Ghemon: l'intervista

by • 27/06/2009 • IntervisteComments (0)515

Nella scena hip hop italiana, gli amanti del sound sofisticato e soulful e dei contenuti spessi (per intenderci: i fanatici di Common e Mos Def, dei Roots e degli Slum Village, degli ATCQ e di Madlib) hanno per anni sentito la mancanza di qualcuno che sapesse degnamente rappresentarli. Per fortuna, qualche anno fa è diventato finalmente chiaro che la lacuna era destinata ad essere colmata: e questo è successo in coincidenza con il debutto di Ghemon, un mc e musicista completo che è immediatamente diventato un punto di riferimento per chi apprezza quel tipo di sonorità. Il suo ultimo lavoro, E poi, all'improvviso, impazzire, ha confermato i nostri sospetti: Ghemon non ha ancora finito di stupirci. Hotmc ha scambiato quattro chiacchiere con lui sulla sua visione della musica e del futuro. 

Blumi: Com'è iniziato questo “scambio culturale” con l'Austria e perché andare tanto lontano, quando ci sono validissimi producer anche qui?

Ghemon:  È tutta “colpa” di Shocca! (ride) Qualche anno fa ha vissuto per un breve periodo in Austria e ha conosciuto Fid Mella. Ci ha messo in contatto perché pensava che una collaborazione tra noi due sarebbe stata interessante. All'epoca io ero in chiusura con La rivincita dei buoni, che era praticamente finito e pronto per il debutto: i suoi beat, però, mi hanno colpito così tanto da convincermi a riaprire tutto e a scrivere altri quattro pezzi prodotti da lui. Inizialmente ci sentivamo solo via internet, ma col tempo, visto che c'era una bella alchimia sia a livello umano che professionale, abbiamo deciso di cementare questo sodalizio con un disco interamente nostro, nonostante i disagi e le difficoltà della distanza. Tra noi c'è una sintonia totale a livello di idee, metodo di lavoro, gusti… Questo è il motivo per cui ho voluto puntare su di lui e non sui molti e bravissimi produttori italiani con cui ho lavorato in passato. La compatibilità tra me e Fid Mella ci ha permesso di fare cose che altrimenti non sarebbero riuscite con la stessa naturalezza.

B: Nella pratica, come vi siete organizzati per portare avanti il lavoro? Operavate a distanza oppure faccia a faccia?

G: Prima di iniziare a lavorare al disco, ci sentivamo solo telematicamente. Quando si è trattato di mettere in piedi un progetto nostro, però, abbiamo capito che era meglio trovarci insieme in una stanza, a costo di fare i pendolari. La prima volta è stato Fid a venire da me a Roma, mentre io sono stato più volte a Vienna, anche per due settimane di seguito quando era necessario. E in effetti, alla fine ci siamo resi conto che interagire faccia a faccia era un valore aggiunto per il disco. Il nostro modo di fare musica si è integrato alla perfezione: lui si è perfino abituato alla mia mania di controllare il sito della Gazzetta dello Sport mentre ascoltavamo i beat! (ride)  È stata un'esperienza eccezionale; tante volte, anche quando musicalmente l'affinità è totale, non è così facile lavorare gomito a gomito con una persona, i ritmi sono diversi. In questo caso, invece, è stato tutto perfetto.

B: Visto che non c'è certo bisogno di presentare te, presentaci i fantomatici Love 4tet…

G:  Quella dei Love 4tet è un'idea nata per gioco: mentre lavoravamo al disco scherzavo con Fid Mella e Tsura, le due “colonne portanti” del progetto oltre a me, dicendo che avremmo dovuto fondare un gruppo, ma che io sarei stato il frontman e quindi avrebbero dovuto sottostare alle mie decisioni. Quando è arrivato il momento di stampare l'album, abbiamo deciso di inserire davvero l'idea del gruppo-spalla, ma in un senso più ampio: il Love 4tet è una sorta di collettivo ideale a cui appartengono tutti coloro che hanno partecipato alla lavorazione di quest'opera. Ovviamente non siamo davvero un quartetto: se si contano gli ospiti e tutti coloro che in qualche modo hanno preso parte al progetto, siamo un'infinità di persone. E non si tratta di semplici featuring. Mecna, oltre ad avermi regalato una strofa si è anche occupato della grafica dell'album; Kiave ha rappato, ma ci ha anche dato un enorme contributo per mixaggio e mastering; Macro Marco è presente come mc, ma ha anche finanziato l'album. E così vale per tutti gli altri che, dando suggerimenti, supportandomi in tutti i modi e prestando il proprio talento, mi hanno dato una mano fondamentale e hanno reso E poi, all'improvviso, impazzire quello che è.

