Ghemon: l'intervista

by • 28/01/2008 • IntervisteComments (0)1463

Gli ultimi mesi del 2007 hanno dato alla luce "La rivincita dei buoni", album che segue "Ufficio immaginazione Ep" e "Qualcosa cambierà" (mixtape), i primi due lavori solisti di Ghemon. Un'Avellino stretta da una morsa di freddo tagliente fa da cornice all'incontro con Gianluca, che si presenta all'intervista accompagnato da un amico, Eko 121. Salgo in macchina con loro, e cominciamo a girare le strade della città, con chiacchiere spicciole e risate moderate a fare da sottofondo. Arriviamo al locale teatro della chiacchierata, quasi deserto ma molto accogliente. Dopo pochi minuti di intrattenimento gioviale, rotto un po' il ghiaccio, arrivano due Tennent's ed un bicchiere di Porto. Non saranno gli unici. La scusa è ottima per cominciare a bere e, come spesso accade quando si è in compagnia, si comincia con un brindisi. Alla salute del buon rap, propone Eko 121…

Luca Malatesta: Anche se una persona di colore, avvicinatasi a Jay-Z, dall'altra parte dell'oceano, sostiene che l'Hip-Hop è morto..

Ghemon: Beh, problemi suoi…

L.M.: Allora, cominciamo dal principio. Raccontami un po' com'è nato il disco.

G.: Il disco è nato dopo un lungo percorso personale. Uscimmo nel 2000, io e Domi come "Sangamaro", con "Bloodstains", il mio primo lavoro. Poi lui ha preso strade diverse, Musta e Dj Pio pure si misero a fare le loro cose, ed io mi trasferii a Roma. Passai un periodo senza che uscissero ufficialmente cose mie, anche se avevo desiderio di farlo accadere. Solo che attraversavo un periodo di ambientamento in una città in cui i ritmi e le amicizie si basano su cose diverse, così questo disco è stato in incubazione per quasi tre anni. Man mano poi che raggiungevo uno stile più consono a quello che ero diventato come persona, ho iniziato a scrivere questi pezzi. Ho utilizzato una tecnica che non è universale, però si può usare con efficacia. Continuavo a produrre materiale in quantità, tenendo poi alla fine soltanto le cose che meglio si identificavano con l'idea che avevo del disco e col messaggio che volevo portare.

L.M.: Quindi un sacco di lavoro, la realizzazione continua dei brani e la scelta finale ricaduta su quelle che oggi sono le tracce del disco.

G.: Si, è esatto. I brani contenuti in "Ufficio Immaginazione" e la gran parte dei brani contenuti in "Qualcosa cambierà" furono realizzati tutti per il disco, in origine. Solo che alcuni di essi non li avrei tenuti, ed in più sentivo che era il momento giusto per farli "uscire" ed includerli in lavori che avessero comunque la loro identità, la loro ragion d'essere e la loro coerenza. Per "Qualcosa cambierà" ho realizzato in realtà solo 4 o 5 brani appositi, per gli altri ho attinto dal materiale che non avrei usato per il disco, senza ritenerli comunque "scarti". Semplicemente per l'album volevo lavorare su altre cose. E comunque alla fine ho escluso altri 4 o 5 brani che ho deciso di non includere ne' "La rivincita dei buoni".

L.M.: Entriamo nel disco. E' un lavoro sul quale c'è fortemente impressa la tua impronta. E' anche per questo che sono presenti alcuni brani praticamente senza cassa e rullante?

G.: Si. Volevo realizzare un disco che avesse un mio suono, che non somigliasse ad altri dischi, e credo d'esserci riuscito. Poi c'è da considerare che volevo sperimentare un po' di cose, e in un numero consistente di brani l'ho fatto. "Su e giù" è senza cassa, anche se il basso e la batteria sono presenti, il pezzo con Hyst ("Fattore inatteso", n.d.r.) ha una velocità in bpm decisamente anomala, Oppure l'outro è realizzato in maniera "recitata"…

L.M.: Tra l'altro, l'outro è il mio pezzo preferito. E' davvero una cosa che m'ha lasciato spiazzato.

G.: Ti ringrazio molto, ciò che dici mi rende molto felice. C'ho lavorato molto a quel brano e temevo potesse uscirne una cosa scialba, il risultato finale invece mi ha soddisfatto.

L.M.: Tanta sperimentazione, quindi tante tecniche diverse per far emergere lo stesso artista. Hai scelto questa strada per descriverti?

