Fritz Da Cat: l’intervista

by • 03/10/2013 • IntervisteComments (0)1245

Non mi capita spesso di cominciare le interviste parlando in prima persona, ma questa volta lo faccio, anche perché una premessa è d’obbligo. Conosco Fritz da quando avevo quindici anni, più precisamente da quando lo incontrai per caso in un negozio di dischi dove ero entrata per acquistare la mia copia di Stankonia degli Outkast e ci mettemmo a chiacchierare di musica. Da allora (oggi di anni ne ho 29) di chiacchierate sulla musica ne abbiamo fatte tantissime, a volte scornandoci e a volte no. E come molti altri, tifavo per un suo ritorno alla musica, dopo che l’accoglienza un po’ tiepidina nei confronti di Basley click – oggi considerato un disco validissimo, peraltro – lo aveva convinto ad accantonare la sua passione per un’intera decade. Come tutti i miei coetanei sono cresciuta ascoltando i suoi primi tre mitici album, e ora che esce questo nuovo capitolo della saga è difficile non fare confronti, ma personalmente sono arrivata alla conclusione che questo Fritz è effettivamente la continuazione naturale del suo percorso: stessa perizia inconfondibile nel confezionare i beat, stessa attitudine, stessa voglia di creare canzoni che resisteranno nel tempo, stessa mescolanza tra emergenti e colossi. E do ragione al diretto interessato quando chiede di dare all’album il tempo di decantare un po’, prima di esclamare in coro “Era meglio Novecinquanta!”. Insomma, per farla breve: a) prima che qualcuno me lo faccia notare, mi dichiaro apertamente non imparziale, b) se questa intervista sembra una chiacchierata tra due amici al bar, è normale. Anche perché è stata registrata nel backstage del suo primo instore, dove i quindicenni di oggi facevano la fila per conoscerlo e poterci scambiare quattro chiacchiere sulla musica (tutto torna). Oggi come allora Fritz non si è negato a nessuno, anzi, ha fatto disperare la sua discografica perché a furia di chiedere a ogni ragazzino che gli si parava davanti da dove veniva, cosa faceva nella vita e se l’album gli era piaciuto, i tempi si sono dilatati a dismisura. Fine degli aneddoti; torniamo al motivo per cui state leggendo questo articolo.

Blumi: In questi ultimi dieci anni tutti, compresa la sottoscritta, hanno cercato in ogni modo di convincerti a ricominciare a fare musica. Ora che finalmente hai dato retta alla voce del popolo, non senti un po’ di pressione per le aspettative della gente rispetto a quest’album?

Fritz Da Cat: No, perché sinceramente quando ho smesso di fare musica per dedicarmi alla mia altra attività (una società di bombolette spray per writer, ndr) me ne fregava talmente poco di fare musica che qualsiasi discorso tipo “Oh, zio, devi ricominciare, dai zio, non scherzare!” mi faceva sorridere e basta. Ai tempi io e Deda ne ridevamo, perché anche lui era bersagliato dallo stesso tipo di richieste. Ancora oggi, quando lo vedo, glielo dico per scherzo: “Oh zio, ma perché non ritorni a fare i Sangue Misto?!?”. In tutta onestà il mio ritorno al beatmaking è stato dettato dalla semplice voglia di ricominciare, e quindi non ho avvertito nessuna pressione esterna.

B: Neanche adesso che Fritz è finalmente fuori?

F.D.C.: Beh, adesso mi vedi un po’ in sbattimento perché la giornata di oggi, per me, coincide con una serie di prime volte: il primo vero e proprio press day, il primo instore, il primo disco che finisce davvero in classifica… In ogni caso è tutto molto eccitante, non la vivo con ansia.

B: A proposito del tuo allontanamento dalla musica e dalla scena hip hop, c’è chi un po’ malignamente dice che sei tornato solo perché adesso il rap adesso finalmente va di moda. Cosa risponderesti?