B: A proposito, perché il titolo E poi, all'improvviso, impazzire?

G: Sono impazzito nel senso che la decisione di registrare questo disco è stata una sorta di follia; una scelta improvvisa, per niente meditata. Fino al giorno prima del mio incontro con Fid Mella a Roma, non esisteva alcun progetto in merito: nessuno dei due pensava che ci saremmo messi a lavorare a un album. Certo, sapevo che prima o poi avrei pubblicato un nuovo lavoro, ma non sapevo né il quando, né il come, e non me ne preoccupavo neanche. Con Fid, inizialmente, volevamo semplicemente abbozzare un paio di pezzi, giusto per vedere come ci trovavamo insieme. La sintonia, però, è stata tale che nel giro dei primi tre giorni avevamo già registrato quattro brani, che entro la fine della settimana erano già diventati otto. Era abbastanza per mettere in cantiere un intero album, così siamo rimasti d'accordo che l'avrei raggiunto a Vienna per completare l'opera. Opera che praticamente non è mai stata completata, perché non volevamo mai mettere la parola fine: eravamo talmente presi dal  nostro raptus creativo che alla fine delle registrazioni ci siamo ritrovati con una trentina di pezzi pronti…

B: E gli altri, quelli che non hai incluso nell'album, che fine hanno fatto?

G: Riposano nei nostri hardisk. Non è detto che prima o poi non decidiamo di tirarli fuori per un mixtape, chissà…

B: Forse è una mia impressione, ma mi sembra che per questo progetto tu abbia più ambizioni, rispetto ai precedenti. C'è una cura maggiore dei dettagli non prettamente musicali: qualità del disco, packaging, video e merchandising (come le magliette)… È effettivamente così?

G: In realtà, visto che questo è stato un album, per così dire, non premeditato, non c'era l'intenzione di trasformarlo in una sorta di apripista per una carriera mainstream. È comunque possibile che E poi, all'improvviso, impazzire possa rappresentare un passo avanti in questo senso, ma perché le circostanze sono più favorevoli. Ad esempio stavolta, rispetto ai lavori precedenti, ho avuto l'appoggio di molti musicisti nella realizzazione del progetto, nonché quello di Macro Marco per gli aspetti pratici e finanziari. Inoltre, visto che ormai non sono più un debuttante assoluto, molti addetti ai lavori conoscono già me e la mia musica, perciò è più facile ottenere un po' di visibilità. Probabilmente, poi, in questi anni sono anche maturato stilisticamente, e magari ho raggiunto una sintesi che rende i miei testi più comprensibili e immediati, e quindi adatti a un numero maggiore di ascoltatori. Anche le tematiche sono cambiate, sono meno post-adolescenziali. Tutti questi motivi potrebbero contribuire a
farmi conoscere di più, ma non sono studiati a tavolino. È semplicemente andata così.

B: Questo spiega molte cose: la domanda successiva, in effetti, sarebbe stata “Se punti così in alto, perché scegliere di autoprodurti?”…

G: Anche se avessi puntato in alto, credo che la scelta sarebbe stata comunque questa. Sono una persona molto orgogliosa, non amo molto la trafila che inevitabilmente devi fare se vuoi ottenere un contratto discografico. Non ho voluto alzare la cornetta per propormi a qualcuno e, onestamente, non avrei neanche saputo a chi telefonare. Io sono per la politica del fare un passo alla volta: rispetto al disco precedente ci sono stati molti miglioramenti, come la presenza di due videoclip o un maggior numero di recensioni positive. Mi accontento di questo. Gli artisti reclutati dalle major, come Fabri Fibra o Vacca, sono più versatili di me, sono in grado di adattarsi meglio alle esigenze del mercato spaziando tra le sonorità, mentre io non sarei particolarmente credibile se uscissi dal mio ambito. Se dovessi entrare nel mondo della discografia ufficiale, mi piacerebbe fare come i Corveleno: mantenere la mia identità, costruirmela pian piano e farmi apprezzare per quella.

B: E qual è la tua identità, ora come ora?

G: Mi considero ancora un hip hopper, ma sto cercando di allontanarmi dal ruolo di rapper per calarmi nel ruolo di musicista vero e proprio. È una definizione limitante: io faccio musica, che sicuramente viene veicolata soprattutto attraverso il rap, ma che in sé raccoglie molte altre sfumature. Vorrei espandermi verso altri orizzonti; vorrei che nessuno si stupisse se nei miei pezzi rappo le strofe, canto i ritornelli e faccio slam poetry nel bridge; vorrei che la gente pensasse “Questo è un pezzo di Ghemon, perciò devo aspettarmi che sia versatile”; vorrei che ci fossero meno pregiudizi nei confronti degli artisti rap e di ciò che possono o non possono fare.