G.: C'ho pensato più di una volta sai? Mentre realizzavo l'album ho rifatto questo ragionamento più volte. Invece che lasciare alle basi il compito di essere il collante del disco, ho scelto di esserlo io con il mio rap. Abbiamo appena citato il brano con Hyst, che ha una velocità sostenuta, va a 108 bpm, eppure quando lo si ascolta si evince subito che si tratta di un pezzo di Ghemon. Ho tentato di misurarmi con i miei limiti artistici cercando di vedere sino a dove riuscivo a spingermi. Ma ho cercato di mantenere il mio stile e pure la mia impostazione di vocabolario.

L.M.: E credo sia questa impostazione che ti lascia distinguere maggiormente tra tutti gli mc's d'Italia. E' per me un piacere ascoltare un rapper che usa ancora certi termini.

G.: Menomale! Che poi non è nemmeno la difficoltà del vocabolo in se che cerco, ma semplicemente mettere la parola giusta al posto giusto, con il suo significato.

L.M.: Per tornare al disco, ho notato che 2 dei brani che più trasmettono un certo qual senso di disagio personale, come "Chiamami" e "Grande", sono comunque trattati in maniera semplice. A parlare non è il rapper, ma il ragazzo di 25 anni che ho seduto di fronte.

G.: Si, è verissimo. Ma qui il ragionamento è semplice da parte mia. Si è trattato di avere "le palle" di fare una scelta. "Chiamami", ad esempio, racconta la mia personale vicenda in rapporto ad una ragazza che veramente non mi chiamava mai, mentre invece io volevo che lo facesse. Il brano credo che lasci cogliere in pieno l'angoscia e la paranoia di quel momento, senza celarlo in alcun modo. La scelta l'ho presa quando ho deciso di scriverlo quel brano, magari per esorcizzare o reagire a quel momento. Non mi sono mai chiesto se al b.boy medio hard-core (se questo termine può ancora reggere) potesse piacere "Chiamami". Avevo deciso di mettere in musica anche le mie debolezze e gli aspetti di me che magari normalmente nasconderei agli altri.

L.M.: Volendo fare dei paragoni forzati (che per me sono sempre un errore) potrei sostenere che, mediamente, i tuoi colleghi trattano spesso di temi "apocalittici" o terribilmente "street" quando vogliono esprimere angoscia.

G.: Guarda, io non so se questo è un ragionamento che fanno tutti o è solo una mia fissa. Vai a sentire Kaos o i Colle dal vivo, ed hai tutto un tipo di impatto perchè loro fanno un certo tipo di musica. Sicuramente non scontato a livello di vocabolario e con delle fortissime linee di denuncia sociale. Ma io sono un altro tipo di artista, non ho quelle caratteristiche. Forse sarebbe stato anche più semplice (mi sarei esposto di meno) e gratificante nell'ambiente rap, ma ho scelto di non omologarmi. Io penso che tutto mi si possa dire, che non piaccia la mia voce, il mio rap, i miei beats, ma sicuro non che io abbia cercato di emulare qualcuno o qualcosa. Semplicemente ho cercato di parlare del mio vissuto in maniera adulta. Mi capita di andare alle serate ed ascoltare gruppi emergenti che parlano di politica limitandosi al concetto di "i politici sono tutti corrotti". Questa è una cosa che si sa, a me farebbe pia
cere sentire qualche ragazzo affrontare il problema in maniera più seria, più profonda.

L.M.: Io penso che questo tuo modo di vedere le cose qualche pietra l'abbia smossa. Tu ma non da solo però… Mi riferisco a quello che potrei considerare il tuo "filone", gli artisti che un po' ti assomigliano nel modo di intendere la musica. E cioè Giuann Shadai e Franco Negrè.

G.: Se vogliamo anche le cose nuove di Mista (che non sono ancora pubblicate), Stokka e Buddy e di un po' di gente vanno verso quella direzione.

L.M.: Quanto, se è possibile scindere le due cose, il tuo disco parla di te e quanto della società nella quale sei inserito.

G.: Potrei darti una risposta diplomatica e dirti che è esattamente a metà, ma non è così. Parla più di me in quanto persona, ma non vivo fuori dal mondo. Ho letto in giro giudizi su di me che nascono dal fatto che chi li formula non mi conosce direttamente, ma ci sta, è umano, non posso pretendere anche questo. Io leggo ciò che si dice di me in giro, ma non me ne lascio condizionare più di tanto. L'unica presunzione che ho nello scrivere è pensare che in quel momento magari qualcuno sta vivendo, in contesti e situazioni diverse, le mie stesse cose. Ma non provo a dare lezioni di vita, soltanto parlo di me. Talvolta lo faccio criticando la realtà che mi circonda.

