Ensi: l’intervista

by • 11/02/2019 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Ensi: l’intervista147

Quando un rapper come Ensi decide di rilasciare un disco come Clash, qualunque appassionato di rap italiano dovrebbe stappare uno spumante e celebrare con estrema gioia il lieto evento. La sua formazione e i suoi trionfi da freestyler, un’attitudine aggressiva e da animale da palco, una penna sagace, d’impatto, priva di fronzoli ma tutt’altro che banale: sono questi i tratti distintivi dell’mc torinese, che ha deciso di renderli i protagonisti effettivi del suo nuovo disco. Clash è infatti un progetto diretto, intenso, nato per il palco, contraddistinto da pochi – ma segnanti – momenti introspettivi e da molti – e incalzanti – episodi di pura forza tecnica, stilistica, espressiva.
Dopo i consensi di pubblico e critica raccolti con V, Ensi era dinnanzi ad una sfida tutt’altro che semplice, ossia cercare di migliorare i risultati raggiunti da quello che molti considerano il suo miglior disco. Ha scelto un approccio diverso, meno omnicomprensivo ma più affilato, meno studiato e più istintivo; genuino e sincero quanto V, ma in maniera più “animalesca”, selvaggia, sferzante. Negli studi della Warner Bros. Music Italy, Ensi mi parla di Clash con lo sguardo elettrizzato, con la consapevolezza che ha solo chi è sicuro di aver chiuso un progetto superiore alle proprie aspettative iniziali. Mentre aspetto di poterne apprezzare la forza distruttiva sul palco, ho scoperto qualcosa in più sulla gestazione del progetto. (continua dopo l’immagine)

Riccardo Primavera: Arrivi da V, disco della maturità e della consacrazione numerica nell’era dello streaming – 4 e 20 con Gemitaiz e Madman è stato infatti il tuo primo disco d’oro. Come ti sei sentito a rientrare in studio per Clash? Che aspettative avevi?

Ensi: C’era un po’ lo “spauracchio” di V, la voglia di fare meglio di quell’album, che ho sempre detto essere il migliore della mia carriera – e lo ritengo ancora così; con Clash se la gioca, ma l’ho capito solo alla fine. All’inizio la mia idea era di fare un disco bello rap, in un momento storico in cui questa roba ha bisogno di farsi sentire anche in una versione – mmm, non voglio dire più canonica -, diciamo più attinente con l’ambiente in cui è stata generata. Rap senza mezzi termini. Avrei voluto omettere una parte più “umana”, che poi nel disco è invece esplosa comunque, a dimostrare come la mia penna faccia quel cazzo che gli pare, e delle volte io vada dove mi porta lei.

R.P.: Quindi inizialmente eri dell’idea di concentrarti praticamente solo sulle barre? Il lato più riflessivo è arrivato quasi inaspettatamente?

E.: Ho sempre avuto un buon equilibrio tra questi due aspetti, andare in profondità con la penna ed essere distruttivo con le liriche; essendo questi due i punti principali – credo sia così ormai, visto che ciò che è rimasto di più sono i miei banger e i miei pezzi emotivi -, anche in questo disco sono presenti entrambi. Nella seconda parte arrivano i pezzi personali, quelli più introspettivi e riflessivi, i temi più importanti esplodono. Quando ero entrato in studio però dicevo “voglio fare rap, voglio fare barre, voglio basi rap, voglio fare sta roba qua senza preoccuparmi di niente”; è quindi un disco anche in freestyle da questo punto di vista, e ritengo che questa mia attitudine sia venuta fuori fortemente in questo disco – non solo per l’inserimento dei diversi freestyle in tracklist. Il taglio delle barre, delle volte volutamente sporche, delle volte volutamente dozzinali – non per forza banali però, essenziali -, dire le cose in maniera secca. Ti lascio spazio per interpretare, però alla fine te la metto lì, quello che voglio dire sta lì. Non so se ce l’ho fatta a superare V, io però mi sono impegnato e mi sono divertito tantissimo nel realizzare questo disco. Lo ritengo un disco maturo come V, anzi – visto quanto imparato con V -, anche più maturo dal punto di vista musicale, più perfezionato.

