Gopher aka King Bleso: l’intervista

by • 15/07/2010 • IntervisteComments (0)1131

Nel panorama hip hop di casa nostra, gli artisti così eclettici si contano sulle dita di una mano. Ammesso e non concesso che il percorso di Gopher possa essere classificato come hip hop. Probabilmente è tutta una questione di karma: negli anni, si è reincarnato in talmente tanti musicisti diversi che ormai abbiamo perso il conto. Alfiere del punk, pioniere del reggae (Sud Sound System), il rap italiano ha contribuito a fondarlo (Isola Posse All Stars) e a innovarlo e rinnovarlo (Neo Ex), per poi decidere di portare una ventata di funk all'interno di questa ridente penisola (Unto Ke). Come classificare invece l'ultimo progetto, battezzato King Bleso and the Voodoo Funk Unlimited e dal titolo Oku? Per non sbagliare, lo chiediamo direttamente a lui.

Blumi: Sei musicista fin dagli anni '80 e hai fatto la storia dell'hip hop italiano con gli Isola Posse All Stars. Quasi trent'anni dopo, in un contesto storico completamente diverso e forse anche peggiore, cos'è che ti fa ancora scattare la voglia di realizzare un nuovo album?

Gopher: Banalmente, ciò che mi spinge è il mio amore per la musica, che è ancora e rimarrà sempre lo stesso. Resto aggrappato all'idea romantica della musica come veicolo di un messaggio e di nuovi stimoli, tutto qui. Certo, ci sono degli aspetti che tendono a scoraggiarmi parecchio, come la questione delle vendite che ormai sono bassissime: oggi come oggi pubblicare un cd è una follia, economicamente parlando. Forse, coi tempi che corrono, sarebbe meglio diffondere i propri lavori solo su internet, magari neppure a pagamento.  Ma in fondo questi sono aspetti secondari, ciò che conta davvero è la passione.

B: In passato ti eri già cimentato con la musica strumentale in generale, e con i derivati del funk in particolare, dietro lo pseudonimo Unto Ke. Come mai hai cambiato (di nuovo) nome e formazione? Cosa c'è di diverso, stavolta?

G: È una domanda che mi stanno facendo un po' tutti! Per quanto riguarda King Bleso and the Voodoo Soul Unlimited, ho voluto riprendere il soprannome Bleso Wastasi, che mi aveva dato Kaos ai tempi di Neo Ex – anche se ovviamente il titolo “king” è ironico, ci tengo a sottolinearlo, non si sa mai! (ride) Diciamo che amo dare nomi diversi a progetti diversi, per identificarli meglio. Unto Ke è stato un esperimento totalmente strumentale, fatta eccezione per una traccia uscita nel 2006 sull'album Cocoa & Dust. In Oku, invece, ritorno a cantare, nel vero e proprio senso della parola: non si tratta né di rap né di raggamuffin, stavolta. Non mi considero un cantante, ma ho voluto provare, complice anche la fase che sto attraversando; da un po' di tempo ho ripreso in mano la chitarra, che è stato il mio primo strumento quando negli anni '80 facevo punk. È un po' come un cerchio che si chiude, per me. Per i brani cantati ho scelto tre cover, rispettivamente dei Clash (What's my name), dei Kinks (Sittin' on my sofa) e di Skip James (4 'o clock). Mi affiancano anche due cantanti: Suz, che in passato ha lavorato molto con Papa Ricky, e Gloria Turrini, che è la cantante “ufficiale” dei dischi di Deda targati Katzuma.

B: A proposito delle cover, come mai hai scelto proprio questi brani, che tra l'altro non sono particolarmente conosciuti tra gli appassionati di black music?

G: Non ho più una relazione strettissima con la scena hip hop e oltretutto nell'ultimo periodo, riavvicinandomi alla chitarra, ho ricominciato a fare ascolti più orientati in quella direzione. Per il disco ho recuperato pezzi che ascoltavo molto da ragazzino, musica fondamentale per la mia formazione. I Clash, ad esempio, li considero il gruppo più importante della mia vita e rifare un loro pezzo è un sogno che ho sempre avuto. In questo caso, per What's my name ho voluto utilizzare uno stile un po' parlato, sul genere Breaking bread dei JB's. Idem per Sitting on my sofa dei Kinks, che è un brano famosissimo per i fan del gruppo, anche se magari chi non li conosce lo scoprirà per la prima volta… Ho scelto pezzi che ho sempre amato molto e che non vedevo l'ora di reinterpretare, insomma, pur essendo ben consapevole che sarebbero stati totalmente ignoti agli hip hopper o agli appassionati di reggae. Ma d'altra parte, come dicevo prima, ormai posso considerarmi al di fuori di quella scena, quindi è normale che vada così.

