Fab 5 Freddy: l’intervista

by • 15/06/2016 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Fab 5 Freddy: l’intervista405

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Termini come pioniere, leggenda, padre fondatore della cultura urban a volte sono sprecati e a volte invece calzano perfettamente: e qui, ovviamente, si tratta del secondo caso. Fab 5 Freddy ha fatto la storia dell’hip hop, prima come writer – ha iniziato a fine anni ’70 con i Fabulous 5 – e poi con la sua attività di visual artist a tutto tondo. Ha curato la mostra Futura 2000 (la prima esposizione importante di Jean Michel Basquiat, Rammellzee e Keith Haring), recitato in film di culto come Wild Style (accanto all’amico di sempre Lee Quinones, anche lui parte dei Fabulous 5), è stato il primo presentatore di Yo! Mtv Raps, il regista di centinaia di videoclip tra cui One Love di Nas, ha firmato Change the beat che tuttora è una delle più seminali hit old school… Ma in tutto questo non ha mai smesso di dipingere. E in questi giorni sbarca a Milano con una mostra da non perdere, dal titolo Return to Burn, che resterà visitabile ancora per due settimane (dettagli qui). Impossibile per noi non cogliere la palla al balzo e scambiare quattro chiacchiere con lui durante l’inaugurazione.

(L’intervista è stata realizzata da Calamity Jade in collaborazione con Marta Blumi Tripodi).

Perché sei diventato writer, come ti sei avvicinato all’arte dei graffiti?

Era tanto tempo fa, non faccio graffiti da oltre 30 anni, ora faccio solo tele. Ero solo un ragazzino matto che voleva scrivere il suo nome su un muro. Inizia sempre come un atto di vandalismo, vuoi apparire e cerchi di diventare noto, popolare. La parte artistica è venuta dopo, intorno al 1978-79. Da puro vandalismo si è sviluppato il desiderio di fare arte, è stata una totale evoluzione, di stile, di tecnica, ma allo stesso tempo una progressione del tutto naturale, come si passa dall’essere bambino a teenager, ad adulto.

Tu e Lee siete amici da una vita, puoi svelarci qualcosa di lui che non hai mai detto in un’intervista?

Non parlo molto di Lee, però posso dirvi che si è sposato proprio qualche giorno fa a New York e che sono stato al suo matrimonio. Mi ha anche scritto un bellissimo sms oggi per congratularsi con me di questa esibizione. Siamo molto vicini, siamo compagni nella lotta quotidiana, abbiamo unito le forze per promuovere l’arte di strada e la gente di strada che si approccia all’arte.

Il noto artista Italiano Blu ha di recente cancellato molte sue opere dai muri di Bologna per protestare contro un’esibizione organizzata dal municipio, che aveva prelevato alcuni suoi pezzi per “preservarli per sempre” in un museo. Secondo Blu la street art appartiene al pubblico e nessuno dovrebbe pagare un biglietto per vederla. Sei d’accordo?

La bellezza di essere un artista è che sei libero di fare tutto quello che vuoi. E’ l’artista che crea le regole, non i musei o il municipio. Non c’è un organo competente che può dirti cosa puoi o non puoi fare, nella street art come in altre correnti artistiche. In questo caso particolare penso che Blu sia libero di fare della sua arte quello che vuole e che lo renda felice. Devo però aggiungere che non mi è piaciuto molto il murales che Blu ha fatto al MOCA (Museum of Contemporary Art) di Los Angeles per la mostra sui graffiti Art In The Streets, a cui ho partecipato anche io. Credo che abbia messo Jeffrey Deitch in una posizione scomoda e poteva evitarlo, ma è solo la mia opinione. [NdR: Blu aveva disegnato una serie di bare drappeggiati da biglietti da un dollaro per esprimere il suo sentimento anti-guerra, ma Deitch, il direttore del museo, ha dovuto rimuovere il pezzo considerandolo inappropriato dato che il muro del museo era di fronte all’ospedale di veterani LA Veterans Hospital e al monumento in onore dei soldati Americani e Giapponesi che lottarono nel Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale].

Il tuo nome è ormai indissolubilmente legato ad Yo! MTV Raps, c’è un video hip hop a cui sei particolarmente affezionato?

Io ho diretto circa 70 video musicali in quel periodo, che poi tra l’altro sono andati tutti in onda sullo show, e sono attaccato ad ognuno di quei video perché li ho fatti io. Non riesco a sceglierne uno, è impossibile tracciare un limite così stretto, però di sicuro ce ne sono un paio che amo particolarmente. Vale la pena menzionare il primo che ho fatto, cioè il video di My Philosophy di KRS-One. Quello è stato l’inizio per me in termini di regia di videoclip, e quindi è di particolare importanza. Da lì ne sono arrivati tanti altri connessi a tante belle storie e ricordi di quel periodo.

Graffiti, music video, tele: c’è un filo conduttore che accomuna tutte queste discipline in cui ti sei espresso?

Sì, perché sono sempre io che creo e quindi tutto proviene dalla stessa fonte creativa. Filmare è un’arte a cui sono molto legato, ho imparato a fare film mentre giravo il primo video dedicato all’hip hop, Wildstyle: quello è stato la mia scuola di regia. Poi però sentivo la necessità di esplorare altre strade creative, e quindi ho iniziato a fare music video. Poi sono diventato il presentatore di un programma dedicato ai music video, Yo! MTV Raps appunto, cosa che non avevo per nulla pianificato. Anzi, potresti dire che c’era pure un conflitto d’interessi in realtà, ma ai quei tempi è successo tutto in maniera molto naturale e alla fine ha funzionato.

Qual è la tua posizione nell’annosa diatriba tra vecchia e nuova scuola, tra quello che è vero hip hop rispetto alla sua commercializzazione?

E’ una questione molto complessa, e secondo me dipende dall’interpretazione personale. Non ci sono delle regole che definiscano quello che è o che non è vero hip hop. Se sei informato sull’hip hop e sulle sue origini è facile tracciare una linea di demarcazione tra la musica più nuova rispetto alle fondamenta su cui si basa, musicalmente parlando. Molto di quello che fanno i rapper del sud degli USA, per esempio, secondo me non è tanto hip hop quanto “rap soul”, come lo chiamo io, perché le loro sono sonorità più soul, che io personalmente connetto al blues, che è l’origine di tutta la musica americana. Secondo me la musica, come ogni forma d’arte e d’espressione, si evolve. Le etichette sono state originalmente inventate per posizionare un disco all’interno del negozio di dischi. Ora che i negozi fisici di dischi non esistono più i nomi a volte non riescono a contenere la musica che vorrebbero descrivere. Però i veri artisti, e sottolineo veri, sfuggono alle categorizzazioni.

Anche tu sfuggi alle categorizzazioni quindi? Ti sta stretta l’etichetta “street artist”?

(ride, ndr) Io non cerco di definirmi, ma sicuramente se provi a mettermi in una bella scatola quadrata non ci sto molto comodamente. Detto questo, faccio sicuramente parte del movimento della street art, ma cosa questo comporti nello specifico, a livello stilistico, è aperto ad interpretazione.

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