Entics: l’intervista

by • 24/11/2012 • IntervisteComments (0)830

Alla vigilia dell’uscita del suo nuovo album Carpe Diem, abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con Entics negli uffici della Sony Music di Milano. Vediamo cosa ha raccontato ai microfoni di Hotmc.

Haile Anbessa: siamo alla vigilia dell’uscita del tuo nuovo disco Carpe Diem. Parlamene un po’. Ha un’anima più reggae o più rap? Tutte e due? Nessuna?

Entics: Carpe Diem è un disco dalle diverse anime, un po’ come accadeva in Sound Boy. Il disco inizia con un pezzo molto crossover che serve anche da biglietto da visita e come ingresso potente. Successivamente si sviluppa su due filoni principali. La prima parte è molto cantata con sfumature di reggae e se vogliamo di musica italiana. La seconda è invece molto più rap e sarà una sorpresa per i miei fan certamente. Questi pezzi che ho voluto includere nell’album sono frutto di un metodo differente di scrittura che ho sperimentato in maniera incondizionata. Volendo dare e dire di più molto spesso le parole in italiano non bastano. Quindi mi sono messo sulla carta a ricercare rime e metriche adatte a ogni pensiero piuttosto che badare soprattutto alla musicalità come avevo invece fatto nel disco precedente. Anche questo mi ha dato lo stimolo per fare il disco nuovo perché, ad esempio, a marzo avevo già confezionato una decina di tracce ma solo un paio sono finite sul disco perché mi ricordavano troppo il vecchio Entics. Avevo voglia di spaziare un po’ di più. Il secondo disco è sempre difficile da confezionare, soprattutto per le aspettative del pubblico e per la voglia di sperimentare dell’artista stesso. Carpe Diem quindi, alla luce di tutto questo, risulta essere un disco più concettuale dove mi metto più a nudo.

H. A.: dai primi ascolti salta subito all’orecchio che “canti” di più rispetto al passato. Per questo tipo di approccio ti ispiri a qualcuno in particolare? Pensi di continuare sempre più su questa strada, magari tentando uno stile RnB?

E.: non mi do delle linee da seguire generalmente. Spesso mi appoggio alle produzioni e in base a quello che mi viene sottoposto convoglio le energie sulla sensazione che certi ritmi mi trasmettono. Quindi a volte hai in mente concetti che vuoi sviluppare ma molto spesso accade che ti fai prendere dal beat particolare. Questa è la maniera in cui lavoro di solito. In aggiunta a tutto questo posso dire che a me piace molto essere versatile. Io vengo da un background reggae quindi mi piacciono le parti cantate ed essendo la vocalità una delle mie prerogative mi piace metterla in risalto. In Carpe Diem potrete sentire parecchi ritornelli cantati.

H. A.: si nota fin dai titoli della tracklist che ci sono molte canzoni d’amore nell’album. Come mai questa scelta particolare?

E.: nel vecchio disco ce n’erano sicuramente di più. Questa volta l’amore di cui parlo non è il sentimento smielato che siamo stati abituati a sentire in certe canzoni anche mie. Il mio pubblico è sempre stato in prevalenza femminile per questo mi veniva naturale parlare di certe cose. In questo caso mi sono concentrato su altre sfaccettature dell’amore. In Carpe Diem per esempio c’è un brano in cui una storia d’amore finisce in tragedia. Non sono quindi storie canoniche come vi ho abituato da sempre.

H. A.: di chi sono le produzioni?

E.: la maggior parte delle produzioni sono state affidate a Dj Nais, il dj con cui collaboro maggiormente. Poi sul disco troviamo anche i Medellin, un gruppo di produttori francesi molto bravi che mi ha fatto conoscere Fibra. Al comparto produzioni hanno partecipato anche Second Roof Music, un collettivo milanese e i King Korg che sono i produttori anche dei Boomdabash. Inoltre, siccome l’anno scorso sono stato in tour con una band, tutte le strumentali hanno degli strumenti suonati proprio dai ragazzi della band che mi ha accompagnato. Una bella cosa perché lo strumento analogico ha un impatto tutto suo ed era giusto che questi ragazzi fornissero il loro contributo non solo live ma anche da studio.