B: Parlando invece della band che ti affianca, chi sono i Voodoo Soul Unlimited e come li hai conosciuti?

G: In realtà si tratta di una band un po' fittizia, nel senso che le persone che suonano nell'album non saranno necessariamente le stesse che mi accompagneranno a suonare in giro. Il progetto è nato come una sorta di base per sviluppi futuri: l'idea era di realizzare un disco mio che includesse molti ospiti. Voodoo Soul Unlimited, quindi, è semplicemente un nome dietro al quale si celano parecchi musicisti eccezionali, che variano a seconda della situazione. Ti posso citare ad esempio Sotu Tetsune, che è poi lo pseudonimo di Mesciu Tara, che suonava con me in Lu servu de Diu e con cui negli anni ho lavorato a molti progetti dub e reggae. È proprio con lui che sto creando il nucleo della nuova band. Stiamo già preparando gli arrangiamenti e i brani da suonare dal vivo, saremo operativi tra poco. Nei live ci saranno parecchie differenze rispetto all'album: ci piace la sfida, disorientare il pubblico è una missione per noi! (ride)

B: Restando in tema di pubblico, secondo te che tipo di cultura musicale ci vuole per apprezzare un album come il tuo? Piacerà soprattutto a chi se ne intende o può farsi amare da chiunque?

G: Può sembrare una valutazione presuntuosa, ma in effetti credo che Oku sia un disco soprattutto per addetti ai lavori. Ci vuole una certa preparazione musicale per seguire tutte le dinamiche, i riferimenti e le citazioni. Ad esempio ci sono moltissimi rimandi alla scena garage punk degli anni '60: omaggiamo gruppi come Sonics o Shadows of Knight, gente che ha sviluppato una maniera “bianca” di fare soul e black music. Un'altra grande fonte di ispirazione è stata l'Africa: la Nigeria, il Ghana, la scena afro-funk, dai nomi più noti, come Tony Allen e Fela Kuti, fino ai più sconosciuti. L'idea del voodoo soul nasce proprio da lì: l'ultima volta che sono stato a New York ho assistito alla serata di un dj famosissimo che  suona solo vinili rari africani: dischi che probabilmente ha solo lui, di una bellezza pazzesca, che mi hanno dato grandissimi spunti. Per realizzare quest'album mi sono documentato tantissimo e ho anche campionato parecchio (le batterie, ad esempio, sono tutte sample). Continuo ad essere un grande collezionista di vinili di ogni genere ed epoca, cosa che chiaramente mi influenza quando arriva il momento di lavorare a musica mia. In una battuta, insomma, bisogna avere ascoltato moltissimi dischi per apprezzare il mio disco.

B: Rimanendo in argomento, molti sostengono che gli artisti hip hop e raggamuffin non sono dei veri e propri musicisti, perché non conoscono la teoria e non suonano uno strumento. Tu invece, essendo anche un chitarrista, fai eccezione: secondo te, chi sono i veri musicisti della scena hip hop?

G: È difficile dirl
o, perché come ti dicevo ultimamente non bazzico molto la scena. Delle ultime generazioni posso citare Night Skinny: mi è capitato di recente di ascoltare il suo Metropolis stepson e mi è piaciuto moltissimo, sia a livello di sound che per l'idea alla base del progetto. Per quanto riguarda la vecchia scuola, anche se suonerà ovvio, è impossibile non menzionare Deda: dietro ai dischi di Katzuma c'è una ricerca sonora incredibile. Anche in questo caso, la sua conoscenza musicale è direttamente proporzionale alla sua collezione di dischi e alla quantità di cose diverse che ascolta. Credo che anche Neffa rientri nella categoria: anche in alcuni dei suoi ultimi lavori cantati ne dà prova. Beh, non nell'ultimissimo, magari… (ridiamo entrambi: naturalmente Gopher si riferisce a Ci eravamo tanto odiati dei Due di Picche, ndr) Io, comunque, anche in passato mi sono sempre battuto perché pratiche come il sampling, lo scratch e il rap venissero legittimate e considerate vera musica. Si può essere musicisti anche senza suonare strumenti tradizionali. Nell'ultimo periodo ho preso un'altra direzione e tanti altri lo stanno facendo – Deda, ad esempio, sta imparando a suonare il piano e comincia ad arrangiare i propri pezzi da solo – ma resto della mia idea. Ciascuno ha il suo percorso, ma ciò che conta è l'approfondimento e la ricerca. Purtroppo, però, la maggior parte degli album hip hop che mi è capitato di ascoltare recentemente si allontana sempre di più da questa prospettiva: sono banali sia a livello di messaggio che di sonorità. C'è ancora molto da fare…

