Francesco Paura: l’intervista

by • 08/09/2015 • Copertina, IntervisteComments (2)735

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Come si distingue un buon disco da un ottimo disco? Semplice: anche a distanza di qualche mese dalla sua uscita, anche dopo l’ennesimo ascolto, l’ottimo disco resta a livelli di eccellenza e innovatività altissimi. E quello di Francesco Paura, signore e signori, è un ottimo disco, anzi, sicuramente uno dei migliori pubblicati quest’anno. D A R K S W I N G non è il tipo di album che si metabolizza in fretta, e ogni volta che lo metti in play scopri qualcosa di nuovo: una sfumatura, un particolare che non avevi inizialmente notato, una nuova possibile interpretazione di questo o quel passaggio. La cura per il dettaglio è quasi maniacale, sia dal punto di vista dell’estetica che del contenuto, e ci riporta a un’epoca in cui davamo per scontato che uscire con un prodotto ufficiale significasse proprio questo: regalare all’ascoltatore un’esperienza a 360 gradi e non della semplice musica di sottofondo da sentire un paio di volte e poi archiviare per sempre. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Paura per parlare proprio di questo, ma non solo.

Blumi: Il primo singolo, Il ritorno del guaglione, contiene un chiaro omaggio a Neffa. E in una barra dici addirittura “Invidio Neffa spesso perché ha smesso prima della vostra merda”… Lo pensi davvero, e in che misura?

Paura: In realtà le ragioni che stanno dietro a quel pezzo sono molteplici. Innanzitutto sono napoletano, e guaglione è un termine nostro: Neffa, essendo originario di Scafati, lo usa per quello. In effetti sono uno dei pochi che poteva citarlo senza risultare innaturale, per una questione dialettale e territoriale. Guaglione è un termine che noi napoletani usiamo ogni giorno. Quanto alla barra che citi, ovviamente è una provocazione, tant’è che io continuo a fare rap e sono felice di farlo, anzi, spero di non smettere mai. Il pezzo è nato in maniera molto spontanea: una delle prime volte in cui andai a trovare D-Ross in studio, lui mi disse che mi voleva fare un beat. “Volentieri, quando vuoi”, avevo risposto. “Perché non subito, allora?”, fa lui, e mezz’ora dopo il beat era pronto. Mi sono subito messo al lavoro sul testo e nel giro di qualche giorno il pezzo era pronto.

B: Tornando alla domanda precedente, comunque, in questo album tu sei molto critico nei confronti del rap di oggi. Da dove nasce l’esigenza di esternare il tuo parere in maniera così chiara, anche a costo di perdere qualche supporter, magari?

P: Un vero rapper dev’essere tutt’altro che diplomatico, per come la vedo io. Alcune cose mi piacciono, altre no, e non mi faccio problemi a manifestarlo: sempre con modalità mie, però, senza mai scadere nel dissing o nella compilazione di liste nere.

B: Resta il fatto che in questo disco sembri davvero carico a pallettoni, vedi versi come “Posso soltanto mostrarvi i denti/ mi devo prendere ciò che è mio”…

P: La vita va a periodi: ci sono momenti in cui sei più positivo e altri in cui lo sei meno. Non che per me questo sia un periodo negativo, mi sento una persona fortunatissima sotto la maggior parte degli aspetti. Ma sotto l’aspetto musicale sì, mi sento molto agguerrito, credo che sia arrivato il momento di spiegare ai giovani oggi da dove arriva ‘sta roba. Ovvero dal disagio, dalla voglia di riscattarsi e di emergere: volevo tornare alle radici di quello che l’hip hop è stato per me da ragazzino, quando i primi dischi dei Public Enemy mi hanno segnato per sempre.

B: Cosa volevi comunicare con il titolo D A R K S W I N G ?

P: È l’unione di due parole. Dark perché credo sia uno dei dischi più oscuri e crepuscolari che io abbia mai fatto; Swing perché un mio carissimo amico jazzista mi dice sempre che io faccio rap oscillando sul tempo, che è proprio l’essenza dello swing. Anticipare o posticipare leggermente l’entrata sulla battuta è tipico del jazz, ed è un espediente che mi piace molto.

B: La scorsa volta che ti avevamo intervistato avevi detto “Se non capisci lo swing, non ti voglio come mio fan”…

P: Sia Lelio Luttazzi che Duke Ellington, due grandi del jazz, hanno sempre parlato dello swing come di qualcosa che capisci solo se ce l’hai, e se non ce l’hai è inutile spiegartelo. È una cosa da nerd della musica, per così dire, e forse è proprio per questo che mi ci ritrovo così tanto. O forse è solo un modo per auto-giustificarmi del fatto che non ho il pubblico enorme che vorrei : è colpa dei ragazzini italiani che non ce la fanno a capire lo swing … (ride)

B: Tornando alle sonorità del disco, i tuoi riferimenti sono molto alti: personalmente ci ho sentito dentro molto dell’ultimo Kanye West, ma anche molto del primo El-P.

