www.okayplayer.com/nowhearthis ) figura senza dubbio Trina Broussard, ex corista di Mariah Carey e Babyface, che si presenta al pubblico con il suo primo lavoro ufficiale targato Motown, Same girl: sound morbido, ricco, sensuale, decisamente d’altri tempi. Anche Crea e Amp Fiddler meritano un posto sul podio: l’opera prima di lei, Mystory, è una retrospettiva fresca e piacevole nella migliore tradizione nu soul, mentre quello di lui, Waltz of a ghetto fly, non è classificabile né canonizzabile in nessun sottogenere, ed è proprio questo il suo punto di forza. Molto credibile anche la prova di Citizen Cope, che con il suo The Clarence Greenwood recordings realizza un ottimo ibrido tra folk, hip hop e nu soul: vocalmente non eccelso, riesce comunque proiettare l’ascoltatore in un universo di relax e quiete. Non del tutto convincenti, invece, Goapele e Lizz Fields: la prima osa troppo poco, la seconda forse troppo. Saper dosare la sperimentazione è un’arte difficile.

Gold coast, ultimo album di Rhian Benson, è un’interessante esplorazione ai confini tra jazz e nu soul che difficilmente gli appassionati potranno perdere.

Meritano una doverosa segnalazione anche Truth Hurts, Kem e Rhian Benson: i primi due, pur non raggiungendo incredibili picchi, si rivelano piuttosto gradevoli e interessanti all’ascolto. Tutt’altro discorso per la terza: la Gran Bretagna ci sta abituando molto bene. Gold coast, ultimo album dell’artista, è un’interessante esplorazione ai confini tra jazz e nu soul che difficilmente gli appassionati potranno perdere.

Chiudiamo il nostro viaggio negli anfratti della musica cantata con i must assoluti del periodo, che restano i nuovi lavori di Angie Stone e Zap Mama. La prima, con Stone love, ci regala l’ennesima perla: la verve della signora non delude mai (ma vivissimi complimenti vanno anche alla figlia adolescente Diamond, che compare più volte nel disco in veste di featuring). Quanto a Zap Mama, Ancestry in progress si candida a miglior disco dell’anno: atmosfere regali, morbide, soffuse, unite a una vocalità sommessa ma incredibilmente espressiva, sono gli ingredienti di un mix incredibile che, per stile e tenore, sarà particolarmente gradito ai fan di Erykah Badu e Les Nubians. Sarebbe stato bello inserire nell’elenco degli imperdibili anche Musicology, l’ultima fatica di Prince, ma con rammarico ci tocca ammettere che non ne ha tutti i requisiti: prodotto godibilissimo, ma non certo epocale, singoli a parte.

A questo punto altro non mi resta che darvi appuntamento alla prossima puntata, che si preannuncia ricca di interessanti spunti. Qualche anticipazione? Jill Scott pubblicherà a brevissimo il suo prossimo album, seguita a ruota da Lauryn Hill; in Francia, la fenomenale Wallen è pronta a regalarci un nuovo disco nel giro di un mese. In attesa di ulteriori sviluppi, quindi, buon autunno e arrivederci tra tre mesi.

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