B: A proposito di questo, colpisce immediatamente la musicalità di quest'album, che secondo me è uno degli esperimenti più riusciti di ibridazione strumenti/beat. Ci spieghi che tipo di lavoro hai fatto sui pezzi?

G: Molto semplicemente, mi sono affidato a Fid Mella, che ha un grado di conoscenza musicale perfetta per questo tipo di operazione. Per fortuna abbiamo anche gli stessi gusti in fatto di dischi, perciò è stato facile accordarci sul tipo di atmosfera che doveva avere l'album. Ci siamo ispirati a progetti di ampio respiro, come quelli di Erykah Badu, di Elzhi o dei Foreign Exchange, che ci hanno lasciato delle sensazioni forti. Da sempre il rap italiano tende a voler rimanere fedele a se stesso e spesso questo è un alibi per non evolversi mai: è sbagliatissimo, secondo noi. L'hip hop ha dimostrato di avere dei confini molto meno rigidi di quello che la gente si immaginava. Prima di pubblicare Things fall apart, i Roots erano considerati un gruppo “hip hop jazz”: poco a poco, però, la gente si è convinta che si trattava di hip hop al 100%, anche se suonavano con una band strumentale. Noi vorremmo arrivare allo stesso risultato: integrare brani suonati e brani campionati, fino ad arrivare al punto in cui l'ascoltatore non percepirà più la differenza o l'anomalia.

B: Tra l'altro, recentemente hai fatto un concerto assieme ai Camomilla Isterica, la band di Martina May (la vocalist che figura in vari brani dell'album di Ghemon, ndr). Per le tue prossime date, hai in mente di continuare a suonare live assieme a un gruppo vero e proprio?

G: Con i Camomilla Isterica è semplicemente capitato, è stato un evento una tantum. Io, però, mi sto organizzando già da mesi per riuscire a creare una band di supporto da portare in giro per l'Italia a suonare. Non è una novità assoluta, prima di me l'aveva fatto anche Tormento. Nel suo caso forse era anche più difficile, avendo già un repertorio ricchissimo e diversificato; spesso riarrangiare dei pezzi campionati e trasformarli in qualcosa di strumentale crea una specie di disaffezione nel pubblico, che non riconosce più la canzone che amava. Nel mio caso, invece, l'album era già predisposto a questo tipo di operazione, perché i brani nascevano proprio come esperimenti ibridi; ora, quindi, si tratta solo di trovare i musicisti più adatti a risuonarli.

B: Parlando invece di contenuti, c'è una differenza fondamentale rispetto ai dischi rap che escono in questo periodo. Hai puntato moltissimo sull'introspezione, sui sentimenti, sul rapporto uomo-donna, ma l'hai fatto con leggerezza e autoironia. È stata una scelta consapevole, o anche in questo caso è un mood nato in maniera spontanea?

G: Anche in questo caso, è capitato in maniera spontanea. Avevo voglia di mettere a fuoco alcuni concetti attraverso storie che riguardassero un universo che io sento molto vicino, quello delle donne. Attraverso il loro punto di vista, o attraverso la mia interazione con loro, sono riuscito a esprimere una gamma di sensazioni molto ampia. L'amore è un concetto talmente vasto che, anche volendo parlare solo di quello, riesci a toccare praticamente qualsiasi argomento o tematica. Ho  puntato sulle mie esperienze quotidiane, su cose che possono capitare a tutti, su quei piccoli avvenimenti in grado di cambiarti una giornata. In più, non avevo mai scritto dei pezzi d'amore in senso classico, nei miei lavori precedenti: in realtà parlavano tutti di rivalsa, di comprensione, di odio, ma mai di sentimenti in senso stretto. Stavolta ne ho accumulati abbastanza per una vita intera! (ride) Detto questo, spero che gli ascoltatori non si affezionino troppo a questo aspetto della mia produzione; sicuramente non mi fossilizzerò a lungo su questo tipo di tematica.

B: Nella tua scelta io ho letto anche una sorta di messaggio di fondo, sul genere “prendete la vita con più leggerezza, non prendetevi troppo sul serio”. È così?

