Ernia: l’intervista

by • 18/12/2017 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Ernia: l’intervista60

Tra i diversi giovani nomi che costellano la new wave italiana, alcuni sono riusciti a distinguersi dalle tante, forse troppo similitudini stilistiche che attagliano diversi tra i loro colleghi. Tra queste mosche bianche, Ernia rappresenta sicuramente uno dei nomi più intriganti. Molti lo ricordano per il progetto Troupe D’Elite e la vera e propria crocifissione mediatica di cui il gruppo fu protagonista; crocifissione di dimensioni tali che anche agli inizi di questa nuova fase della sua carriera musicale, il giovane artista si è trovato di nuovo ad affrontare critiche legate a quel periodo. Un duro lavoro in studio, la capacità di non cadere in provocazioni futili e soprattutto una penna di caratura assoluta gli hanno però permesso di smentire anche i detrattori più feroci: l’usignolo Ernia è risorto dalle ceneri come un’araba fenice, e in questa lunga chiacchierata mi ha raccontato molto. Si parla ovviamente di Come Uccidere Un Usignolo/67, il suo doppio album uscito recentemente; ma anche della scena rap e del suo rapporto con la società italiana, del suo processo creativo e del tour imminente. In fondo all’intervista troverete infatti tutte le prossime date in giro per lo stivale del rapper.

Riccardo: CUUU/67 si presenta come un progetto complicato da portare dal vivo – diversi brani non sembrano essere nati per una situazione concitata come il live. Hai studiato qualche soluzione particolare per l’imminente tour?

Ernia: Hai ragione, infatti ovviamente non faremo live tutte le tracce. Quelli che vengono richieste di più, diciamo le hit, verranno sicuramente fatte. Poi abbiamo deciso di portare dal vivo le nostre tracce preferite, quelle che piacciono più a me e a Marz, anche se magari non sono andate tantissimo, a livello numerico. Abbiamo cercato di rendere il tutto più semplice, cercando al contempo di portare anche qualche traccia un po’ “meno da live”.

 

R.: Oltre a creare una scaletta ad hoc, avete realizzato per l’occasione qualche riarrangiamento delle produzioni?

E.: Quello no, anche perché, nonostante l’età media del mio pubblico sia piuttosto variegata, non penso che tutti capirebbero. Il più grande riuscirebbe a capire il riarrangiamento, il cambiare la base, ma anche solo portare sul palco delle batterie vere. Il più grande lo capisce, ma il più piccolo forse non riuscirebbe ad arrivarci, non apprezzerebbe la scelta artistica. Per questo tour abbiamo quindi preferito non intraprendere questo tipo di strada.

 

R.: Una scelta per non spiazzare il pubblico insomma…

E.: Esatto, proprio perché spesso alcuni sono proprio giovanissimi, ci siamo detti “andiamo sul sicuro, poi ci pensiamo a fare qualcosa di un po’ più elaborato”.

 

R.: Passiamo ora a parlare del disco in sé: ascoltando Come Uccidere Un Usignolo/67 ci troviamo di fronte ad un Ernia in versione Dr.Jackyll & Mr.Hyde: grande arroganza si alterna ad estrema sensibilità. L’equilibrio tra queste due componenti è necessario solo ai fini musicali o anche a te come persona?

E.: Penso che tutti all’interno di noi abbiamo queste due componenti. Una parte più arrogante, anzi direi più forte, più determinata, più cazzuta insomma; allo stesso tempo però abbiamo anche una parte più sensibile, più fragile, più intima… Non saprei come descrivertela in realtà. Quindi si tratta solo di momenti: domattina magari mi sveglio cazzuto, scriverò un pezzo cazzuto. Un altro giorno invece magari farò un pezzo più personale; cerco di rispecchiare quelli che sono i miei stati d’animo nel momento in cui scrivo. Se non sono in vena di scrivere un pezzo arrogante, non lo scrivo e basta. Dev’essere tutto naturale, le cose troppo costruite – che possono anche sembrare il pezzo della vita sul momento – vengono sentite in maniera diversa, la gente non risponde. Il risultato non è bello come quello di un brano “reale”.

R.: Visto che si tratta di qualcosa di naturale, quanto è difficile raggiungere questo equilibrio?

