Something From Nothing: The Art Of Rap

by • 05/10/2012 • RubricheComments (1)1118

In un periodo di morìa di uscite cinematografiche di qualche interesse, la notizia che ci sarebbe stata un’anteprima per la stampa di Something From Nothing: The Art Of Rap aveva risvegliato i miei istinti di ex imbucatore di professione. Così, improvvisatomi giornalista, alle 14 spaccate mi son presentato con piglio sgargiulo all’Odeon nella doppia veste di estimatore di documentari e, ovviamente, di rap.

110 minuti dopo, abbandonando la sala, non riuscivo a decidermi se mi fosse piaciuto o meno. Ma procediamo con ordine.

Art Of Rap è un documentario concepito e realizzato da Ice T, personaggio di indubbio spessore e altrettanto indubbia intelligenza che non necessita di ulteriori presentazioni, in cui mediante interviste ad alcuni dei maggiori esponenti del rap si cerca di eviscerarne gli aspetti più tecnici dagli inizi ai giorni nostri. Scrittura, interpretazione, capacità d’intrattenimento, improvvisazione, argomenti: a grandi linee è questo lo spettro tematico coperto dai protagonisti, il tutto corroborato da strofe (non freestyle, almeno nel 90% dei casi) recitate dal vivo e riprese paesaggistiche che vanno ad enfatizzare l’aspetto urbano di questa musica.

Quantità e qualità dei nomi sono impressionanti: da Rakim a KRS a Big Daddy Kane, da Eminem a Chino XL a Redman, da Kool Herc a Nas a Kool Moe Dee e via elencando, il trait d’union è che si tratta di veterani che si rifanno sostanzialmente ai canoni classici del rap, o che sovente hanno contribuito a stabilire loro stessi. Scordatevi quindi di vedere Lil Wayne o Rick Ross, perchè la matrice è abbastanza tradizionalista e, casomai, le uniche incursioni «esterne» provengono da un Dr. Dre, da un Marley Marl o da un Doug E. Fresh.

Sulla carta funziona tutto piuttosto bene: la carne al fuoco è tanta e, bene o male, ciascun artista viene lasciato libero di enfatizzare gli aspetti che più reputa importanti. Ovviamente, ci sono diverse chicche che riguardano i metodi di scrittura, e vanno ad esempio dalla schematicità di Rakim al bisogno di Snoop di avere delle belle fighe da guardare di tanto in tanto; per di più, alcuni degli intervistati si lasciano andre a qualche momento di humor o a qualche saggezza mai abbastanza ripetuta (Dre su tutti quando spiega la differenza che passa tra un beatmaker ed un produttore). Degne di lode sono poi le riprese di contorno, che raramente scivolano nel kitsch riuscendo, invece, ad offrire una buona varietà di paesaggi e scorci delle città scelte da Ice (principalmente New York, Los Angeles e Detroit).

Tornando al momento in cui sono uscito dalla sala, la mia prima reazione a tutto questo ben di dio è stata, ovviamente, più che positiva. La quantità di informazioni e aneddotica presente nel documentario è una manna dal cielo per ogni aficionado del genere. In più, vedere pressoché tutti i miei idoli musicali concentrati in un’ora e mezza, e sentirne la passione, ha dato nuova forza alle mie talvolta traballanti speranze circa il futuro del rap. Eppure, qualcosa non mi tornava.

Innanzitutto si potrebbe criticare lo stridio che va a crearsi tra il risultato finale (ovvero un prodotto ad uso e consumo di gente che già mastica di rap) e l’intento documentaristico. Vengono infatti date per scontate troppe cose, sia in termini di evoluzione della scrittura che di storia tout court. In poche parole, insomma, non c’è alcuna contestualizzazione, né orale, né visiva; quando a mio avviso, invece, già solo usare delle immagini di repertorio associate a qualche spiegone avrebbe reso più fluida e completa la visione. Così com’è, invece, è lo spettatore a dover sapere chi è Melle Mel, com’è nato l’hip hop, chi è da considerarsi d’importanza innegabile (e chi meno) o perchè si è passati da contenuti più allegri ad altri più tetri.

Premetto però che condivido l’approccio tradizionalista in sè: il rap è nato partendo dal presupposto che, per farlo, si debba essere dotati di qualità di scrittore ed intrattenitore. Di conseguenza, con buona pace dei relativisti e degli hater degli hater, non c’è verso che il 90% dei prodotti del Dirty South abbia una voce in capitolo. Punto.

Tuttavia, ho dovuto registrare alcune assenze piuttosto clamorose in tal senso: primo fra tutti Scarface, e poi anche Eightball & MJG, gli Outkast, Killer Mike e —volendo— Ludacris. A giudicare da questi 110 minuti, infatti, con l’eccezione di Bun B pare quasi che non sia esistito (e non esista) nulla di decoroso sotto la linea Mason-Dixon. Il che è ovviamente falso. Altra assenza pesante è poi quella di Kool G Rap, alias colui che gettato le basi per la tecnica di un buon 90% degli liricisti d’oggi; idem per Jay-Z, ma la sua assenza è oggettivamente più  comprensibile. Sta di fatto, però, che senza questi nomi, o perlomeno senza parte di essi, viene ridata un’immagine che anche in un’ottica tradizionalista risulta essere incompleta.

Last but not least, uno dei pregi del documentario (ossia il lasciare parecchia libertà agli intervistati) si traduce in un potenziale difetto: a grandi linee, ciascuno degli MC parla un po’ de li cazzi sua, senza che Ice T sia capace di unire gli enunciati dell’uno con quelli dell’altro o, nel caso di un’affermazione particolarmente interessante, di andare a scavare un po’ più in profondità. Per cui, nuovamente, si enfatizza una vacuità di fondo che, se può essere colmabile da chiunque abbia almeno cinque anni di “studio” dell’hip hop alle spalle, dall’altra fa mancare una visione dell’insieme coerente e comprensibile anche per i meno adepti.

Ricollegandomi quindi al primo punto della critica, viene spontaneo chiedersi: (pur interessante) aneddotica a parte, che senso ha spiegare il rap a chi —si presume— già sa che cos’è?

Riassumendo, Art Of Rap pecca di dispersività, incompletezza e incoerenza tra intenti e risultato finale. Tuttavia, nonostante il cervello mi porti a criticarlo per queste lacune, che un documentarista esperto avrebbe saputo evitare senza per questo compromettere la profondità del tema (cito come esempio The Corporation), non posso fingere che de panza non mi sia piaciuto. E siccome non sto scrivendo per la testata sotto la quale mi ero presentato, bensì per HotMc, non posso fare a meno di consigliarne la visione, pur con qualche riserva. La proiezione sarà limitata a soli 3 giorni (8, 9, 10 ottobre) ed esclusivamente nelle sale appartenenti al circuito The Space, per cui se abitate in Molise o in Val d’Aosta potete scordarvelo. Ma si sa, laddove non arriva il cinema, giunge Isohunt, per cui…

 

P.S. È stata mantenuta la lingua originale (deo gratias!), con sottotitoli limitati alle interviste vere e proprie. Chi ha subìto l’agonia di vedere doppiati Higher Learning o Boyz ‘N’ The Hood può quindi tirare un sospiro di sollievo.

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