L.M.: Il tuo rapporto con le donne in relazione al disco.

G.: Domanda difficile. Prima di tutto, nella musica che io ascolto, anche pensando al Rap che sento, la componente dell'amore c'è sempre. Sento più Soul che Funk perchè lo trovo una cosa più sentita e più struggente. Quindi il mio background musicale mi imporrebbe già di per sè di parlare d'amore nei brani. Ed in più bisogna considerare che sono italiano, quindi appartenente ad una nazione che basa la sua musica sulle "canzonette d'amore". Detto questo, mi sembra che negli ultimi anni il rap italiano abbia dimenticato di partorire pezzi sul sentimento. E perchè? Io ho lasciato l'idea che i brani d'amore fossero commerciali ai tempi del secondo disco dei Sottotono. Da quel punto in poi, non ho mai più pensato che il ritornello cantato o la canzone d'amore fossero stati scritti per andare in radio, Anche perchè, parlando di se stessi, si escluderebbe una parte importantissima della propria esistenza e dei propri sentimenti. E la mia vita è molto condizionata dalle presenze femminili, tra l'altro. Le donne della mia vita, le amiche, le fidanzate, mia sorella magari, sono tutte persone fondamentali per me. A volte, come in "Amare o lasciare andare" mi è capitato di scriverne una storia, quindi le donne possono considerarsi, anche un grosso motivo per scrivere. E perchè reprimerlo? Anche per altri argomenti, come l'omosessualità, ho fatto una scelta simile. In "Amore" ho avuto una scelta di posizione molto decisa a favore dell'amore omosessuale, e questo è un altro argomento "scomodo" al rap in generale. Ho sentito tante persone fare i gradassi riguardo all'omosessualità e poi essere amici di persone gay. Su quest'argomento trovo ci sia ancora una visione molto infantile.

L.M.: Qual'è il tuo pezzo preferito, all'interno de "La rivincita dei buoni" ?

G.: L'outro, sicuramente. E' uno dei pezzi più "fumosi" dell'album, meno diretti, più concettuale. Ma a me piace quella fumosità.

L.M.: Ora parliamo della musica del tuo disco. Tanti produttori diversi eppure un'omogeneità di suoni.

G.: Ti ringrazio, lo prendo come un complimento. Perchè era un risultato che volevo raggiungere. Ho rispedito al mittente parecchi beats di parecchi produttori. Non ho accettato mai il primo che capitava. Volevo fare un disco che avesse certe sonorità precise, e quindi ho tenuto quello che mi piaceva di più e "rimbalzato" le cose che non erano adatte, anche se chi le spediva era Shocca o Marco Polo. Shocca in particolare può dirti che inferno è lavorare con me! Ne ha avuto un assaggio anche quando ero da lui a Treviso e decise di cominciare il progetto "Unlimited Struggle", del quale sono stato il primo a realizzare un pezzo. Così, un pomeriggio scrissi "Fuori dal finestrino" ed il pomeriggio dopo "Suona sempre". Anche "Nato il primo aprile" e "Qualcosa cambierà pt. 1" sono state registrate lì. Sono andato a rompere i coglioni a Shocca in camera sua un'ora prima di ripartire. Lui e Frank Siciliano sono persone disponibilissime e professionalissime, sono l'esempio di come andrebbe fatto il rap, da questo punto di vista. Se gli chiedi di fare qualcosa, loro non ti fanno ascoltare un beat, ma 4. E se decidi di registrare sono pronti a farlo, non rimandano mai. Questo con altre persone non è stato possibile.

L.M.: Capitolo featuring vocali. Praticamente nessuno, tranne Pete Philly, al rap, ma tutti nei ritornelli.

G.: Si, è vero, ed anche questa è stata una scelta. Ho deciso di collaborare con alcune persone delle quali apprezzo la voce, ed hanno messo il cantato. Ma non volevo, per quel che riguarda il rap, delegare ad altre persone il messaggio che volevo dare. E' stata una scelta anche molto cantautoriale se vogliamo, figlia forse del background musicale italiano che abbiamo. Ciò non toglie che in futuro, o in passato, io apprezzi le collaborazioni. Parliamo con Dargen di fare qualcosa assieme, ed io ne sarei felicissimo, ma non avevo cose da dire nel suo disco e lui non aveva cose da dire nel mio. In altre situazioni, invece, ciò è stato possibile, anche con persone che magari suonano in maniera diametralmente opposta alla mia. Come con FatFatCorfunk, che è proprio un "hip-hop soldier". Ho avuto modo di collaborare con lui, con mia soddisfazione, ma per il mio album volevo altro.