E.: A livello artistico è assolutamente naturale, semplicemente esce. Anche per il disco futuro, tutto sarà in base a come i pezzi verranno fuori da me, in maniera spontanea. A livello umano direi che è la stessa cosa, perché proprio come ti ho detto prima, tutti abbiamo Dr.Jackyll & Mr.Hyde al nostro interno; non si tratta di qualcosa di studiato e costruito. Trovo anzi più artificiale chi va dritto sempre e alla fine è monocorde, monotematico, monosentimento. Quello è artificiale, non può esser vero: non puoi uscire tutti i giorni di casa pensando di fare quello che vuoi, saresti un pazzo. Se esci di casa sempre arrogante, carico, incattivito… Sei pazzo, hai dei problemi (ride, ndr).

 

R.: Nei tuoi brani spesso troviamo una cinica analisi della società e dell’italiano medio – Ego, QT, La ballata di Mario Rossi – sei davvero così pessimista? Non vedi vie d’uscita da questa spirale di mediocrità che ci attanaglia?

E.: Guarda, pessimista… Oddio, io mi ritengo realista (ride, ndr). Io non vedo solo il male, tuttavia ci sono dei gap culturali tra l’Italia, tra gli italiani e il resto d’Europa, che sono proprio pesanti, profondi sotto alcuni punti di vista. Io lo vedo dal punto di vista del rap, del pubblico del rap: il modo in cui il rap viene inteso in Italia per me è una bellissima lente d’ingrandimento sulla società in generale. Per parlare di qualcosa devi essere un over 50, un over 45, perché altrimenti non ti viene dato credito. In Italia è tutto così, tutto vecchio, tutto fermo; questo porta, soprattutto per noi – ne ho parlato in alcuni pezzi – alla necessità di andare via. All’estero è il contrario: il momento, la moda, la musica la fanno i giovani. Non si ascolta quello che dice il cinquantenne, questo lo ritroviamo poi anche sul lavoro: ne La ballata di Mario Rossi parlo di lavorare per qualcun altro, perché in Italia un giovane con le giuste capacità prende e deve star sotto ad un cinquantenne che è lì, magari anche senza le giuste capacità. Le prendi, in Italia devi prendere i coppini (ride, ndr); non sai neanche se poi un giorno sarai tu quel cinquantenne, non sai neanche se prendere quei coppini sarà utile. È una generazione di “magna magna” quella dei nostri genitori, ha mangiato e non vuole lasciare spazio a tavola per noi. Anche nel rap è così.

 

R.: La rivalsa personale è grande protagonista del disco: il doppio album è infatti pregno dei tuoi trascorsi e del modo in cui hai smentito ciò che si diceva di te. Più che desiderio di vendetta però mi sembra di trovarmi di fronte al carburante che ti ha aiutato ad evolverti. C’è qualcosa di quel periodo che ti è rimasto addosso e ti ha aiutato a diventare quello che sei ora?

E.: Intendi il periodo del fallimento musicale? Quello come Troupe D’Elite insomma; mmm, qualcosa che mi rimane ancora… Beh sai, forse qualcosa c’è, però non riesco ad individuarla con precisione. Ecco, forse a ripensarci, la cosa che mi è rimasta è il modo di rapportarmi coi social, sempre a cazzo duro (ride, ndr). Quel modo di fare per cui se tu scrivi una boiata sui miei social, io ti rispondo e ti sfondo. Se scrivi una roba che non sta né in cielo né in terra su Instagram, solo perché quella mattina magari ti sei svegliato sentendoti Cristo sceso in terra, io ti rispondo per le rime. Poi lo sai, litigare con i social è una roba umana, una sorta di mio scudo – ho preso i coppini, ora non li prendo più. Stai tranquillo che se mi scrivi se sono un coglione, verrai blastato clamorosamente.

 

R.: Scuola Mentana insomma…

E.: Esattamente (ride, ndr)! Sui social tutti pensano di poter arrivare e dire la propria. Non fai rap, hai iniziato ad ascoltarlo da tre anni, eppure arrivi e dici “quello è un coglione”; no, non funziona così. Riprendo un po’ la domanda di prima, quello sulle critiche alla società: è come quella roba diffusasi ultimamente di gente che non sa un cazzo di medicina, però si sveglia la mattina e boh, inizia a distribuire lezioni su come curarsi. Non va proprio così, perlomeno non dovrebbe (ride, ndr). I social sono questa cosa qua, tutti hanno il diritto di dire quello che pensano. Non è però così, mica è vero che tutti hanno il diritto di dire ciò che pensano; non è questa la libertà di parola, non è questa la libertà di espressione. Non è che una mattina tu ti svegli e puoi dire qualunque cosa ti passa per il cervello; devi dosare, nel mondo reale si dosa, devi dosare anche sui social. Diciamo che qui approfondisco la risposta riguardo al mio realismo sulla società. Questa nuova presunta democrazia, la democrazia digitale di cui tutti parlano, portata all’estremo è diventata una boiata – questo ovviamente a parer mio eh…

 

R.: Diciamo che il punto non sta tanto sul mezzo, quanto sull’uso che se ne fa.