G: Sicuramente. Il mio amico Franco Negrè ha saputo riassumere in maniera perfetta il concetto dell'album; secondo lui, ne La rivincita dei buoni c'era una sorta di sofferenza di fondo, mentre in questo è come se mi scrollassi di dosso questa sofferenza e dicessi “fanculo a tutto, ridiamoci su”. Non avrei saputo esprimere meglio l'idea.

B: Parlando ancora di scelte di campo, nel booklet del cd scrivi che non vuoi essere considerato né un rapper buono, né un rapper cattivo. Il tuo lavoro precedente, però, si intitolava La rivincita dei buoni. Come la mettiamo?

G: Non rinnego il titolo di quel disco, ma in quel caso l'etichetta di “buono” era riferita all'essere umano, non al rapper. Certo, comunque non è indicativa; conoscendomi, una persona può giudicarmi un bravo ragazzo o una persona di merda. Sul versante artistico, però, non mi piace essere identificato in una sola maniera: sono coerente con me stesso anche quando mi tolgo qualche sassolino dalla scarpa e scrivo un pezzo come Faccia dopo faccia. Ognuno di noi è un organismo complesso e non è mai uguale a se stesso: il pubblico non deve bollarmi come rapper buonista. Deve accettare il fatto che certi giorni io possa essere incazzato e di conseguenza scrivere un pezzo rabbioso, politicament
e scorretto, schierato contro qualcosa o qualcuno.

B: Rimanendo in tema di percezioni e impressioni del pubblico, ho sentito molti tuoi ascoltatori chiamarti “Il Common italiano”.  Tu sei d'accordo con questo paragone?

G: Common è il sacro totem di chi ascolta e fa conscious rap: mi si identifica con lui perché assomiglio a una serie di musicisti che in qualche modo si rifanno a quella scuola di pensiero. Eppure, ascoltando Universal mind control (l'ultimo disco di Common, prodotto da Pharrell, in cui vira decisamente verso urban e elettronica, ndr) è facile rendersi conto che perfino lui non è sempre uguale a se stesso, figuriamoci se io posso essere sempre uguale a lui. Tra l'altro, se dovessi nominare un artista con cui mi identifico non sceglierei Common, ma Phonte: con Little Brother e Foreign Exchange è riuscito a portare avanti una serie di esperimenti dove la melodia si fonde con l'mcing e cantato e rap hanno uguale dignità. Però in Italia è poco conosciuto, perciò a nessuno viene in  mente di paragonarmi a lui.

B: Quindi il parallelo ti sta stretto o ti lusinga?

G: All'inizio mi stava stretto. Poi ho capito che per la gente era difficile rapportarsi a me e al mio stile: doveva riuscire a classificarmi e questa era la maniera più semplice. In realtà sarebbe stato più semplice paragonarmi ad artisti italiani che sento molto più vicini al mio modo di fare musica, come Neffa. Il problema è che per molti ascoltatori paragonarmi a lui sarebbe  un abominio, un sacrilegio, l'ammissione della seconda venuta di Cristo (ride). Oggettivamente, però, il tipo di scelte che ha fatto Neffa negli anni, comprese le ultime, sono molto simili alle mie; si può dire che io stia seguendo la stessa strada che aveva intrapreso lui, e non me ne vergogno certo, anzi, ne vado fiero. Resta il fatto che, per quanto mi riguarda, i paragoni lasciano sempre il tempo che trovano: ciascuno è un mondo a sé. Man mano che l'identità di un artista si definisce (e sta succedendo anche a me), le comparazioni diventano sempre meno: nessuno si sognerebbe di dire che i Club Dogo o Kaos sono i Pinco Pallino italiani, il ragionamento non reggerebbe…

B: Cambiando decisamente argomento, perché utilizzare il booklet con una sorta di diario del disco? Molti intervistatori ti avranno odiato, non c'è più molto da chiederti dopo averlo letto…

G: Di base sono un grafomane, perciò mi sono divertito molto ad arricchire il libretto di aneddoti e particolari. Io, poi, sono un vero maniaco dei booklet, anche di quelli altrui: collezionando dischi originali, mi è sempre piaciuto andare a spulciare i crediti per scoprire informazioni in più sul mixaggio, sui cori, sul supporto morale e materiale… Per fare un esempio stupido, quando nel 1999 Mos Def e Pharoahe Monch pubblicarono i loro album praticamente in contemporanea, io feci una vera e propria indagine per capire se Mos Def aveva incluso Pharoahe nei saluti finali, perché sospettavo che avessero litigato. (ride) Insomma, essendo compulsivamente curioso ho cercato di soddisfare al meglio le curiosità altrui, anche per dare qualche chicca in più a chi avesse scelto di comprare il disco. Comunque, le mie note saranno anche fin troppo dettagliate, ma sono un modello di equilibrio in confronto a quelle di altri: avete mai letto quelle di ?uestlove sui booklet dei Roots? Riporta perfino il numero di volte in cui ogni pezzo è stato mixato! (ride) Io ho cercato di non esagerare e di dare un'idea generale del perché e del percome il brano è nato.