B: Cambiando discorso, tu sei uno dei tanti musicisti dalla doppia professione. Ma a differenza di molti tuoi colleghi che lo tengono quasi nascosto, sembri essere molto fiero del tuo lavoro “non artistico”: sulla tua pagina Wikipedia, ad esempio, sono citati nel dettaglio tutti i negozi che hai gestito…

G: Sì, ci tengo molto. O meglio, ci tenevo, visto che un mesetto fa è naufragato anche il terzo negozio che avevo aperto… (Wastasi Shop, lo storico negozio di dischi di Gopher, trasferito a più riprese, si era spostato a Lecce nel 2009, ndr) Non è un buon periodo per il commercio. Comincio a pensare che dovrei entrare in riabilitazione per disintossicarmi dalla voglia di aprire un nuovo negozio! (ride) Scherzi a parte, negli anni in cui l'ho avuto, dal 2004 in avanti, me ne sono occupato parecchio. Devo dire, però, che la musica è sempre stata il mio lavoro principale e la mia maggiore entrata. Tra serate da dj, live, produzioni e album veri e propri, non ho mai avuto di che lamentarmi. Dentro di me ho sempre considerato il mio vero mestiere quello di musicista; il negozio l'avevo aperto soprattutto per poter spingere il tipo di suono che mi piaceva. A conti fatti, però, anche avendo la possibilità di diffondere la tua visione della musica, resti comunque un commesso full time, il che sottrae tempo al fare musica. Da una parte, quindi, sono contento che quest'avventura sia finita: mi permette di concentrare maggiormente le mie energie su quello che conta davvero.

B: Già: tu hai militato in numerose formazioni storiche, fondamentali per svariati generi musicali. Per il gusto dell'aneddoto, condivideresti con noi qualche ricordo particolare di queste esperienze?

G: Dovrei rifletterci un attimo, ci sarebbe talmente tanto da raccontare… La prima cosa che mi viene in mente è il primissimo concerto di Isola Posse All Stars, che all'epoca era una formazione molto allargata; basti pensare che come backing band avevamo i Casino Royale, mentre a ballare sul palco c'era Next One. Eravamo al Palasport di Torino, con un pubblico di 12.000 persone. Era la prima volta che mi esibivo davanti a una platea del genere: di solito ero abituato a suonare in piccoli gruppi punk supportati da una decina di irriducibili. Morale della favola, l'emozione è stata tale che a un certo punto, nel bel mezzo dello show, ho appoggiato il microfono e sono scappato dietro le quinte a vomitare! (ride)  È una scena che non dimenticherò mai. Anche prima di questo episodio, comunque, ho avuto diverse esperienze bizzarre durante i  live. Mi ricordo una volta negli anni '80, quando ancora militavo in un gruppo punk del Salento: stavamo suonando in una minuscola festa organizzata dal Comune di un paesino, quando a un certo punto un tizio è salito sul palco e ha cominciato a picchiarmi perché non gli piaceva la nostra musica. Io, tra l'altro, non potevo neanche reagire, perché avevo la chitarra in mano e avevo paura di rovinarla… Alla fine l'amministrazione comunale ci ha pure consegnato una targa di riconoscimento per la partecipazione all'evento, e io l'ho ritirata tutto pesto e sanguinante. Non so se esistono foto di quella serata, ma non oso immaginare in che condizioni fossi! (ride)

B: Tra l'altro, visto che negli anni ti sei dedicato a così tanti generi musicali diversi, qual è il prossimo che vorresti sperimentare?

G: In generale, come dicevo prima, mi piace disorientare l'ascoltatore perché mi piace innanzitutto disorientare me stesso, mettermi alla prova. Penso che chi davvero ama la musica, tutta la musica (cagate a parte), voglia sperimentare un po' di tutto. Stavolta però, strano ma vero, vorrei continuare per un po' a dedicarmi a questo progetto! (ride) Non so se manterremo questo nome, ma l'intenzione è davvero quella di costituire una band che possa portare in giro del buon soul. Insomma, vorrei far evolvere ciò che abbiamo iniziato a creare, magari imparare a suonare un po' meglio la chitarra… Ma l'idea è quella di restare per un po' sui binari tracciati da Oku.

B: Progetti futuri, quindi?

G: Questo, semplicemente. Continuare a fare funk e soul suonando strumenti veri, non perché mi sia venuto un rigetto nei confronti del campionatore e del computer, ma perché al momento ci provo più gusto. Continuerò a sostenere e difendere chiunque intraprenda una strada diversa dalla mia, comunque.

Related Posts

Powered by Calculate Your BMI