Enzo Dong ci ha raccontato perchè Dio perdona e lui no

by • 25/10/2019 • CopertinaCommenti disabilitati su Enzo Dong ci ha raccontato perchè Dio perdona e lui no266

“Non ho paura di misurarmi con i big, anzi”: esordisce così Enzo Dong, quando all’inizio della conferenza stampa taglio la testa al toro e gli chiedo di parlare dei featuring. Mi colpisce l’assenza di altri rapper napoletani – “Ci sono io per Napoli in questo disco”, mi risponde sorridendo -, ma anche la presenza di nomi di livello assoluto. Dio Perdona Io No – questo il titolo del disco, in uscita per Believe Digital – vanta infatti la partecipazione di Fabri Fibra, Fedez, Gemitaiz, Tedua, Drefgold e la Dark Polo Gang. Da qui al passare a parlare del nome più chiacchierato, ovvero quello di Fedez, il passo è breve, anzi brevissimo. “Preferisco prendere esempio da uno come Fedez, un business man – anche se criticato -, piuttosto che un criminale, che da me è l’esempio normale invece”. Non solo una scelta provocatoria, anche se in parte lo è, ma soprattutto la voglia di confrontarsi con un artista che, a prescindere da tutto, ha avuto un ruolo di primissimo piano nell’ultimo lustro, se non oltre.

Parlare di provocazione è inevitabile, quando si parla di Enzo Dong: dal più recente scherzo dell’orologio finto a Smokepurpp – “mi ha bloccato su Instagram e ho festeggiato stappando una bottiglia”, ricorda ridendo -, fino al clamore mediatico generato dai suoi esordi, con brani come Higuain o Italia Uno. Dopo aver confessato di sentirsi tranquillo, visto che nessuno l’ha ancora denunciato – “a parte Gucci, ma quella è una storia divertente” -, il rapper campano ricorda anche come ai tempi non avesse minimamente previsto i risultati raggiunti da quei singoli. “Quando ho fatto Higuain e Italia Uno, non mi aspettavo quello che è successo, per me erano freestyle da far uscire su Facebook, non mi convincevano neanche tutto”. Eppure a convincersi è stato il pubblico: un’esplosione roboante, un’impennata drastica che lo ha catapultato nella generazione dorata del rap italiano, con alcuni dei nomi che oggi sono nel suo disco. “Quando sul web ho annunciato l’album, non avevo neanche un pezzo in realtà; questo disco è in cantiera da un anno” spiega, aggiungendo poi che “quando è esploso tutto sono finito a fare più di 150 date, ho suonato ovunque, a Londra, in Svizzera, non avevo neanche il tempo di lavorarci”.

Non è stato solo il tempo ad ostacolare il lavoro, però; è lo stesso Enzo a confermare che la logistica a Napoli gli rendeva complicata la creazione all’atto pratico. “Prima di arrivare a Believe non avevo alcun appoggio, non avevo uno studio per registrare” racconta, “Napoli non è Milano, mi sono trasferito qui per muovermi più velocemente, e già sta andando così”. Ci racconta quindi di essersi lanciato di petto nel capoluogo lombardo, incontrando spesso i suoi colleghi – “qualche giorno fa ero da Sfera, abbiamo ascoltato il disco insieme” -, e respirando a pieni polmoni la frenetica aria creativa che permea la città: “è la mia vita stare a Napoli, però dovevo venire qua dove c’è la scena musicale – anche solo incontrando altra gente finisci per essere ispirato”.

Il trasloco non ha però intaccato di una virgola il suo approccio al rap e alla scrittura: Dio Perdona Io No è al 100% il disco che ci si aspetterebbe da Enzo Dong. Verace, d’impatto, diretto, tanto sboccato e politicamente sbagliato, quanto sincero e viscerale. “Uso un linguaggio forte per far arrivare la verità così com’è, perchè la realtà è così, non posso fingere altro”: come sempre, non si fa problemi a provocare e a lambire acque dalle quali spesso i suoi colleghi preferiscono tenersi lontani. Se magari in passato lo ha fatto in maniera incosapevole però, in questo progetto c’è una piena presa di coscienza di quanto detto. “Se hai un messaggio, se hai delle cose da dire, se la tua musica è fatta per rimanere, sticazzi delle mode. Io sto al passo a modo mio”.

A modo suo vive anche il suo rapporto con il successo: non lo spaventa, ma non lo ossessiona neanche. Enzo Dong non è un personaggio, è se stesso, e in questo disco non mancano episodi in cui mette a nudo la sua sfera più intima, sempre in maniera coerente con il suo immaginario. Quando gli viene chiesto se ha paura di non raggiungere il successo, se ha paura di fallire da un punto di vista artistico, la sua risposta è tanto lapidaria quando profonda: “ho paura di non riuscire a dare da mangiare alla mia famiglia, ecco cosa intendo per paura di fallire”. Un discorso che si lega alla sua storia familiare, una storia difficile, sulla quale non si apre troppo, ma che lascia trasparire difficoltà ben superiori a quelle di una persona qualunque; da qui, un approccio alla vita ben diverso da quello della media.

Una filosofia, la sua, che non può esimersi dal voler restituire qualcosa alla sua comunità, al posto in cui è cresciuto, anche in termini artistici. Non oggi, non domani, ma in un futuro non troppo remoto, perchè no: “non so in che modo, perchè voglio fare sempre qualcosa di diverso, però sicuramente in futuro, dopo il mio successo, cercherò di aiutare i ragazzi talentuosi della mia zona ad emergere”. Una promessa firmata da chi non perdona, ma non dimentica neanche.

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