Fuossera: l’intervista

by • 10/07/2017 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Fuossera: l’intervista297

Ph: Pino Miraglia, tutti i diritti riservati

 

Ci sono crew che hanno segnato indelebilmente la storia della musica hip hop in Italia: dopo il loro passaggio, nulla sarebbe stato più lo stesso. Una di queste è sicuramente Poesia Cruda, fondata da Co’Sang e Fuossera ormai quasi quindici anni fa. Se i Co’Sang hanno preso strade diverse già da parecchio, i Fuossera sono ancora saldamente uniti (nonostante uno dei tre membri, Pepp J One, non faccia più formalmente parte del gruppo) e non hanno mai smesso di portare avanti quelle idee e quella poetica. A poche settimane dall’uscita del loro nuovo album Demodé, abbiamo raggiunto ‘O Iank al telefono per parlare di passato, presente e futuro.

Blumi: Perché il titolo Demodé?

‘O Iank: Perché l’album viaggia su sonorità che non sono quelle attuali. Sappiamo tutti che in questo momento va di moda un certo sound, ma noi non abbiamo voluto fare la furbata di appropriarci di quel tipo di produzioni per farci le nostre rime sopra.

B: Ho letto diverse vostre interviste in cui dicevate di voler prendere nettamente le distanze dalla trap, infatti…

O’I: Il problema non è tanto la trap in quanto tale: io non lo considero neanche un genere a parte rispetto all’hip hop, come invece fanno molti. Allo stesso tempo, non penso che la trap sia una rivoluzione: l’autotune si usava già da parecchio, per dire, e anche quel tipo di approccio al rap non è nulla di davvero nuovo. Il nostro comunque non è un giudizio, non ci mettiamo a fare i puristi o a puntare il dito. Semplicemente, abbiamo una visione diversa. La cosa bella dell’hip hop è proprio che c’è sempre rinnovamento e ricerca: dagli anni ’80 ad oggi è cambiato costantemente.

B: I Fuossera esistono da più di dieci anni, ma non siete mai stati un gruppo molto prolifico: perché ci mettete così tanto a lavorare ai vostri album?

O’I: A Napoli c’è tanta arte e creatività, ma mancano la struttura produttiva e gli investimenti. Fare musica qui è molto difficile. E poi, noi cerchiamo di fare le cose in maniera maniacale. Soprattutto sul versante dei testi: non abbiamo mai voluto correre il rischio di trasmettere il messaggio sbagliato. Noi veniamo da Scampìa e quello che abbiamo sempre cercato di fare è stato fotografare il degrado per portarlo all’attenzione della gente. Raccontare uno spaccato della nostra città, però, è un conto; esaltarlo è tutto un altro paio di maniche. Se lo fai vuol dire che vuoi guadagnarci su, vuoi fare dei soldi facili. Per quanto ci riguarda equivale a fare il palo in piazza mentre i tuoi amici fanno una rapina o spacciano. Ho visto persone andarsene o passare gli anni migliori della propria vita in carcere: non c’è nulla di bello in tutto questo. Non bisogna neanche cadere nella tentazione di non dare giudizi, di lasciare la questione in sospeso: bisogna essere molto chiari sul fatto che non c’è nessun lato positivo in questa vita.

B: A proposito, ultimamente (o meglio, da quando è uscito Gomorra) tutta Europa subisce il fascino per la vita della strada di Napoli, vedi il caso di artisti trap francesi come i PNL e Sch che vengono a girare i video a Scampìa. Come mai, secondo te?

O’I: Le periferie francesi in un certo senso sono molto simili alle nostre. PNL e Sch, ovviamente, utilizzano Scampìa come set perché adorano Gomorra, ma il collegamento tra Napoli e Parigi o Marsiglia c’era già prima: dieci anni fa i Lunatic, ovvero Booba e Ali, utilizzavano un’estetica molto simile. Le banlieue sono davvero un contesto paragonabile a Scampìa, ho potuto vederlo con i miei occhi quando sono andato lì. L’unica differenza è la presenza massiccia di persone originarie del Maghreb e dell’ex Africa coloniale: da noi, invece, è molto meno.

