Francesco Paura – Slowfood: Recensione

by • 22/06/2013 • RecensioniComments (0)998

Parlare di dischi prescindendo dai propri gusti personali è sempre opera difficile. Bisognerebbe riuscire, a pochi giorni dall’uscita e quindi con nessun reale indicatore di longevità, a intuire se la qualità del disco sarà sufficiente a fargli superare la prova più dura, quella del tempo, dato che come sappiamo i dischi hanno una vita sempre più breve, vista la quantità di materiale a cui dobbiamo prestare attenzione. A volte sarebbe più facile operare un altro tipo di discriminazione: i dischi che meriterebbero davvero un ascolto, e quelli che invece no. Ecco, Slowfood, la nuova fatica solista di Francesco Paura, rientra a pieno titolo nella prima categoria.

“Slowfood” parte esattamente dalle esperienze precedenti del suo autore: in questo album c’è tanto del Paura di Octoplus (l’ironia tagliente ma mai ostentata, la metrica spezzettata e molto particolare), quanto di quello che con Clementino e Tayone ha dato vita al progetto Videomind (le sonorità che ispezionano tutto lo spettro dell’elettronica, la voglia di dare all’hip hop italiano dimensioni musicali nuove, lontane dalle etichette facili).

E non potrebbe essere altrimenti. Ascoltando la sua musica, entriamo in contatto sì con l’artista, ma non meno con l’uomo. E oltre all’evidente, innegabile volontà di fare musica che valga (quasi a ribadire che lavorare alla propria musica non la rende meno spontanea, ma anzi ne aumenta e risalta i pregi), sentiamo come sulla nostra pelle la confusione del non capire in che mondo si vive (“Se qui non sei disposto più a combattere o ti fanno calare le braghe o ti fanno calare le palpebre”), o la voglia di combattere e ribadire la propria capacità in faccia ad un mondo che già prova ad etichettarti come “vecchio” (“Ne fanno pochi come noi, e fanno voi avvoltoi, ma prima o poi gli indiani vinceranno sui cowboy”).

Ovviamente non c’è solo questo: troviamo il consueto posse cut in salsa napoletana di Sangue & Inchiostro (con Shaone e soprattutto Cenzou in una forma smagliante), come il rap combat, in combo con Clementino, di Zombie. C’è il potenziale tormentone 999 Hit Combo, dove su un tappeto dubstep (brostep, direbbero alcuni a ragione) Paura snocciola la solita, enciclopedica conoscenza di sci-fi e videogiochi, calando fra l’altro la one-liner del disco (“Sarei davvero nerd se non alternassi figa e rap al joypad”).

Ed infine (o all’inizio, visto che parliamo della prima traccia dell’album), c’è Drive, potremmo dire una sorta di concept track, che accanto al viaggio fisico, in macchina, come quello nel video dello street promo che omaggia l’omonimo film di Nicolas Wending Refn, accompagna un viaggio mentale che assomiglia tanto ai flussi di coscienza di Octoplus, in cui Francesco Paura alterna momenti di autocelebrazione ad altri di pacata, disarmante onestà. Una piccola perla che svetta in un disco comunque omogeneo, dove la coesione tra tutte le tracce sottolinea la grande maturità compositiva.

Come sempre risulta difficile, stabilire quale opera supererà la prova del tempo; ma non c’è dubbio che Slowfood sia un disco che merita il tempo necessario ad ascoltarlo. E come il titolo pare suggerire, è un piatto che va gustato con la giusta calma, per assaporarne ogni sfumatura ma senza perdere la visione d’insieme.

Related Posts

Powered by Calculate Your BMI