R.P.: In sostanza, Clash è un disco più istintivo nell’approccio alla realizzazione?

E.: Per certi versi sì. Io ho fatto passare 3 anni da Rocksteady a V, ma nel frattempo ho sempre continuato a fare la mia roba. Oggi sembra che se stai fermo un anno, c’è il ritorno, “il grande ritorno di”… Ma cazzo, se hai fatto un disco l’anno scorso, che cazzo di ritorno vuoi fare? Mica puoi fare un disco al mese, quantomeno se vuoi raccontare delle cose. Io non volevo raccontare così tanto, poi però la penna ci è andata comunque, ma questo è il mio modo di fare. Credo che questa istintività in parte mi abbia premiato, mi sono fatto molti meno problemi, meno confronti con una scena che a tratti mi appartiene, a tratti no; io rappresento quello che rappresento, oggi c’è bisogno di sottolineare, cementificare e mettere un po’ di puntini sulle i. (continua dopo il video)

R.P.: Parlando delle collaborazioni – centellinate – nel disco, volevo chiederti qualcosa su quella con Agent Sasco. Si tratta di un nome di spessore, che vanta collaborazioni con artisti del calibro di Kanye West e Kendrick Lamar; com’è nata questa collaborazione?

E.: Dopo il progetto Real Rockers – che ha contribuito tanto a questo album, a livello di ispirazione -, ho abbracciato un po’ di più la cultura giamaicana, quella del sound system e della dance hall. È un mondo che mi è sempre piaciuto – già in Era Tutto Un Sogno c’erano Mama Marjias, Giulia Lenti, Biggie Bash (cantante dei BoomDaBash, ndr) -, è una scena che guardo con grande attenzione perché musicalmente mi piace molto. A livello culturale inoltre mantiene una grande attinenza con le proprie origini, cosa che forse l’hip hop ha un po’ perso, rispetto a quel genere, che rimane molto legato alle sue roots anche nelle sue derivazioni più mainstream. Secondo me da loro il rap dovrebbe imparare a conservare i lati positivi della propria musica; va bene tutto, va bene la tendenza, va bene la corrente e quello che vuoi, ma loro restano ben saldi sul fiume principale, mentre gli affluenti portano energia. Questa cosa secondo me dovrebbe essere fatta anche nel rap. Andare quindi a prendere direttamente in Giamaica uno dei più grandi esponenti di questo genere, che ha collaborato anche con Pusha-T, Royce da 5’9, senza considerare il fatto che ha collaborato con tutti gli altri grandi nomi del suo genere, mi sembrava veramente rappresentativo. Tutta la scena dance hall si è infatti chiusa intorno a questo progetto, supportandomi tantissimo. D’altro canto, se nel disco avevo la Giamaica e quindi la dance hall originaria, volevo anche quella italiana – che è stata il link che mi ha permesso di arrivare a Sasco -, e quindi ecco la presenza di Attila nel disco (nella traccia Rat Race, prodotta da Crookers, ndr). Il pezzo con Sasco tra l’altro l’avevo già iniziato con Marsiglia, prim’ancora di pensare di metterci anche lui; come succede nei dischi che mi piacciono però, mi sono detto “cazzo, qui ci starebbe bene un giamaicano” e sono andato a prendere un peso massimo.

R.P.: Parlando di producer, ti sei circondato di artisti che conosci bene, da collaboratori di lunga data a certezze made in TO. Li hai scelti avendo ben chiaro in testa il suono che volevi dare al disco? Oppure hai lasciato loro carta bianca?

