Gli occhi di Malinda: un racconto inedito di Murubutu in esclusiva per Hotmc

by • 28/05/2014 • Articoli, CopertinaComments (0)388

murubutu

Come senz’altro saprete è da poco uscito il nuovo progetto di Murubutu, Gli ammutinati del bouncin’, che ha una caratteristica particolare: è un concept album a tema marittimo. Per l’occasione, date le strabilianti abilità di narratore di Murubutu, anziché chiedergli la classica intervista gli abbiamo proposto di scrivere un vero e proprio racconto inedito che ci parlasse di mare. A noi è piaciuto molto: si intitola Malinda e lo potete leggere qui. Enjoy!

Gli occhi di Malinda – Di Alessio ‘Murubutu’ Mariani
La signora Malinda aveva gli occhi più belli del mondo, avevano il colore del mare quando il sole gli muore dentro, quasi viola, e quando ti guardava passare riusciva a seguirti senza muoverli e senza mai perdere di vista il suo piccolo annaffiatoio di latta. Il suo davanzale su via Delle Chiaie riabilitava tutto il quartiere del porto, corto e stretto sporgeva spontaneo e fiorito da un grande condominio grigio che pareva un enorme elefante dormiente. Le lance di luce fra i vicoli illuminavano l’intonaco delle case, nero e umido, come le chiglie dei vecchi pescherecci che si urtavano stanche nelle acque vicine. Poco dietro il caseggiato sorgeva la piccola chiesa di S.Giacomo, un edificio piccolo e compatto che pareva una vecchia signora morta a sedere, la quale continuava dopo anni a fissare rigida chiunque entrasse nella sua piazzetta di sasso. In fondo alla via sorgeva la struttura antica e lugubre del tribunale, un vecchio palazzo del Diciannovesimo secolo. Io lo chiamavo Il tribunale dei marinai. Probabilmente aveva visto passare tutta la peggiore umanità che il mare riconsegnava alla terra ferma e la sua fama attirava i turisti. Le inferriate oblique delle finestre, i mattoni stancati dalle piogge e i gabbiani indolenti che braccavano i rifiuti davano il colpo di grazia all’estetica del tutto. Solo il suo balcone, un piccolo davanzale bianco in ferro battuto, decorato da frange di bouganvillea, era una piccola bocca ridente sul mare che riconsegnava ai passanti la voglia di alzare lo sguardo. Abitava al terzo piano Malinda, viveva sola, ma sembrava una di quelle persone che riescono ad essere felici anche senza avere nessuno di fianco. Non sapevo proprio come facesse. O se fosse vero. Aveva cinquant’anni portati con gioia ed era facile immaginarla muovere i piatti con dovizia nella piccola cucina in legno tamburato, lustrare il battilardo, accompagnare il vecchio aspirapolvere nelle stanze dell’appartamento per poi comparire trionfante fra le tende gialle con il fido annaffiatoio. E per fortuna che c’era il suo bel balconcino perché quel piccolo quartiere sporco, sorto a strati vicino al vecchio molo poteva sembrare davvero terribile isolando alcuni scorci; quel tribunale poi gli dava il colpo di grazia, per molti residenti doveva essere un pugno nell’occhio ogni mattina, quasi come quelle immense fortezze montabili che Ivan il terribile faceva ergere in una sola notte di fronte alle rive dei fiumi che lo separavano dai domini tatari. Per molti altri abitanti invece era ormai parte del paesaggio. E poi in fondo, incastonato alla fine dei vicoli, lontano e vicino, c’era il mare. Immenso, grave, maestoso, inconsapevole, terribile, assonnato ma forte, placidamente tronfio. Malinda passava ore in balcone, si sporgeva e lo guardava per ore, quel ritaglio di mare che riusciva a scorgere da casa sua. Come la foto di un amore impossibile incorniciato nell’orizzonte. E lo guardava mai sazia, facendosi blandire dal ritmo dell’acqua, dalla comparsa fugace delle spume fra i flutti lucenti, come i riflessi continui delle squame di un pesce gigante. «Cosa volete mai?.. » pareva dire «…sapete cosa dicono le suore, no? Quando chiedono loro se non hanno mai pensato di sposarsi? Noi siamo sposate con Dio, dicono, ecco, io sono sposata al mare…anche se lui non lo sa…ma se è per questo neanche Dio lo sa di essere sposato alle suore…. » e rideva chiudendo gli occhi «…ma non sono sposata con tutto il mare, sappiate… no, solo con questo scorcio di mare, quello che vedo da casa mia, perché di questo mi sono innamorata….».
E ogni tardo pomeriggio era uguale, uguale per quel mare che non cambiava mai e ondeggiava sempre nello stesso modo, con le stesse creste, gli stessi gesti. Uguale per Malinda che non si stancava mai di guardarlo e quando il sole scendeva porgeva all’orizzonte dell’acqua lo stesso colore dei suoi occhi, rendendoli un tutt’uno. Ed era infine uguale per me che andavo a vederli tutti i giorni, lei, il suo mare e il quartiere appesi in vetrina, nel negozio d’antiquariato di Via dell’Oca, nella sottile cornice dorata accanto alla colonna di legno col capitello corinzio e la sedia imbottita in raso rosa. E poi me ne andavo, rasserenato, forse un po’ sazio, strisciando leggermente i piedi, verso la mia magione.

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