B: Al di là dell’immaginario camorrista, Napoli in questo momento è un vero punto di riferimento per chi fa musica urban: l’hype che si è creato attorno a Liberato ne è un ottimo esempio. A proposito, sai mica chi è?

O’I: (ride) So chi è il ragazzo che canta, sì. È un’operazione riuscita perfettamente, a livello di marketing. E anche la qualità è alta: i pezzi sono belli, le produzioni ottime, il cantante è bravissimo, i video sono molto riusciti. Però vorrei dire due cose. Primo: che quegli stessi identici pezzi, cantati da chiunque altro che ci avesse messo la faccia – compreso Nino D’Angelo, tanto per fare un nome noto – sarebbero stati travolti da una valanga di accuse di sfruttamento dei luoghi comuni e degli stereotipi su Napoli. Secondo: che a Napoli è pieno di gente che fa musica di quel genere, con produzioni sofisticate, canzoni che spaccano, voci non banali, ma non è riuscita a uscire dai confini della città. Non fermatevi solo a Liberato, insomma, anche perché proprio tra queste persone di cui parlavo si nasconde la persona che gli ha prestato la voce.

B: Tornando al vostro album, è molto ricco di featuring, tutte vostre vecchie conoscenze…

O’I: Per noi deve sempre esserci una sintonia personale, siamo contro i featuring-marchetta. Ntò e Luché per noi sono come dei fratelli, Clementino lo conosciamo da vent’anni perché abbiamo cominciato a suonare più o meno negli stessi anni, Raiz dalle nostre parti è un’istituzione perché gli Almamegretta hanno segnato un’epoca per la musica napoletana. I Virus Syndicate, che sono di Manchester, non li conoscevamo di persona, ma ci siamo apprezzati a vicenda e da lì è nata la collaborazione. Forse la vera novità è Alessio Arena, un giovane cantautore napoletano che vive in Spagna. L’ho conosciuto tramite degli amici, sono stato ad alcuni suoi concerti – voce e chitarra, pubblico da massimo trenta persone – e sono rimasto totalmente affascinato dalla sua voce.

B: Tra i pezzi più riusciti del disco c’è sicuramente Causa effetto: come lo descriveresti?

O’I: È stato scritto subito dopo la morte di Davide Bifolco in quel maledetto posto di blocco (Davide, 16 anni, è morto per un colpo d’arma da fuoco sparato da un carabiniere nel rione Traiano di Napoli: lui e i suoi amici, che stavano andando in motorino in tre, non si sono fermati all’alt e nell’inseguimento che ne è seguito il militare, ancora non si sa se per sbaglio o per sua scelta, ha esploso un proiettile che gli è stato fatale, ndr). È la nostra visione rispetto alla vicenda: non vogliamo accusare nessuno, è semplicemente una questione di causa-effetto. Dietro quel singolo evento c’è tantissimo, e abbiamo voluto raccontarlo a modo nostro. Che è un po’ quello che fanno i Fuossera da sempre.

B: Cosa mi dici di Commedia all’italiana, invece?

O’I: È uno storytelling, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di un vero e proprio film. È un ritratto fedele dello scenario italiano: il poliziotto che lavora per lo Stato ma non è felice di difendere i politici che sono più criminali dei criminali, lo spacciatore che arranca e si arrabatta perché questo paese non offre niente, il ragazzo che protesta e va a manifestare perché non gli stanno bene le cose… Il malcontento per questo paese ipocrita è uno solo, ma viene declinato in maniera diversa. In generale, il pezzo fa emergere l’insofferenza verso questa repubblica fondata sul lavoro dove il lavoro però non c’è. Stiamo pensando di farne anche un video, però per il tipo di racconto che abbiamo in mente è molto complicato: per ora abbiamo scritto solo lo storyboard, vedremo se riusciremo a concretizzare. In Commedia all’Italiana, oltretutto, ci sono i Fuossera al completo: mentre lavoravamo a questo disco, da tre che eravamo siamo diventati due perché Pepp J One si è dovuto trasferire per due anni in Spagna. Difficilmente sarebbe riuscito a seguire la produzione insieme a noi, quindi decidemmo di comunicare che non era più dei nostri, anche se per noi è non è cambiato niente: è sempre una parte fondamentale del gruppo.