E.: Un po’ in testa il suono ce l’avevo, da questo punto di vista l’esperienza gioca dalla mia, sono diventato bravo a trovarmi dei sound che si sposano perfettamente con la mia attitudine e il mio modo di fare rap. Questo vale sia nel caso che io cerchi il beat per scrivere qualcosa di fortemente emotivo, sia che voglia una strumentale per scassare tutto a suon di barre e preparare le fosse per gli altri. Big Joe era stato il grande assente dei miei ultimi due dischi; uno dei producer più forti che abbiamo in Italia, ma in generale uno dei più forti che ci sia mai stato in Italia, in generale. Non eravamo nuovi a collaborazioni, è da dieci anni che lo facciamo, ma in questo disco dovevamo calare l’asso di bastoni, infatti ne ha prodotto praticamente metà. Stabber se vogliamo è l’unica “new entry” in fatto di produzioni, Dj 2P è il mio socio nei live da anni ed è un gran producer, così come Adma – sono contento che abbiano prodotto insieme Rocker, che è proprio un brano che parla dei live. Come hai ben detto tu c’è poi la componente di Torino, che oltre a produrmi delle basi – come quelle di Complicato o Ivory Freestyle -, mi hanno dato una mano a scegliere le altre. Quando siamo andati da Crookers per ascoltare quello che aveva, sapevo benissimo che aveva un sound perfettamente in linea, di tendenza ed esplosivo, però io da lui non cercavo quello; sapevo che nel suo hard disk più vecchio c’erano delle mine rap pazzesche, come solo lui le sa fare, e mi sono andato a prendere una di quelle, come feci l’anno scorso per Boom Bye Bye.

R.P.: Ti ha influenzato qualcosa nella scelta delle sonorità?

E.: Tutto il disco è un po’ influenzato da quelli che sono i miei ascolti. A me piace la roba G.O.O.D. Music, che per me è un perfetto equilibrio tra il sound hip hop classico e l’evoluzione del sound moderno, ed è una cosa che si sente anche in V e Clash. Batterie dopate ma anche sample, 808 e bassi che ti scartavetrano; dal punto di vista musicale, per me è un buon equilibrio tra le cose. (continua dopo il video)

R.P.: Johnny Marsiglia è l’unico rapper che compare tra i featuring; in diverse date del Memory Tour avevate già dato prova di un’intesa incredibile. C’è all’orizzonte la possibilità di un joint album con lui?

E.: È l’unico rapper a comparire perché è il più forte (sorride, ndr). Sì, la possibilità c’è.

R.P.: Ottima notizia! Passando a parlare dei live, Clash sembrerebbe pensato proprio per essere portato sul palco – sia per la durata, sia per la struttura dei pezzi e per la scelta delle strumentali. Hai studiato qualcosa di particolare o la formula rimane un palco, un dj e un microfono?

E.: Vedremo, perché comunque inizio ad avere un po’ di velleità artistiche, di voglia di sperimentare altre cose, quindi non escludo il fatto di potermi incontrare con una band, vedremo. Quella dei concerti è la dimensione principale dell’esposizione della mia musica, è un qualcosa su cui mi concentro molto e con la quale cercherò di arrivare in tutta Italia. Chi mi è venuto a vedere dal vivo sa che non ci risparmiamo, spero che là fuori ci sia voglia di vedere un concerto rap.

R.P.: Sei giunto al tuo quinto album ufficiale, un traguardo importante. Hai una fanbase solida e sfaccettata, che sa apprezzare tutte le sfumature del tuo rap. Nella tua testa, che tipo di persona è l’ascoltatore “tipico” di Ensi?