P: Nella mia musica ho sempre cercato di mettere tutto me stesso, in modo da suonare più reale possibile. Per come la vedo io, nell’approccio all’hip hop non devi costruirti un personaggio, devi essere te stesso. E per questo motivo la scelta dei suoni rispecchia al 100% i miei gusti in questo momento: Yeezus l’ho consumato, è un disco che trovo geniale sotto l’aspetto produttivo e di arrangiamento. Di El-P sono un fan della prima ora: il primo singolo dei Company Flow, The fire in which you burn, l’ho sentito appena era uscito, grazie a un mixtape di Iceone, e mi ha subito folgorato. Mi sono messo a cercare tutte le cose che avevano fatto, e ci sono rimasto sotto. E da allora El-P non l’ho più abbandonato, difatti ho adorato anche Run the Jewels. Tra le altre influenze citerei anche Pusha-T, un artista che stimo molto, ma ascolto anche tantissima elettronica, tantissimo blues e un sacco di altri generi, e tutto questo cerco di convogliarlo nella musica che faccio.

B: In effetti la vera novità di D A R K S W I N G , che è anche un po’ il suo paradosso, è che il messaggio è molto attaccato all’hip hop più tradizionale, ma a livello di suoni va da tutt’altra parte. Non hai pensato che potesse essere un po’ spiazzante per gli ascoltatori, sia per quelli abituati al rap che per quelli affezionati ad altri generi?

P: Io sono così. Nell’hip hop ho una mentalità old school: ieri sera ero con Ensi e ridevamo calcolando che io ormai faccio rap da 25 anni, un bel traguardo. Proprio per questo il messaggio che viene veicolato con il mio rap per me deve avere una certa modalità, voglio essere coerente con la mia storia e con il mio percorso. Però amo anche ascoltare cose nuove, essere sempre sul pezzo, e quindi cerco sempre di fare qualcosa di attuale, senza per questo snaturarmi.

B: Ecco, a proposito di old school: Sogno loro a chi è dedicata?

P: A una cerchia di amici che sono stati gli originators della scena campana. Ci sono riferimenti ai miei ex soci dei 13 Bastardi, a Cenzou, a La Famiglia e a tanti altri; verso la metà degli anni ’90 insieme abbiamo contribuito a creare i vari stili del rap napoletano. Insomma, non è dedicata a una singola persona, ogni frase va letta a sé. Quando dico “Mi hai lasciato da solo in questa nazione”, ad esempio, parlo di uno dei miei soci di Ordine del Pariamento che a un certo punto si è trasferito a Londra, lasciandoci qui…

B: Anche in questo disco, come tua abitudine, c’è una commistione tra beatmaking e musicisti veri e propri?

P: Esatto. Ho la fortuna di avere avuto al mio fianco due persone che praticamente sono stati i co-direttori artistici di D A R K S W I N G : Daniele Franzese e D-Ross. Entrambi sono musicisti e arrangiatori, quindi inevitabilmente il loro approccio è quello. Io stesso credo di avere un approccio più simile al loro che a quello da rapper in senso stretto, mi piace mettere insieme diversi musicisti e diverse professionalità e farli interagire. Per me è fondamentale: voglio mettere del mio in ogni aspetto dei miei lavori, dalla produzione ai visual passando per le grafiche. Fortunatamente ho le competenze necessarie per potere seguire le cose a 360°.

B: Il packaging, infatti, l’hai curato personalmente, ed è davvero dettagliatissimo e particolare…

P: Ne parlavo proprio ieri al telefono con Tayone: sono un fottuto perfezionista! Oltretutto nella vita faccio il designer, quindi ci tenevo a tirar fuori qualcosa di particolare per il mio album. Solitamente lavorare per se stessi non è mai facile, è più semplice prendere degli input da una terza persona e reinterpretarli, però sono molto soddisfatto anche dell’aspetto estetico.

B: Tra questi terzi per cui hai lavorato ultimamente come designer ci sono anche nomi enormi, molte tue copertine sono diventate dischi di platino.

P: Ho iniziato a collaborare con le major tramite Rocco Hunt, che considero un fratellino. Sono stato felice perché quando ha firmato con la Sony ha subito detto che avrebbe voluto me come grafico, e da allora continuiamo a lavorare insieme. Per loro ho fatto anche le copertine di altri album, tra cui anche quello di Lorenzo Fragola (il vincitore della scorsa edizione di X Factor, ndr).

B: Un altro brano che colpisce molto è Ma quali idoli, ce lo racconti un po’?