E.: Hanno aperto le gabbie, hanno aperto le gabbie al nostro cervello e alla parte più recondita e bassa di quest’ultimo. Questo hanno fatto i social e internet. Parlo in prima persona plurale perché sai, a volte non me ne accorgo ma anche io potrei formulare un qualcosa di sbagliato. Sono coinvolto anch’io in questo fenomeno, tutti lo siamo; c’è però chi cerca di stare attento a non digitare tutto quello che gli passa per la testa, e chi invece non ha filtri alle boiate che pensa (ride, ndr).

R.: Qualcosa di quel periodo passato che mi è sembrato di notare si sia rivelata utile – riallacciandomi alla domanda di prima – è l’avere alle spalle più gavetta sui palchi. Si nota infatti la differenza nel modo in cui tu gestisci il palco, rispetto magari ad altri artisti appartenenti a questa new wave del rap italiano. Secondo me ti ha aiutato a riadattarti meglio al palco, è così?

E.: Beh sì, ma non solo il periodo con la Troupe D’Elite, anche quello antecedente. Io in realtà ho iniziato a rappare a 14 anni, anzi 12 se consideriamo il freestyle, due anni dopo invece a scrivere testi. Sai, a quei tempi ti intrufolavi, pregavi di andare a fare qualche serata dove ti esibivi per le sedie (ride, ndr); eravamo quattro o cinque gruppi emergenti che si portavano dietro gli amici, quindi cantavi per 20-30 persone, ma non te ne fregava neanche un cazzo. I presenti facevano casino per i propri amici, poi per il resto beh, a pochi fregava (sorride, ndr). Tutto ciò però mi è servito. Ad oggi, quando salgo sul palco, se ci sono 100 persone sotto vuol dire che la serata è andata male – a me però non interessa, io devo salire e cantare. Noto che tanti miei colleghi magari dicono “no, è andata male, sarei preso male su palco” e quindi magari non suonano. Per quanto mi riguarda, siete due sotto il palco? Suoniamo sui barili? Io suono per voi due sui barili, mi comporto come se fossi all’Home Festival o al più grosso festival che ospita il rap. Quelle due persone sotto il palco hanno pagato per vedermi, quindi io salgo, così dev’essere. Sai, a volte si dice sui social “eh, quella serata ha floppato, che coglione il tipo”, perché la sconfitta viene sempre vista in maniera negativa. In realtà, quando vedo artisti salire con sole 20 persone sotto il palco, e magari si tratta anche di artisti di livello… Beh, tanto di cappello, hai avuto due coglioni quadri a salire sul palco! Ovviamente sono sincero: il 23 dicembre ho una data a Potenza – tanto per usarla come esempio – se a quella data si presentano solo 20 persone, è ovvio che io son preso male. Cioè, sono nel backstage e penso “cazzo, è andata male, son porche persone” – le cose stanno andando bene ultimamente, è ovvio che se una serata va male mi pongo dei dubbi, magari penso che abbiamo organizzato una data che non andava organizzata. Anche perché poi sui social scriveranno “Ernia ha fatto solo 20 persone, ormai sta già andando male” e cose simili; nonostante questo però, io il mio lavoro lo faccio, io devo suonare, salgo sul palco, sticazzi. E questo perché in passato – soprattutto in quel passato di cui parlavamo prima – l’ho già fatto. Quindi i coglioni sono stati tirati fuori, umanamente e artisticamente (ride, ndr).

 

R.: A giudicare dagli intermezzi parlati del brano Come Uccidere Un Usignolo, l’usignolo del titolo sembrerebbe essere l’incarnazione del tuo passato musicale e personale. È davvero così? Cosa si cela dietro a questa metafora?