F.D.C.: Non sei ovviamente la prima a chiedermelo. Diciamo che per dodici anni mi sono dedicato ad altro, fondamentalmente perché a 26 anni io, Fabri e Fede, appena usciti con Basley Click, sbattemmo la faccia contro un muro, il muro del “non ce ne frega un cazzo della vostra roba”: non interessava né al pubblico né gli addetti ai lavori. E a quell’età, le scelte possibili sono limitate. Primo: puoi decidere di farti mantenere dai tuoi genitori per continuare a fare l’artista semi-incompreso, cosa che non mi avrebbe fatto sentire a mio agio. Secondo: puoi aggiustare il tiro e cercare un sound più fruibile per il pubblico, cosa che secondo me non è deprecabile in sé e per sé, ma che in ogni caso non fa per me. Terzo: nell’urgenza di guadagnarti da vivere, scegli di fare qualcos’altro. Io ho preferito questa terza via, anche perché fino a 26 anni io con la musica mi mantenevo, soprattutto grazie al fatto che i dischi ancora si vendevano – a differenza di oggi, dove la vita per un produttore è molto più complicata. Anzi, si può dire che ho ripreso a fare musica solo adesso anche perché, dopo essermi spaccato la schiena dodici anni facendo un altro lavoro, sono riuscito a raggiungere una stabilità economica che mi permette di avere un terreno un po’ più solido sotto i piedi; posso permettermi di fare la musica che mi piace, senza seguire i dettami del mercato. È un privilegio che credo di essermi conquistato con il sudore della fronte.

B: A proposito di Basley Click, tu puntavi tantissimo su quell’album e lo consideravi una vera e propria svolta nel tuo sound: ricordo che all’epoca eri rimasto deluso dall’accoglienza che aveva ricevuto, e addirittura avevi detto che secondo te lo avevano capito di più i tuoi ex compagni di liceo, che il rap non lo avevano mai ascoltato, piuttosto che gli hip hopper veri e propri…

F.D.C.: Sì, lì per lì non era stato capito granché. In fondo è normale, perché spesso capita che un disco venga compreso in ritardo; a volte stai facendo delle schifezze e quindi è normale che non ti capiscano, a volte sei un genio incompreso, e a volte, più semplicemente, quando il tuo lavoro viene accettato tu stai già lavorando all’evoluzione successiva, quindi diventa un continuo rincorrersi tra musicista e pubblico. È il tempo a dare la misura della situazione. Spesso me ne rendo conto sulla mia pelle: sul web leggo gente secondo cui Novecinquanta era meglio di quest’ultimo album, ma magari è gente che ai tempi dell’uscita di Novecinquanta non lo aveva apprezzato subito, anzi, aveva avuto da ridire. È facile valutare il valore di un disco quindici anni dopo la sua uscita…. La raccomandazione che mi sentirei di fare a chiunque viva in questa nuova era digitale, dove c’è la possibilità di commentare in tempo reale tutto ciò che succede, è di prendersi il tempo per metabolizzare ogni cosa, senza correre a scrivere un parere poco meditato nella foga di dire la propria. Anche perché poi su Internet la cazzata rimane scritta, a imperitura memoria dei posteri.

B: A maggior ragione immagino che tu inviti la gente a meditarci su anche perché questo è un album su cui hai lavorato a lungo, per oltre un anno, e che senz’altro è stato pensato per durare nel tempo…

F.D.C.: Forse è pretenzioso e arrogante da parte mia dire che non è un album usa-e-getta, ma effettivamente è stato realizzato con un metodo un po’ vecchio stile, quindi spero – non credo, ma spero – che resisterà nel tempo, come capitava una volta ai prodotti di un certo tipo. I risultati mi fanno ben sperare, visto che appena usciti siamo già secondi nella classifica generale di iTunes e che la stampa di Leaks allegata ad XL è andata quasi subito esaurita. Staremo a vedere, in ogni caso.

B: Restando in tema di metodi di lavorazione, Fritz non è stato realizzato con il tuo tradizionale Akai 950, ma con mezzi più moderni. Ce li racconti?