B: Toglimi una curiosità: cosa rappresenta la copertina e chi è la ragazza della foto, identica a Gwen Stefani?

G: La foto in questione è stata scattata nei primi anni '80 in Romania, ai tempi della caduta del comunismo, quindi sicuramente a Gwen Stefani non ci assomiglia più (ride). È una storia buffa, in realtà: un giorno ero in giro per Roma a fare volantinaggio: diluviava e così sono entrato in un bar di Trastevere che aveva varie foto appese alle pareti, tra cui questa. Mi sono innamorato al primo sguardo e ho chiesto al proprietario chi fosse l'autore: per un colpo di fortuna lo conosceva di persona, così mi ha dato il numero di telefono. Lui si chiama Pietro Marsili Libelli e, anche se io lo ignoravo totalmente, è uno dei più importanti reporter di guerra e fotografi di cinema italiani. Ho provato a contattarlo per chiedergli di utilizzare quella foto: nonostante non si trattasse certo dell'ultimo arrivato, si è rivelato una persona deliziosa e molto gentilmente mi ha risposto di sì. So che sembra una scelta strana, per una copertina, ma mi è sembrata da subito molto evocativa. La chiave di lettura è semplice: la donna rappresenta la tematica centrale dell'album, mentre i quattro bambini sono il Love 4tet. Secondo me, è stata l'immagine che ha scelto me e non io che ho scelto l'immagine: il destino ci ha messo una mano.

B: Proprio in questi ultimi giorni avete inaugurato il sito del collettivo Unlimited Struggle (www.unlimitedstruggle.com). Visto che tu ne sei parte, ci spieghi meglio quali sono i vostri obbiettivi?

G: Unlimited Struggle è un collettivo di persone che hanno la stessa visione della musica e del mercato discografico. Vede protagonisti alcuni membri stabili e “storici” (Mista, Frank Siciliano, Shocca, Stokka, Madbuddy e io) e altri che si aggiungono man mano al gruppo (Giuann Shadai, Cali, Fid Mella e altri). Vorremmo che Unlimited Struggle diventasse una sorta di marchio di garanzia. Se è presente su un disco, è perché in quel disco è possibile riscontrare un certo tipo di suono e un certo tipo di qualità: l'ascoltatore saprà già che, anche se quell'album non è necessariamente prodotto da un membro del collettivo, troverà beat, attitudine e tematiche in linea con quello che piace a noi. Insomma, non si tratta propriamente di un'etichetta, ma neppure di una crew o di un sito: è una realtà d'appoggio che supporta e spinge musica di qualità, aiutando anche a risolvere problemi pratici come distribuzione e finanziamento del prodotto.  

B: Che ci dici, invece, per quanto riguarda il nuovo progetto Blue Nox (www.blue-nox.com)?

G: Blue Nox è una crew che riunisce me, Macro Marco, Kiave, Franco Negré, Impro, Hyst, Mecna e Rafé. Un gruppo di persone unite soprattutto da una forte amicizia, che a Roma girano insieme e amano interagire nonostante le differenze di sonorità tra un artista e l'altro. Il sito riprenderà alla lontana lo stesso concetto che avevamo sperimentato con Soulville (collettivo di cui Ghemon ha fatto parte fino al 2007, ndr): un blog che aiuti gli ascoltatori a raccapezzarsi tra uscite discografiche e date live dei membri del gruppo, ma anche una sorta di “guida” che segnala i dischi che ci piacciono, le nuove sneakers da avere, il film da non perdere… Chi si fida di noi e dei nostri gusti, insomma, potrà trovare qualche consiglio. L'idea ci è venuta da una constatazione: in Italia spesso e volentieri la conoscenza dell'hip hop è molt
o ristretta, il pubblico si accontenta di coltivare un piccolo orticello che comprende sempre gli stessi nomi e le stesse facce. Ovunque in Europa eccezionali artisti americani fanno concerti da tutto esaurito, ma in Italia nessun promoter li vuole, perché non li conosce nessuno. Vorremmo contribuire creare una cultura un po' più europea, un po' più aperta alle novità. Vorremmo essere un motore propulsivo che spinga all'evoluzione.

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