Francesco Paura – Dark Swing

by • 18/05/2015 • Copertina, RecensioniComments (0)1727

DarkSwing
Avevamo lasciato Francesco Paura con Slow Food, un ottimo disco che segnava un ritorno solista dell’MC napoletano dopo l’avventura con i Videomind. E anche dal 2013, va detto, di cose ne sono cambiate: nonostante Paura sia un classe ’76 (come ricordato nel singolo di lancio del disco, Il ritorno del guaglione), in questi due anni non ha smesso di rinnovarsi, tornando con un prodotto che vanta una grande continuità con il predecessore ma allo stesso tempo un’identità marcatissima, molto più oscura.

Se anche in Slow Food, infatti, erano già presenti pezzi malinconici (come Drive), questi venivano compensati da altri più scanzonati (Priorità, 999 Hit Combo). Il rap di Paura è sempre genuino e fatto come Dio comanda, tanto che anche nei momenti forse un po’ troppo autoreferenziali la qualità della scrittura compensa sempre, contribuendo a mantenere l’ascolto piacevole.

Il mood funereo che avvolge Dark Swing gli fornisce una compattezza che Slow Food obiettivamente non aveva, tanto che lo stesso Paura si è spinto a definirlo un concept album. Il concept, se davvero può essere definito tale, ruota ovviamente attorno alla vita di Francesco, al suo oscillare (da cui il titolo del disco) tra i momenti di felicità e consapevolezza e quelli di profonda malinconia.

Oscillare, come lo swing del titolo che indica anche il marchio di fabbrica del rap di Paura: la capacità di non andare perfettamente sul tempo ma chiudere le rime un attimo prima o un attimo dopo, senza risultare impreciso tecnicamente, un’applicazione di concetti jazz all’arte del rap.

La tracklist è davvero priva di veri e proprio punti morti e anzi tiene una qualità media elevatissima, ma dovendo proprio indicare qualche pezzo che svetta sceglierei:
Un mondo difficile Pt. 2: continuazione di un pezzo con Danno presente in Octoplus (prima prova solista di Paura), con atmosfera distopica alla Artificial Kid e un rap dilaniante nella sua lucida analisi della società odierna (“E poi mi dicono di credere nella speranza / Che il male è non avere fede, mica l’ignoranza”).
Sogno loro, un back in the days senza retorica ma con tanti momenti commoventi, che raccontano rapporti personali e attraverso il loro srotolarsi rivivono la storia del rap napoletano fin dagli albori, il tutto su una produzione di Fid Mella che fa venire le lacrime agli occhi.
Overdrive, prosecuzione ideale di Drive (contenuta, come detto, nel disco precedente) dove il viaggio introspettivo e pieno di dubbi arriva, infine, a una svolta positiva: l’evento che cambia la prospettiva di Paura, la gioia che spazza via ogni conforto, è l’arrivo di un figlio, che FP e sua moglie hanno annunciato di aspettare (“Ho una donna che mi sta aspettando / Nei suoi occhi vedo già mio figlio”).

Volendo riassumere Dark Swing in poche parole si potrebbe mettere l’accento sulla continua ricerca musicale unita a un rap granitico, con poche concessioni. Ma l’obiezione che si potrebbe sollevare, molto legittima per chi scrive, è la seguente: dove sta l’evoluzione? In Italia vediamo uscire tanti buoni dischi rap che però raramente “spostano” in termini di orizzonti musicali, tematici, tecnici, di immaginario, eccetera; come se i rapper italiani fossero più intrappolati dal loro genere che esaltati dalle sue potenzialità.

È anche vero che siamo comunque di fronte a un disco solido, magari non rivoluzionario ma ugualmente di valore. Un po’ il simbolo di un approccio sempre più condiviso in un certo zoccolo del rap italiano: quello del “pochi ma buoni” per cui si preferisce scrivere canzoni rivolte alle persone che possono apprezzarle, senza inseguire l’approvazione delle grandi platee o il plauso di una critica che spesso non sembra nemmeno avere gli strumenti e la volontà di parlare compiutamente di rap.

Ma lungi da me definire Dark Swing un disco conservativo. Ce ne fossero, di artisti che mettono in dubbio le proprie certezze come ha fatto Francesco Paura in ogni momento della sua carriera; magari non staremmo più a parlare di dischi “solo buoni”.

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