E.: In realtà siamo al sesto album, io considero anche Freestyle Roulette nel conteggio, perché per quanto sia un mixtape – il nome per esteso è proprio Freestyle Roulette Mixtape -, nel genere è qualcosa di unico. In Italia infatti non è mai stato realizzato un intero disco in freestyle, su produzioni originali, tutte italiane, con improvvisazione pura – e conteneva Numero Uno, l’unico pezzo scritto, che è stato poi il mio statement di quegli anni. Per rispondere alla tua domanda, però, ritengo il mio ascoltatore “tipico” un fan dell’hip hop. Se hai passione nei confronti di questa musica, hai anche tante possibilità di andare a decodificare quello che dico, cogliere i riferimenti e le citazioni, i tributi, sia a livello musicale che nelle liriche. Dall’altro lato però oggi questa musica è per tutti, è nostra fino a quando non la pubblichiamo, non siamo noi a deciderne le sorti; così ogni tanto capita che mi fermi la gente più disparata. Capisco che è un po’ per la televisiva che ho avuto, un po’ per le prove che ho sostenuto durante gli anni, ho attirato intorno a me l’attenzione di tante persone, che ovviamente non sempre ti seguono con costanza, magari ti riscoprono in vari momenti; fa parte della musica. Di base però, credo fan dell’hip hop, del rap italiano, ragazze e ragazzi che non si accontentano della frivolezza delle canzoni, ma cercano qualcosa in più. (continua dopo il video)

R.P.: Ho una domanda bonus, legata ai cambiamenti recenti nel mondo della musica. L’esposizione che ha il rap adesso ha fatto sì che ci sia spazio per molti più progetti, ha permesso all’arena mediale di allargarsi, insieme al bacino di utenti. Guardando un po’ a ritroso, pensi che ci sia un tuo progetto – escludendo V e Clash, per ovvie ragioni cronologiche -, che ha raggiunto risultati minori di quanto, secondo te, meritasse?

E.: Forse Rocksteady. Dati alla mano è stato quello più in sordina di tutti; un po’ per il momento storico, un po’ per la visione pionieristica che aveva quel disco, la voglia di rivoluzionare qualcosa – forse però io come personaggio non avevo ancora la forza per portarmi dietro quella bandiera. Sono molto contento di quell’album, non rinnego nulla, però lo collego anche ad un periodo molto difficile della mia vita – infatti da Rocksteady a V sono passati 3 anni -, quello era l’inizio di un periodo difficile e anche io, umanamente, non me lo sono vissuto bene. Musicalmente però continuo a valutarlo come una delle migliori prove che io abbia mai fatto, e mi è dispiaciuto poi che non abbia avuto quel ritorno, anche se nell’anno in cui uscì raggiunse comunque il primo posto in classifica. Sì, direi proprio Rockesteady; Era Tutto Un Sogno fu un successo, uscendo da Spit il disco andò sulle sue gambe, poi comunque dentro c’era di tutto – da Kaos a Samuele dei Subsonica -, raccontavo tante cose, era uno spaccato importante, erano altri anni, anni diversi.

R.P.: Secondo me è stato incompreso da pubblico e critica, era un disco liricamente spessissimo, però il pubblico non ha capito che il tuo rap non si esauriva all’approccio da freestyler.

E.: Te l’ho detto, proprio per questo era pionieristico, ho cercato di portare un sound concreto, quello dell’hip hop – era il mio primo disco in major -, avevo questa voglia di cambiamento, di impormi come artista. Forse ho dato per scontato che la mia immagine di freestyler mi tutelasse come artista, in realtà quella roba lì – si è vista anche nei fan negli anni – era molto legata al canale di esposizione di quella roba, la televisione, legata ad un pubblico generalista che in parte mi ha reso celebre, ma solo in parte ha continuato a seguirmi negli anni; come succede a molti, quando toccano un momento di apice in un contenitore così grande. Io invece faccio la mia musica e capisco anche che per come la faccio, per come sono, per come mi pongo, se non sei un po’ dentro, “addicted” di questa roba, non hai le chiavi di lettura per sbloccarlo. Fa parte però del gioco, ed è anche il mio primo disco in vinile, quindi bella storia (sorride, ndr).

Related Posts

Powered by Calculate Your BMI