H. A.: adesso che fai tour e sei sotto una major come la Sony Music, ti divertivi più prima o adesso nel produrre musica?

E.: grazie al primo disco ufficiale e a Live Nation che mi ha portato in giro per i palchi di tutta Italia sono riuscito a realizzare il mio sogno di sempre, ossia quello di esibirmi con una struttura band. È una cosa che ho sempre desiderato fare, anche quando mi auto-producevo ma come è evidente c’erano grosse problematiche legate ai costi e all’organizzazione. Con questa formazione sul palco mi sono quindi divertito parecchio e finalmente sono riuscito a esprimere il vero Entics. La band infatti ti permette di spaziare molto di più. Ovviamente mi divertivo molto anche prima, quando i circuiti erano molto più di nicchia e l’atmosfera era raccolta. Però il dover essere legati al timing implacabile delle basi è sempre piuttosto limitante.

H. A.:  Parliamo ora della tua intervista a Bonsai Tv in occasione dell’uscita di The Art of Rap. Chiarisci ai nostri microfoni in maniera netta la tua posizione riguardo all’annoso confronto tra la scena rap Anni Novanta e la scena di oggi.

E.: innanzitutto ti posso dire che durante quell’intervista sono quello che ha parlato meno di tutti e non ho detto quasi nulla (ride). Ritornando seri posso dirti che immediatamente dopo quelle interviste avevo una strana sensazione che infatti, una volta tornato a casa, si è concretizzata. Il gossip che si è generato è stato anche più grande di quello che immaginassi. Io ho connotato l’atteggiamento della scena Anni Novanta nei nostri confronti con l’aggettivo astioso. Questo perché durante quell’intervista mi venne in mente quell’happening della vecchia scena che ebbe luogo a Bologna qualche tempo fa (A Place To Be ndr) dove non utilizzarono certo termini lusinghieri nei confronti della nuova scena. Astio è sicuramente il sentimento che ho rilevato nelle parole spese in quella determinata occasione. Non furono usate mezze misure da nessuno dei presenti. Detto questo io personalmente sono cresciuto con gli artisti degli anni Novanta e non sputo su quella scena o sulla cultura hip hop perché io vengo proprio dal mondo dei graffiti. Pochi giorni prima c’era stata la festa di Hip Hop Tv al Forum di Assago e io personalmente ho stretto la mano a molti di loro come è sempre successo. Magari da parte loro c’è una sorta di, non so come definirla, invidia per il fatto che noi nuove leve, con le nostre cose, stiamo andando avanti e loro si sentono messi da parte e in secondo piano. Io non voglio dire niente di male contro nessuno con questo anzi rispetto tutti quanti. Faccio notare solo che è un vero peccato non sfruttare tutti assieme l’hype del rap, che in questo momento è molto forte in Italia, per perderci in questo tipo di gossip. Non dovremmo cercare pretesti inutili per avere maggiori visualizzazioni o tentare di tornare in auge.

H. A.: voi della cosiddetta nuova scena avete mai coinvolto i mostri sacri per dei progetti comuni?

E.: io personalmente nel mio primo disco autoprodotto, Entics Tv, ho ospitato ad esempio artisti della vecchia guardia che ammiro da sempre. Fin da quando militavo nella BN crew e facevo graffiti in giro per Milano ho sempre voluto conoscerli perché li stimavo e li stimo come artisti. Il mio pezzo preferito di sempre ad esempio è Street Opera. Oggi, ti ripeto, non capisco proprio perché ci sia tutto questo astio. Suoniamo assieme da sempre e quindi mai mi permetterei di dire qualcosa di male nei loro confronti. Perché negli Stati Uniti la vecchia scuola underground riesce a coesistere e collaborare con le nuove leve e quindi che ci conosciamo praticamente tutti non ci riusciamo? Ci manca maturità e siamo dieci anni indietro rispetto all’America anche in questo.