B: A proposito di gruppi e collettivi, Poesia Cruda esiste ancora? Esistono scuole di pensiero discordanti su questo, anche perché la pagina Facebook ufficiale della crew è da tempo gestita dai vostri fan…

O’I: Quella è stata una scelta ponderata: un tempo avevamo una pagina ufficiale gestita da noi, ma non funzionava, non riuscivamo proprio a farla decollare! La pagina fondata dai nostri fan, invece, andava benissimo, così li abbiamo contattati e per chiedere se avevano voglia di occuparsi ufficialmente dei nostri social. Sono un gruppo di ragazzi pazzeschi, attentissimi, ci piace molto come lavorano. Sul fatto che esistiamo ancora o meno come collettivo, invece, il discorso è più lungo… (ride)

B: Cioè?

O’I: Per noi Poesia Cruda esiste ed esisterà sempre. Il collettivo originale era formato proprio da noi Fuossera e dai Co’Sang, a cui più avanti si sono aggiunti Geeno e Corrado. Dalla scissione dei Co’Sang in poi, però, le nostre attività insieme sono un po’ calate: per forza di cose, aggiungerei. Ma siamo ancora amici, ci sentiamo spesso e ci sentiamo ancora parte della crew, e credo proprio di parlare per tutti noi.

B: Il vostro approccio al rap ha davvero cambiato molte cose in Italia, in quel periodo. Secondo te chi sono gli eredi di Poesia Cruda oggi?

O’I: Ti dico subito e senza mezzi termini che non ce ne sono. Quello che è successo con Poesia Cruda è irripetibile. È come se mi chiedessi se Messi può essere paragonato a Maradona, o Bruno Mars a Michael Jackson: no, si non può. I ragazzi di oggi imitano chi li ha preceduti, e neanche troppo bene, tipo i vari emuli di Caravaggio che provavano a fare dei dipinti in stile. Non arrivavano mai ai risultati del maestro ma si arricchivano a livello economico… (ride) Noi siamo stati dei precursori, abbiamo aperto la strada a molti, senza però guadagnarci materialmente niente. Quello che facevamo era nuovissimo e ci sono voluti anni prima che la gente cominciasse ad accettarci, per il genere che facevamo, per come ci vestivamo, per come ci ponevamo. E la guerra era su due fronti, perché all’inizio il pubblico non ci capiva e non ci capiva neanche la scena hip hop.

B: In effetti ai tempi gli ascoltatori di rap italiano erano completamente diversi: molto più “borghesi”, forse, sia nei modi che come estrazione sociale…

O’I: Esatto. Noi abbiamo portato il rap nelle case popolari. Ricordo ancora la prima volta in cui ho sentito i nostri pezzi che suonavano da un’autoradio in una piazza di spaccio: era il 2003. Non potevo crederci: come aveva fatto la nostra roba ad arrivare in un contesto così diverso da quello del rap italiano? Oggi è normale. La situazione è diversa. Nessuno affronta più i problemi che abbiamo affrontato noi per riuscire a imporre la nostra visione.

B: Last but not least: progetti futuri?

O’I: Suoneremo parecchio: la prima data è a Londra il 10 luglio (stasera, ndr), la seconda qui a Napoli, sul tetto della metropolitana di Scampìa, che è stata di recente ridipinta da un writer. Al di là dei Fuossera, invece, sto lavorando a un mio progetto discografico, ma per ora non posso svelare di più.

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