Georgia Anne Muldrow & Madlib – Seeds (recensione)

by • 23/04/2012 • RecensioniComments (0)799

Strano dirlo di un disco prodotto da Madlib, ma Seeds è forse l’album in cui il talento di Georgia Anne Muldrow scende maggiormente a compromessi, incanalato in un flusso musicale notevole, eppure più convenzionale rispetto ad altri passi della sua carriera.

Quello di Georgia è un talento multiforme. Che la fa iscrivere nelle categorie cantante, produttrice, polistrumentista. Che la fa paragonare a Nina Simone, ma poi realizzare anche dischi che con lei hanno pochissimo da spartire. Come lo strumentale Vweto (2010), perso tra scenari sonori futuribili e grandiosi esperimenti funk (fOnk, come direbbe la Muldrow), bouncy e trascinanti. E d’altronde il commento che più spesso si ritrova nelle recensioni dei suoi progetti parla proprio del suo eclettismo, dell’impossibilità di definire la sua musica in una categoria precisa, che non travalichi limiti di genere.

Non è quindi una sorpresa se – passatemi il gioco di parole – ogni suo nuovo lavoro ha margini di sorpresa. Nel caso di Seeds ad affiancarsi a Georgia Anne Muldrow c’è una seconda variabile impazzita, che porta il nome di Madlib, anche se in passato lo abbiamo conosciuto con una quantità di moniker differenti. Altrettanto californiano, Madlib non è certo noto per l’uniformità della sua produzione. Basta pensare a certi episodi pubblicati come Lord Quas. Accostarli magari al disco prodotto per gli Strong Arm Steady (In Search of Stoney Jackson), o a un altro side project come gli Yesterdays New Quintet e la differenza salta agli occhi.

Due artisti “divergenti”, per un album meno imprevedibile del previsto. Non fraintendiamoci però. Seeds è tutto, tranne che banale. Non potrebbe esserlo anche solo per la propensione della sua interprete principale ad uscire dal seminato. Cosa che fa puntualmente con le sue liriche, a volte ridotte a semplici slogan. Comunque legate a una spiritualità profonda, all’onnipresente Mama Africa. E proiettate nella contemporaneità dall’attivismo 2.0 di tracce come Kali Yuga (che termina con un invito reiterato: “You better google Kali Yuga”). Poi traslate alla parentesi relazionale, dai richiami 80’s di Best Love ad Hustfriend, alle immagini di maternità: The Birth of Petey Wheatstraw (“No epidural for sure, he was born on the bathroom floor”). E infine allo scetticismo di brani apertamente politici come Kneecap Jelly (“Common knowledge say a U.S. president can’t save ya/Everywhere you turn, a mental warden seeks to slave ya”).

In tutto questo, un particolare che stride un po’. La presenza di Dudley Perkins, compagno della Muldrow, artisticamente e non, su The Few, in un cameo che sembra tutto, tranne che ben collocato, all’interno di un album che scorrerebbe altrimenti senza troppi problemi. D’altronde il brano è anche quello più smaccatamente hip hop, perso tra una manciata di produzioni di un Madlib dedito a far risaltare le qualità di Georgia Anne Muldrow, piuttosto che a fare di Seeds uno showcase delle proprie qualità dietro le macchine, comunque difficilmente ignorabili. Seeds? Un altro capitolo della carriera di Georgia, difficile da racchiudere in una visione monolitica. L’unico a non vederla all’opera anche sotto l’aspetto musicale. Dunque anche una piccola deviazione sul tracciato, che risulta – e col compagno di viaggio che si è scelta non poteva essere diversamente – molto più che semplicemente godibile.

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