ORCHIdee: una recensione in anteprima del nuovo album di Ghemon

by • 19/05/2014 • Copertina, RecensioniComments (0)1117

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Il fatto che il grande sogno di Ghemon fosse realizzare un album in cui il rap si sposava alla musica strumentale e al soul non è mai stato un segreto per nessuno. Già nel 2011 aveva partecipato al Mi Ami accompagnato da una band vera e propria (quella di Al Castellana) e qualche anno dopo si era addirittura spinto a dichiarare che voleva abbandonare il rap e che il suo successivo album, 440/ Scritto nelle stelle, avrebbe proprio incarnato questa svolta. Quell’album avrà una genesi piuttosto tormentata – cambiare non è mai così semplice come parrebbe sulla carta – e non vedrà mai la luce. Successivamente, in una nostra intervista, il diretto interessato aveva chiarito la sua posizione sull’argomento: “Non mi rimangio niente di quello che ho detto: il mio rapporto affettivo con l’hip hop è strettissimo, resterò sempre un fan e continuerò sempre ad ascoltarlo e, occasionalmente, a farlo. Mi limito a ribadire che musicalmente ho bisogno di nuovi stimoli e che, se la gente avrà la pazienza di aspettare, capirà cosa intendevo quando ho fatto quel famoso annuncio e trarrà le sue conclusioni. È inutile parlarne: sono sereno perché amo la musica e con quella risponderò sempre”.

Ebbene, la risposta è arrivata. Almeno per quanto riguarda chi, come noi, ha avuto occasione di ascoltare in anteprima il nuovo lavoro di Ghemon, ORCHIdee, registrato alle Officine Meccaniche di Mauro Pagani con la produzione artistica di Tommaso Colliva (Calibro 35, Muse e molto altro) e il supporto di alcuni dei musicisti più talentuosi del momento. Un’operazione riuscitissima: è un progetto di rara bellezza, che probabilmente diventerà un modello e una pietra miliare per una nuova scuola di musicisti che cominciano con il rap ma vogliono approdare ad altri lidi. Il tappeto sonoro è davvero eccezionale, ma la particolarità del disco è che integra molto bene strofe rappate, bridge declamati a mo’ di slam poetry e soprattutto un cantato morbido, intonato, mai troppo invasivo o urlato, con delle linee melodiche che non deludono né i fan del pop né gli amanti del soul più ricercato. Come ci ha spiegato lo staff di Ghemon, non strafare con gli acuti o i vibrati è stata una scelta di campo: Ghemon in questo disco canta davvero, è tutta farina del suo sacco, e visto che la dimensione ideale di questo progetto è su un palco, eseguito dal vivo, era indispensabile creare un mood che potesse tranquillamente rivivere anche fuori dallo studio di registrazione. E l’impressione è che abbiano centrato l’obbiettivo (potrete verificarlo durante la prima tappa del suo tour, in occasione del Mi Ami).

Difficile scegliere un brano preferito all’interno della tracklist. Si va dalle atmosfere solari e gioiose del primo estratto Adesso sono qui al sottile disagio di Fuoriluogo ovunque o Smetti di parlare, dai sentimenti impavidi di Da lei (con lo scudo e la spada) all’ironia di Quando imparerò, fino ad arrivare alla chiusura sommessa de L’ultima linea. Quello che sappiamo, però, è che ORCHIdee è un corpus unico, completo, e non un’accozzaglia di potenziali singoli buttati lì al caso: un album vecchia scuola, di quelli che si ascoltano dall’inizio alla fine senza mai tirare il fiato, che si regge sul talento, sulla volontà e sulla testardaggine di un sogno. Cambiare è possibile, e in meglio. Congratulazioni a Ghemon e a tutti coloro che ci hanno lavorato.

NB, da oggi aprono i preordini al disco: potete prenotare la vostra copia qui.

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