L.M.: Capitolo etichetta. Tu ne avevi una, Soulville, ma ne sei uscito. Gli ideali che ha Soulville, sono anche quelli di Ghemon?

G.: Si, ma è l'etica di lavoro che è diversa, e quindi sorgono dei problemi. Se delle persone che devono lavorare insieme hanno metodi diversi, è difficile, soprattutto quando si tratta di persone che hanno un'età adulta. Abbiamo provato a lavorare insieme, riuscendoci anche per un periodo, ma non si può scendere sempre a compromessi. Anche perchè loro stanno in Puglia ed io a Roma, ed abbiamo ritmi diversi. Ma anche se sono andato via, ritengo che Soulville sia una realtà seria, fatta da persone che sono simpatiche e profonde conoscitrici di musica, e non lo dico per paraculaggine.

L.M.: E invece, per quel che riguarda Vibrarecords?

G.: Vibra cura la distribuzione del disco, ed il nostro rapporto si è limitato a questo. E poi non ero interessato ad un'etichetta indipendente, e nemmeno ad una major, ad essere sincero. Magari l'occasione per una grande etichetta si è anche presentata, s'è presentata a tutti, ma ho pensato che in quel momento quello era un salto troppo grande. Ho scelto l'autoproduzione, e credo sia stata la strada migliore, imparerò dai miei sbagli e farò tesoro delle mie esperienze con "La rivincita dei buoni".

L.M.: Hai in cantiere progetti futuri? Tra video, altri lavori…

G.: Il video si, con lo stesso regista del video di Kiave, ma non ho ancora deciso bene quale pezzo ut
ilizzare. Poi ci sono anche altri progetti in ballo, tra cui una cosa con Tsura e Fid Mella. Dovremmo chiamarci "Love Quartet", e dovremmo realizzare un prodotto che non ha nulla a che fare col mio album. Sarà un progetto incentrato su brani concepiti partendo da una radice jazz.

L.M.: Parli di jazz, ergo di un altro genere musicale. Mi viene da chiederti: qual'è il rapporto degli altri generi rispetto al rap italiano e qual'è il rapporto di Ghemon riguardo gli altri generi musicali?

G.: Credo che chi fa/ascolta altri generi si stia avvicinando al rap, perchè il rap sta arrivando alla gente. Anche perchè i numeri gli danno ragione in questo periodo, il rap sta vendendo molto più che nel recentissimo passato. Per quel che riguarda me in rapporto agli altri generi il discorso è complesso. Ho smesso di pormi il limite del discorso "commerciale": se voglio contaminare la mia musica con altro, lo faccio, sono una persona aperta da questo punto di vista. Certo è che domani non potrei fare un pezzo con un gruppo, chessò, hard-rock o metal, ne verrebbe fuori una contaminazione posticcia. Magari col rock inteso alla maniera dei Roots sarebbe possibile, ma servirebbe, appunto, una giusta chiave di lettura.

L.M.: Ed i dischi che invece hanno influito di più sulla creazione del disco di Ghemon?

G.: Questa è una bella domanda che non mi aspettavo. Ti dirò, sicuramente Pharoahe Monch del quale sono un grande fan, e tutti gli Organized Confusion. Poi sicuramente J.Dilla, che ho anche citato nel booklet. E' triste pensare che qualcuno che ti ha regalato determinate vibrazioni musicali non possa produrre più i suoi lavori. E poi sicuramente Stevie Wonder e Donny Hathaway con "Extension of a man" che mi ha molto condizionato negli anni. Poi mi piacciono tantissimo anche Jay-Z (con tutta la sua discografia), Ghostface Killa e, moltissimo, gli Outkast, che forse mi hanno regalato la spinta per non limitarmi a realizzare soltanto un certo genere di brani. E poi, di italiano, 107 elementi di Neffa.

L.M.: Dunque: dell'etichetta abbiamo parlato, del disco pure, del futuro anche… a questo punto fatti una domanda e datti una risposta.

G.: Sei felice? Non ancora. Anche se il disco va, ho ricevuto il premio MEI, suono in giro, ci sono cose che potrebbero andare meglio. Sono felice, ma non totalmente, perchè ho ancora molto da lavorare.

L.M.: Bene, direi che con questo è tutto, grazie tante della disponibilità e dell'ospitalità Ghemon.

G.: Grazie a te e alla redazione di hotmc.com!

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