E.: Il titolo è una citazione ad Harper Lee, al suo romanzo How to kill a mockingbird, il italiano tradotto come Il buio oltre la siepe. C’è un passaggio nel libro, dal quale viene appunto tratto il titolo originale, nel quale l’uccisione di un bracciante nero – assolutamente gratuita e per puro divertimento – viene paragonata allo sparare agli uccellini, per puro diletto, cattiveria gratuita. Quello della cattiveria gratuita è infatti un elemento ricorrente nella letteratura, si ripete tantissimo, specialmente quella dell’uomo verso gli animali. Ho metaforizzato quindi nostra esperienza – la mia, quella di Maite, quella di Ghali – in questo titolo. Noi alla fine non facevamo male a nessuno, perché crocifiggerci sul web? Che senso aveva? È un po’ il discorso che facevamo prima, ti svegli la mattina e scrivi su YouTube, nonostante tu non ne sappia un cazzo; perché parliamoci chiaro, sta gente ascolta il genere da 3 anni in media, quindi che minchia ne sanno fondamentalmente? Però si svegliano e si lasciano trasportare: se un ragazzino apre il pezzo e magari gli piace, se vede che ci sono però 100 commenti negativi, ne scriverà uno negativo anche lui. YouTube, internet sono sia croce che delizia, hanno dei pro e dei contro, questo è indubbiamente un contro: dare parola a chi non ne capisce un cazzo, a chi non ha neanche sviluppato un gusto musicale. Spotify invece è molto più interessante, sai perché? Perché non c’è il commento, tu non puoi commentare. Ti piace, te lo ascolti. Non c’è l’interazione, non puoi dire la tua; noi abbiamo pagato un po’ di essere usciti proprio nell’era YouTube. Sono dell’idea che quest’era sia prossima a finire, anzi sta già finendo, come all’estero.

 

R.: Beh negli Stati Uniti è finita molto tempo fa in effetti…

E.: Esattamente! Sai a volte si dice “eh ma in America avranno altri canali di distribuzione” – e certo, ovvio che ce li hanno. Cazzo, in America se un video fa 5,10 milioni di visualizzazioni è una hit capito – in Italia invece c’è solo YouTube, quindi il ragazzino apre e pensa “oddio, ha solo un milione, non è tanto ascoltato, non va tanto” e sta cosa gli cancella il cervello. Annulla il suo senso critico, annulla tutto, anche se il pezzo gli piace, non vuole collegarsi a qualcosa di nicchia – vuole stare nella massa, nel gruppo – mentre la persona più adulta se ne sbatte i coglioni. Io apro un video su YouTube, vedo qualcosa che mi piace di brutto, penso “sto qui è fenomenale, perché ha così poche views, qualcosa dev’essere andato storto” – ma soprattutto lo ascolto e me ne sbatto i coglioni delle visualizzazioni. Dopo i vent’anni avviene questo, non so, processo; il problema è che il pubblico del rap in Italia tendenzialmente è nella maggior parte al di sotto dei diciotto (ride, ndr). La figata di Spotify quindi è proprio quella di formarti uno spirito critico: prendo un mio pezzo come esempio, mi viene in mente Feeling. Su YouTube ha circa 600.000 ascolti, su Spotify circa il triplo. Significa che il pezzo era forte; magari avrò sbagliato qualcosa nella promo o nel video – che secondo me è molto bello – però visti i risultati, un errore di questo tipo porta il ragazzino a non ascoltare neanche più il pezzo su YouTube. Sempre tornando al discorso di prima, alla democrazia digitale e all’apertura delle gabbie, YouTube è pericolosissimo in quel senso (ride, ndr); per fortuna la sua era sta finendo. Noi siamo usciti con la Troupe D’Elite in piena era YouTube, però non nel momento in cui si faceva il picco assoluto di views, non era quel momento. Abbiamo però comunque pagato questa cosa dell’alzarsi la mattina e dire la propria su internet, anche senza sapere nulla a riguardo. Io non è che la mattina mi alzo e vado da un architetto a dirgli “il tuo palazzo fa cagare”; non ne so niente. Se quel palazzo lì mi fa schifo, non vado ad abitarci, semplice no? Quindi se quella canzone mi fa schifo, non l’ascolterò più, non guarderò più il video, non aprirò più il canale.