H. A.: tu hai avuto modo di vedere da dentro sia la scena rap che quella reggae. Che differenze hai notato?

E.: il discorso cambia se la situazione la si analizza in riferimento all’Italia e in riferimento all’estero. Il reggae a livello mondiale viene visto come una musica che ha la stessa matrice del rap e che forse viene anche prima del rap per quanto concerne il deejay style. Non è raro vedere quindi collaborazioni tra artisti giamaicani e rapper americani. L’esempio di Mavado è lampante oggigiorno. Questo avviene perché la stessa matrice delle due musiche viene sempre tenuta in massimo conto. Le due culture sono infatti perfettamente amalgamabili. Questo è sempre ciò che ho provato a fare nel mio piccolo qui in Italia, venendo dal mondo hip hop per i graffiti ma amando la musica reggae. Non ho inventato nulla di nuovo perché, come ti ripeto, aldilà dell’oceano la scena è già parecchio mischiata e contaminata. In Italia questo discorso è diverso. Soprattutto al nord il reggae sta perdendo parecchio hype e già dal 2005 è in parabola discendente, con dancehall sempre più di nicchia e sempre meno persone che seguono. Al sud invece questa musica resiste ancora per via del sentimento gioioso con cui viene vissuta e per la somiglianza con alcune musiche popolari folkloristiche con i suoni in levare. Gli stereotipi legati a Bob Marley o alle canne poi fanno il resto e non consentono al reggae di fare il salto di qualità. Molti non sanno che il reggae è una musica parecchio composita e variegata ma ci si limita sempre a quei due o tre pezzi.

H. A.: parlando di Giamaica…a quando una collaborazione con qualche artista dell’isola?

E.: qualche anno fa ci abbiamo provato e non sarebbe neppure molto difficile realizzare un featuring con qualche giamaicano perché è solo una questione di prezzo con loro. Sarebbe interessante però averli su disco nel contesto di un concept album volto solo a quel tipo di sonorità. In un album main stream con una major che ha certe aspettative commerciali però risulterebbe fuori luogo. Per il pubblico italiano infatti se non ti avvali di collaborazioni di gente del calibro di Sean Paul o Shaggy è come se non avessi un featuring di livello che fa la differenza. In futuro non lo escludo comunque, magari con artisti nuovi del filone newyorkese. Qualche traccia la ho già da parte, magari buona per un mixtape di prossima uscita.

H. A.: attualmente chi è che ti piace di più sulla scena?

E.: non sono più tanto sul pezzo come un tempo. Il mio preferito di sempre è Beenie Man, un artista versatile e che riesce sempre a rinnovarsi e risultare fresco. È presente infatti su tutti i ritmi più belli in circolazione ancora oggi dopo tanti anni sulla scena. La nuova scuola per quanto riguarda le liriche lascia a desiderare ma ha musicalità da vendere. Dei nuovi chi apprezzo molto è sicuramente Gyptian, sia a livello di tematiche che di cantato. È sempre molto originale e mi stimola molto.

H. A.: siamo alla vigilia dell’uscita del nuovo disco e ci ricordiamo bene tutti cosa è successo alla vigilia dell’uscita di Sound Boy. Ci dobbiamo aspettare fiumi di dissing come in quell’occasione? Ne vogliamo parlare per chiarire anche questa cosa?

E.: no assolutamente no, abbiamo fatto pace (ride). Sui social network girano foto in cui ci si stringe la mano come succede in America (ride). Ragazzi, adesso lo possiamo dire, è stato tutto un gioco. La questione è comunque nata come una cosa seria e nulla era stato stabilito a tavolino ma è andata avanti con grande ironia poi. Quello che mi premeva in quel dato periodo storico era far sapere che stava uscendo il disco. Non importava in che maniera. Era necessario trovare un espediente efficace e ci si è palesata questa occasione. Adesso le persone però non si devono sentire prese in giro perché spesso accade che sono proprio i fan che vivono queste vicende in una maniera più accalorata di quanto il tutto realmente sia. Non dimentichiamoci mai che la musica è prima di tutto spettacolo. Quest’anno abbiamo studiato altre tecniche di promozione (ride).

H. A.: ti ringrazio Cristiano.

E.: grazie a te e un saluto a Hotmc!

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