P: Il ricambio generazionale è normale, e gli idoli dei ragazzi di oggi spesso sembrano totalmente antitetici, se li paragoniamo a quelli che avevamo noi alla loro età. È un pezzo critico rispetto alla società e alle aspirazioni dei giovani di oggi – anche se io onestamente mi sento abbastanza giovane, nonostante i miei quasi quarant’anni! Il messaggio è semplice: non fatevi troppe illusioni di bella vita e cose effimere, la realtà è molto diversa da quello che vi immaginate.

B: Allargando il ragionamento: un sacco di giovani rapper oggi cadono nella tentazione di partecipare a un talent show nella speranza di diventare famosi. Ai tempi nostri i talent show non esistevano: siamo sicuri che, se fossero esistiti, non ci saremmo caduti anche noi?

P: I talent show, per come la vedo io, sono semplicemente uno sbocco: una volta le major avevano i talent scout, oggi hanno i talent show. Magari eri un signor nessuno, ma ai tempi c’era comunque la concreta possibilità che un talent scout ti scoprisse mentre suonavi in un localino davanti a 20 persone, si immaginasse un tuo percorso discografico, lo proponesse alla sua etichetta e magari ti facesse esplodere. Oggi è l’esatto contrario: le case discografiche ti aprono le porte solo se sei già un fenomeno. L’unica vera scommessa che sono disposti a fare è sui concorrenti dei talent show, però il 95% delle persone che fuoriescono da quel tipo di meccanismo vengono bruciate in brevissimo tempo. Il talent show è lo specchio di questo periodo storico, insomma, in cui le prospettive future sono bolle di sapone e non sono mai abbastanza legate alla realtà.

B: Cambiando discorso, di recente sei stato a suonare all’Hip Hop Kemp come rappresentante dell’Italia. Che tipo di esperienza è stata?

P: Sicuramente è stata una esperienza bellissima. Il referente italiano del Kemp ha detto che il mio show è stato uno dei migliori, riferendosi agli artisti italiani che si sono esibiti negli anni. Un po’ gli credo perchè in una certa misura sono riuscito a fomentare anche gli stranieri presenti. Ho fatto in modo che rispondessero anche ad un paio di ritornelli miei “in italiano”. Mi è andata bene perché, a parte gli italiani presenti sotto al palco, che ringrazio, dopo di me c’era un artista polacco ed i polacchi sono quelli che si divertono di più al Kemp. Sempre presi bene ed ubriachi. Alcuni hanno voluto addirittura foto ed autografi con me. E’ proprio il caso di citare “If you can’t catch the words / you can still feel the funk”. Poi il giorno dopo il mio live abbiamo fatto baldoria con una super crew di italiani incredibile. Ensi, 2P, Unlimted Struggle e Kaos One che era venuto come reporter in motocicletta. Notte memorabile!

B: Tornando ai vari pezzi, il brano che chiude la tracklist è Il motivo, che contiene una serie di dediche a varie persone che ti hanno ispirato a continuare a fare musica. Tra di loro c’è anche Stefano Cuzzocrea, giornalista venuto a mancare qualche mese fa, a cui hai poi dedicato l’intero disco…

P: La dedica nel brano è antecedente alla sua scomparsa: un anno fa ci siamo incontrati a Roma, era venuto a un mio concerto nonostante avesse il sacchetto della chemio addosso, come dico proprio in quella strofa. A Stefano volevo un gran bene: era una persona eccezionale, di un’apertura mentale non comune. Ci facevamo delle telefonate lunghissime, e anche quando ci trovavamo in disaccordo su qualcosa io restavo sempre incantato da come spiegava la sua opinione. Da lui ho imparato tantissimo, e la mia musica probabilmente non sarebbe la stessa se non l’avessi conosciuto. Ha lasciato un grande vuoto nel cuore di tanti amici, e dedicargli quest’album, che purtroppo non ha fatto in tempo ad ascoltare, è stato un gesto naturale per me.

B: Chiudiamo quest’intervista su una nota più lieta: D A R K S W I N G sarebbe dovuto inizialmente uscire proprio in questi giorni, ma hai anticipato l’uscita a prima dell’estate perché in questo periodo sarai in altre faccende affaccendato, giusto?

P: Esatto! Io e mia moglie aspettiamo una bambina, perciò ho deciso di far uscire il disco in un periodo in cui avevo la mente un po’ più libera e avrei potuto seguire meglio tutto. Sono comunque molto contento del risultato, anche se ho dovuto premere il piede sull’acceleratore!

B: Last but not least: progetti futuri?

P: Aspettatevi alcune novità succulenti riguardo D A R K S W I N G . Poi ho intenzione di mettere giù un progetto con mio fratello e collega romano. Una cosetta. Ma non vi svelo altro. Grazie ed un saluto affettuoso a redazione e lettori.

 

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