Game Theory

by • 27/11/2006 • RecensioniComments (0)384

Proprio quando l’annuncio della firma con la Def Jam, aveva fatto temere, almeno ai fan di vecchia data, una svolta pop-mainstream, i The Roots spiazzano tutti con un disco che è probabilmente il più cupo dai tempi di Illadelph Halflife.

Game Theory infatti, abbandonate le policromie sonore di Phrenology e Tipping Point torna per gran parte dei pezzi all’ispirazione “grime and gritty” che aveva caratterizzato i loro primi LP. Scelta non casuale ma, a detta del portavoce della band ?uestlove, dettata dalle circostanze in cui viviamo, con tragedie come quella di New Orleans che occupano un posto di primo piano nella coscienza civile del gruppo e trovano ampio spazio nelle liriche di un Black Thought allo zenith della sua ispirazione di “edu-entertainer”. Non è un caso che il primo singolo estratto si intitoli “Don’t feel right”, risuoni come un monito alle troppe coscienze assopite e sia impeccabile da tutti i punti di vista: tre strofe al vetriolo di BT, ritornello incalzante e un beat pieno di soul degno del miglior J-Dilla alla cui memoria è dedicato l’intero album oltre a un sentito shout nell’intro di Can’t Stop This.

Tornando ai singoli pezzi va aggiunto che, nonostante l’indubbia brillantezza, “Don’t feel right” non riesce comunque a portarsi a casa la palma di miglior pezzo, contesa invece dall’infuocata title track e dalla ruvida “In the music”, con, alle loro spalle ma per un solo palmo, il bounce sincopato di Baby, la tiratissima Here I Come e la dura False Media.

Il resto dei pezzi è qualche gradino sotto, ma senza voragini qualitative significative e se persino l’esperimento di campionare i Radiohead (in Atonement) riesce a trovare una sua collocazione non troppo eterogenea rispetto al resto del disco; significa davvero che Game Theory è nato sotto la giusta stella.

Se questo sia dovuto alla assenza di uno Scott Storch sempre più avulso al sound del gruppo o alla supervisione di Jay-Z non ci è dato sapere ma è un piacere poter sottolineare che, dopo Phrenology e Tipping Point, si possa ascoltare un disco dei Roots senza dover skippare nulla. Detto ciò non vi resta che recuperare Game Theory e rendere merito al gruppo di Philadelphia per aver creato uno dei dischi più godibili e di spessore di questo 2006 che si avvia alla conclusione.

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