La carriera di Ernia è a bordo della 68 – dalla periferia al centro del rap italiano

by • 07/09/2018 • Copertina, RecensioniCommenti disabilitati su La carriera di Ernia è a bordo della 68 – dalla periferia al centro del rap italiano353

68 è l’autobus che porta da Bonola a Via Bergognone, quindi quasi dall’estrema periferia ad una zona più centrale di Milano”: esordisce così Ernia, nella conferenza dedicata alla presentazione di 68, il suo nuovo album, fuori per Island Records & Universal Music Italia. Il titolo non cela però solo un riferimento autobiografico legato agli anni della sua adolescenza nel capoluogo meneghino; Ernia afferma che si tratta di una metafora “un po’ del mio percorso nell’ultimo anno, passare dall’essere un emergente ad uno dei giovani meglio considerati, perlomeno per quanto riguarda l’ambiente rap; vediamo se salendo su questa 68 io andrò in centro o tornerò a casa con la coda tra le gambe”.

Nelle sue parole convivono sicurezza e incertezza, la consapevolezza delle proprie capacità e l’insicurezza legata ai gusti del pubblico, la pressione dovuta ai riconoscimenti ottenuti da 67/CUUU – il suo progetto precedente, certificato disco d’oro – e la certezza di aver realizzato un prodotto migliore, più maturo, più ricercato. Timori che si manifestano apertamente in La Paura, traccia che chiude la tracklist ma che in realtà può anche inaugurarla, se si ascolta il disco al contrario – “il motivo per cui Tosse (La fine) e Sigarette (L’inizio) sono poste così nella tracklist è perché, ascoltandole al contrario, dal basso, descrivono lo sviluppo di una relazione che mi ha accompagnato nell’ultimo anno”. Una trovata particolare, d’impatto, che ricorda quella adottata da un altro rapper, nello specifico un colosso d’oltreoceano – qualcuno si ricorda di DAMN. e Kendrick Lamar? “Quello che fanno Kendrick Lamar e J. Cole in USA è una cosa che in Europa ha fatto Damso, un rapper belga, ossia rendere cool il rapper conscious – rendere figo il fatto di trasmettere qualcosa”. In Italia è stata sempre una sfida ostica, Ernia lo sa bene, anzi ne è fin troppo consapevole a tratti – “DAMN. era primo in tutte le classifiche del mondo, tranne in Italia, che sappiamo essere una cosa a parte (ride)” -, però la cosa non lo spaventa, non lo annichilisce, anzi sembra quasi stuzzicarlo: che sia in brani più leggeri e arroganti come No Pussy, in slanci autocelebrativi come QQQ o in storytelling emotivi quali Un Pazzo, il giovane rapper cerca sempre di lasciar trasparire qualcosa, di invogliare l’ascoltatore ad approfondire, ad uscire dalla sua comfort zone fatta di ascolti pigri e privi di stimoli, senza timore di spiazzarlo. Non si tratta di rap politico o di rap strettamente sociale: Ernia cerca di spingere l’ascoltatore a mettersi in gioco, a confrontarsi con ciò che gli viene proposto, sfruttandolo come un punto di partenza per poi crearsi una propria opinione o un proprio bagaglio culturale. Attenti però ad attribuirgli direttamente un ruolo di educatore o di insegnante: “Questi ruolo non spetta a noi, io posso fare qualcosa tramite le citazioni, ma questo ruolo non spetta a me. Sono giornalisti, radio e televisioni a fare da mediatori culturali, a spiegare la cultura”. La piena consapevolezza delle proprie “responsabilità, se così le vogliamo chiamare, permette quindi ad Ernia di non porsi paletti a livello lirico, rendendo 68 un disco eclettico, che spazia dall’esagerazione di No Pussy – “eh sì, il brano parla proprio di quello, letteralmente”, afferma ridendo durante la conferenza – fino alla sensibile introspezione di La Paura, nella quale mette completamente a nudo se stesso e le proprie ansie, delle quali parla anche in Paranoia Mia.

Il disco si conferma eclettico anche dal punto di vista delle produzioni, grazie all’ottimo lavoro svolto dal team di producer composto da Marz (autore della maggior parte dei beat), Zef, Shablo e il giovane Luke Giordano. Al suo interno trovano spazio moltissime sfumature diverse della black music, che Ernia ha più volte ribadito essere il genere musicale con il quale è cresciuto – in tutte le sfumature possibili. Dal funk riproposto nella title track – “qualcuno già della mia età capisce sto pezzo, nel 2005 vedevamo i Flaminio Maphia che riproponevano il funk a Top Of The Pops, era il massimo” – a Simba, singolo che suona come le hit che riempivano i club statunitensi intorno al 2005 – “come struttura è un pezzo club dei 2000, in USA è una formula sentita e risentita, in Italia il concetto di fare una canzone per andare nei club e far ballare la gente non si è mai capito”. Se la prima parte del disco si contraddistingue per una natura più luminosa, legata a strumentali più aperte, dalle atmosfere più leggere, la seconda vira invece verso sfumature più cupe, a tratti malinconiche – a riconferma della natura a due facce del progetto, indissolubilmente legata alle diverse sensazioni provate da Ernia durante la sua realizzazione.

Se è vero che esordire è decisamente più semplice che riconfermarsi, che stupire richiede meno elucubrazioni del confermare la propria posizione, la maturità raggiunta da Ernia può fargli dormire sonni tranquilli. 68 è un disco solido, la riprova che non ci sono motivi logici per i quali una scrittura ricercata e mai banale non possa effettivamente funzionare sul mercato italiano. Per il bene di quest’ultimo, per il bene degli ascoltatori – anzi, per il bene del sistema stesso -, 68 deve funzionare; perché se Ernia non è la risposta italiana a Kendrick Lamar, il successo di un album simile renderebbe realtà l’utopia tutta italiana di vedere finalmente ai vertici della classifica musica più impegnata, e non più solo il lato divertente del rap e dell’hip hop.

 

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