F.D.C.: Ovviamente un conto è parlare del metodo di lavoro, un conto è parlare dell’hardware: ho senz’altro cambiato l’hardware, ma la mentalità è rimasta la stessa. Oggi come allora uso il sistema più semplice, comodo e immediato che mi ritrovo a disposizione: una volta era il 950 semplicemente perché era la macchina che costava di meno, ma allo stesso modo per me oggi il campionatore meno costoso è il computer che già possiedo. Del mezzo tecnico m’interessa poco: attualmente lo strumento che uso è un comunissimo Logic, che utilizzano in molti, ma per me l’importante è farlo a modo mio, con il mio taglio. Proprio per questo consiglio, soprattutto ai giovani, di non fossilizzarsi su questo o quel software, o sui nuovi plugin piuttosto che sulle vecchie macchine, ma di sviluppare un gusto indipendente dalla tecnologia.

B: Sempre parlando di giovani, che consiglio daresti a un rapper emergente per riconoscere un beatmaker davvero valido?

F.D.C.: Partirei da un principio molto generale: ascoltate tante produzioni diverse, perché facendosi un orecchio e creandosi una conoscenza viene spontaneo distinguere una produzione improvvisata e poco consistente da una davvero buona. È un apprendimento che non finisce mai, a dire il vero. Io stesso oggi mi sento più in grado di giudicare molte delle cose che ascoltavo nella cosiddetta golden age: riconosco chi era valido, chi lo era di meno, chi è durato nel tempo e perché, chi ha inventato qualcosa, chi invece ha solo imitato. È così che si forgia il gusto, l’etica e l’estetica di ciascuno di noi.

B: A proposito di golden age, come la vedi a distanza di anni?

F.D.C.: “Golden age” è un termine che a tratti mi fa sorridere e a tratti mi fa incazzare. Ha qualcosa di biblico; è l’età dell’oro in cui tutto era perfetto, ma l’idealizzazione del passato mi fa sempre tristezza, perché pensare troppo al passato impedisce di concentrarsi su presente e futuro. È una tendenza che si manifesta spesso nella scena hip hop italiana: guardare al passato non con rispetto e piacere, ma con ossessione e idealizzazione. È sciocco: abbiamo fatto molte belle cose e ci siamo divertiti parecchio, ma non tutto quello che veniva fatto all’epoca era buono, né tutto quello che viene fatto adesso è cattivo. È senz’altro vero, però, che il rap italiano ha avuto la massima espressione del suo ciclo vitale in quel periodo, e che molti capolavori sono nati a quei tempi; oggi, invece, anche se ci sono tanti prodotti ottimi e validissimi, spesso si percepisce un senso di stantìo e vecchio, perché si è un po’ persa la capacità di creare qualcosa di completamente nuovo e originale.

B: Ecco, appunto: i tre album che hai pubblicato prima di questo hanno davvero fatto epoca. Quando hai cominciato a lavorare a quest’ultimo, immagino che ci siano state moltissime autocandidature spontanee di mc che non volevano perdere l’occasione di essere presenti sul nuovo album di Fritz Da Cat per “entrare nella storia”…

F.D.C.: Beh, sì, molti si sono fatti avanti spontaneamente. E infatti ho registrato molti pezzi, ma ne ho scartati altrettanti, perché il risultato finale non mi convinceva fino in fondo. Anche se gli artisti erano molto bravi, magari la traccia non era all’altezza delle aspettative…

B: E qualcuno se l’è presa per essere stato accantonato?

F.D.C.: Spero di no, ma io sono un po’ nazista in queste cose, non avrei potuto fare altrimenti. D’altra parte anche a me è capitato spesso di consegnare delle basi che poi sono state scartate, non perché fossero brutte, ma perché magari dalla traccia finita non scaturiva sufficiente magia. I rapper, però, sono un po’ più primedonne in queste cose, e tendono a offendersi un po’ di più… (ride)

B: Rispetto ai presenti nella tracklist, invece, c’è qualcuno che ti ha stupito in positivo, qualcuno che magari non conoscevi tanto e che si è rivelato essere un’ottima scelta?

F.D.C.: Sì: ad esempio non conoscevo tanto Ghemon e Mecna, e non mi piaceva tutto quello che facevano, ma hanno tirato fuori delle strofe che amo tantissimo. Anche Parix ha sfornato un brano strano e molto particolare, che non mi aspettavo assolutamente. Idem per Johnny Marsiglia e Big Joe, che ho coinvolto all’ultimo e hanno fatto un pezzo incredibile.

