Endtroducing…

by • 23/10/2008 • RecensioniComments (0)918

Una mente geniale, un MPC60 e una collezione pressoché sterminata di dischi. Questi gli ingredienti del capolavoro di Josh Davis, un disco seminale che ha aperto la strada all’instrumental hip hop quale genere pienamente autonomo. Di certo Dj Shadow non si è preoccupato di come sarebbe stato catalogato questo disco negli scaffali, riuscendo così a liberare l’hip hop dal peso delle collanone per fargli spiccare il volo verso territori musicali potenzialmente sconfinati. E a noi non resta che spiccare il volo con quest’album.

Appoggiate la testina ed entrerete in una dimensione onirica in cui tutto ciò che era impensabile (siamo nel ‘96) appare improvvisamente naturale. I campioni provenienti dai generi musicali più disparati – la lista infinita di sample rintracciabile sulla rete spazia da A Tribe Called Quest a Metallica, Nirvana, Tangerine Dream, The Meters, Giorgio Moroder, Bjork – vengono accostati con una sensibilità musicale assolutamente fuori dal comune. L’abusata metafora del viaggio è quasi d’obbligo per la descrizione di quest’album che riesce a cullarci l’anima facendoci sperimentare l’intero ventaglio degli stati d’animo a nostra disposizione. Dj Shadow gioca modulando continuamente il livello tensivo dell’album e l’ascoltatore non può non rimanerne catturato. La monotonia di molti album di hip hop nudo e crudo è solo un ricordo.

Già dalla seconda traccia (“Building Steam With A Grain Of Salt”) ci si ritrova totalmente ipnotizzati dai campioni vocali, le batterie impazzite e il suono sinuoso del basso. Ovviamente si capisce subito che di funk qui ne abbiamo a palate. Si passa poi dall’euforia incalzante di “The Number Song” al calore rilassante di “What Does Your Soul Look Like (pt. 4)” (la cui intera saga è in “Preemptive Strike”); si viene trascinati dall’iniziale delirio del medley “Stem-Long Stem” a metà del quale fa capolino il campione di “Tears” di Giorgio Moroder, che ritroviamo poi nell’ostinata “Organ Donor”. Dopo la satirica “Why Hip Hop Sucks In 96” non si può fare a meno d’innamorarsi della seducente “Midnight In A Perfect World” che si giova di un accattivante campione vocale femminile.

E’ comunque l’album nella sua interezza che colpisce per la sua capacità di coinvolgere, emozionare, divertire; è quindi difficile soffermarsi su una traccia piuttosto che su un’altra. L’ora abbondante di musica scivola via in un istante. Dopo “Endtroducing…” Shadow non si è più ripetuto a questi livelli (pur dando alla luce l’ottimo “The Private Press”) forse perché semplicemente impossibile. L’ascolto è d’obbligo per tutti coloro a cui non è ancora mai capitato di ascoltare questo disco, in assoluto tra i più influenti degli anni novanta.

 

http://community.hotmc.com/forum/index.php?topic=2337.0

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