 

R.: Torniamo per un secondo a qualcosa a cui abbiamo fatto cenno prima, l’autocelebrazione. Nel tuo caso riesce indubbiamente ad essere al contempo raffinata e molto arrogante. Spesso però finisce per mettere in secondo piano i versi (o gli skit, come SPLEEN) nei quali metti a nudo insicurezze lontane dai soliti cliché da rapper. Dove finisce Ernia e inizia Matteo nelle tue canzoni?

E.: Mi fai una domanda difficile eh (ride, ndr)… Direi che le due parti convivono, no? Sicuramente ci sono pezzi, come Disgusting magari, dove Ernia è molto presente, anzi direi che lì c’è solo Ernia fondamentalmente. Anzi, Matteo appare quando dico “ti è piaciuto balli Despacito / guardi la tv ingoi con l’imbuto / dopo su Youtube esigi gli argomenti in tutti i pezzi sei un rincoglionito”. La critica è più un elemento di Matteo, ad esempio anche in Gotham dico “ma m’indigno solo se ci sta qualcuno all’angolo rotture” – sì, quello è sicuramente Matteo, Ernia è molto più arrogante, più all’interno dell’egotrip, del viaggio su se stesso (ride, ndr)

 

R.: A livello soprattutto d’immaginario – ma anche di sonorità – appari molto lontano dai tuoi colleghi di questa new wave italiana. Cerchi una completezza lirica nei testi che altri non raggiungono, senza semplificare in maniera elementare la delivery. Una scelta forse “contromercato”, ma allo stesso tempo una forte rivendicazione artistica: come vivi questo tuo essere un unicum sulla scena?

E.: Dipende dalle situazioni, ho un umore abbastanza altalenante, a volte mi sento la pecora nera, altre la mosca bianca, ma generalmente non me ne rendo troppo conto, non ci faccio caso: scrivere mi esce spontaneo, non ho studiato un metodo per essere diverso, è la mia forma naturale

R.: L’intero lavoro è composto da beat molto particolari, distanti dal classico boom bap ma anche dalla sonorità che vanno per la maggiore ora, da giri di chitarre inusuali a loop che ricordano il sitar indiano e altro ancora. Come si sviluppa il tuo processo creativo? Scegli i beat dopo aver scritto o viceversa?

E.: Ci sono dei beat che mi vengono mandati da Marz e altri artisti, principalmente Marz, il mio produttore di riferimento, con cui collaboro di solito. Ci sono delle produzioni su cui inizio quindi a scrivere, di solito si tratta proprio dei beat sui quali effettivamente nasce il progetto. Scrivo questi pezzi su beat anche sconnessi tra di loro, poi vado a “riempire” con quello che secondo me starebbe bene nel progetto a fianco a quei pezzi. Ci sono poi canzoni che vado effettivamente a ricercare, ad esempio Noia era proprio un pezzo che volevo assolutamente fare. I primi che ho realizzato di 67 sono stati Pas Ta Fete ed Ego, poi mi sono detto “qui ci vuole qualcosa di più soft” e allora ho scritto Lei No e Tradimento insieme. Ho voluto quindi riequilibrare la cosa inserendo qualcosa di personale ma che non fosse sul tema dell’amore come le precedenti due; così sono nati Noia e Spleen. Disgusting è stato l’ultimo in ordine di tempo: guardando il progetto ho sentito il bisogno di un altro pezzo arrogante (ride, ndr). Sostanzialmente di solito i primi pezzi nascono sui beat che mi vengono mandati, poi magari vado a cercare qualcosa io – con piccoli riferimenti, con dei suoni in testa… Vado da Marz fondamentalmente e gli dico “bro, dobbiamo fare una roba in questa maniera, di questo colore” – comunico con lui a colori.

 

R.: Allora probabilmente sei tu il rapper di cui si parlava in un’intervista a Rolling Stone, dicendo che ci sono dei rapper che parlano a colori.

E.: Probabile (ride, ndr)!

 

Prossime date del Come Uccidere Un Usignolo/67 Tour:

DICEMBRE:
23 dicembre – Potenza – Nashira
29 dicembre – Firenze – Space club

GENNAIO:
6 gennaio – Vicenza – Nu club
26 gennaio – Genova – Crazy Bull
27 gennaio – Desio (MI) – Movie Club

FEBBRAIO:
3 Febbraio – Salice Terme – Club House
10 Febbraio – Viterbo – Encore Festival
15 Febbraio – Milano – Gate club
17 Febbraio – Piacenza – Avila
20 Febbraio – Campobasso – Invidia Club

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