B: A proposito, come si è strutturata la collaborazione con Big Joe, che in fin dei conti è un producer come te?

F.D.C.: Ho fatto un beat, gliel’ho consegnato, lui ci ha lavorato sopra e mi ha mandato delle altre parti, e infine io ho rimpastato il tutto. È stato un beat realizzato davvero a quattro mani, l’unico di tutto l’album; Shablo mi ha dato un piccolo aiuto su un’altra base, ma per il resto ho fatto tutto da solo.

B: Tornando per un attimo al passato, molti artisti non amano mettere su un piedistallo i propri trascorsi, vedi i Club Dogo, che spesso hanno dichiarato di considerare Mi-Fist un album tutto sommato ingenuo e non meritevole di tanta reverenza da parte del pubblico di oggi. Tu come ti poni rispetto ai tuoi primi lavori? Preferisci anche tu il nuovo al vecchio?

F.D.C.: È una condanna che affligge tutti gli artisti o presunti tali: una volta che hai fatto qualcosa, per te risulta da subito vecchia e sorpassata, mentre magari il pubblico la sta ancora metabolizzando e procesando. A a me, ovviamente, i miei album degli anni ’90 fanno un po’ sorridere, anche se fanno ancora sognare tante persone. Se guardo alla questione con distacco, però, mi rendo conto che è normale che per me certe cose suonino vecchie, mentre molti altri – magari gente che non era ancora nata quando quei miei album sono usciti – ci trovano dentro una magia particolare.

B: In questo momento siamo nel backstage del tuo primo instore, una cosa che non avevi mai fatto per i tuoi dischi passati, tutti autoprodotti e autogestiti. Come ci si sente ad affrontare questa rivoluzione?

F.D.C.: Dire che era meglio prima, quando le cose erano fatte più artigianalmente, o che è meglio adesso che tutto è più professionale, sarebbe un atteggiamento fondamentalmente fascista o comunista: della serie “Noi siamo i buoni e voi i cattivi”. È una cosa che fanno anche molti artisti di oggi: per farsi forza rinnegano tutto quello che c’è stato prima, dicendo che non valeva niente. Per me è un atteggiamento stupido e insensato. Il punto, secondo me, è prendere atto dei meccanismi in vigore oggi e cercare di inserircisi facendo le proprie cose nella maniera più dignitosa e autentica possibile. Basta recriminare sul passato. Inutile lamentarsi del fatto che Lord Bean non rappa più, ad esempio: chi è cresciuto con gli anni ’90 paragonerà qualsiasi suo nuovo pezzo a Street Opera, e comunque considererà più valido Street Opera, perché ci è più affezionato. A questo punto l’unico ad avere ragione è Jim Morrison, che è morto all’apice della sua parabola creativa e che non potrà mai più deludere le vostre aspettative, ma io non voglio mica fare come Jim Morrison per far contenti voi… (ride)

B: In tema di mc con cui hai lavorato in passato: in molti si sono stupiti scoprendo che per quest’album avresti collaborato con Fabri Fibra, visto che ai tempi di Mr. Simpatia eri stato citato in maniera piuttosto personale e poco simpatica sul suo album…

F.D.C.: Il tempo aggiusta tutto.

B: E di chi è stata l’idea di omaggiare il ritornello de L’incognita di Neffa (uno dei brani più amati di Novecinquanta) nel bridge di Bei momenti, tua o sua?

F.D.C.:Assolutamente sua.

B: Ultimissima domanda: qual è l’mc (italiano o internazionale, presente o passato) per cui avresti fatto qualsiasi cosa pur di averlo nel tuo album?

F.D.C.: Uhm, fammi pensare… Direi Eminem!

B: Questa risposta ha dell’incredibile.

F.D.C.: Ah sì?

B: Sì, perché è rimasta immutata. Ricordo una chiacchierata all’Indian Cafè, quasi quindici anni fa, in cui mi spiegavi che tu non eri affatto un purista, tant’è che il tuo mc preferito del momento era Eminem, che all’epoca aveva appena fatto il suo debutto discografico.

F.D.C.: Maddai, sul serio? Non me lo ricordavo! Forse però oggi ha perso un po’ di punti per i troppi lifting… (ride)

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