En mi Casa: l'intervista

by • 13/02/2008 • IntervisteComments (0)1143

Attivi nella scena da quasi quindici anni, gli En Mi Casa hanno fatto parlare di sé per molti motivi. Ne citiamo solo alcuni. Hanno creato il progetto Area di Contagio, una compila (e successivamente un sito) che è stata una delle prime vetrine italiane per chi fa musica hip hop. In un periodo in cui pochi si arrischiavano a investire in queste operazioni, prima hanno scoperto e prodotto interamente il primo album di Vacca, VH, e poi hanno fondato un'efficientissima agenzia di booking e management specializzata in hip hop italiano, che attualmente si occupa di artisti come lo stesso Vacca e i Club Dogo. E nel loro ultimo album, Senza respiro, c'è un ospite che farebbe la gioia di ogni fan del rap latino: B-Real dei Cypress Hill. Ecco la loro storia.

Blumi: Partiamo subito dalla domanda clou: com’è stato collaborare con B-Real e, per i pochi che ancora non lo sapessero, come ci siete arrivati?

Tave: I Cypress Hill sono sempre stati il nostro gruppo preferito. Il nostro amico Zed, che ha anche curato la maggior parte dei beat dell’album, collaborava col sito europeo della Cypress Connection. Grazie a lui, nel 2004 siamo andati ad Arezzo Wave e abbiamo conosciuto Dj Muggs. Quando abbiamo scoperto che Eric Bobo, lo storico percussionista della crew, cercava gruppi rap di tutto il mondo per un progetto internazionale, abbiamo colto l’occasione e abbiamo deciso di proporci; la collaborazione è andata in porto, anche se il lavoro non è ancora uscito. Sapevamo che B-Real aveva sentito il brano e gli era piaciuto, così abbiamo provato a chiedergli se gli andava di fare una strofa per il nostro album. Incredibile ma vero, lui ha accettato: gli abbiamo spedito il beat e qualche tempo dopo ci ha mandato la sua acappella. Fa sorridere pensarlo, ma è andata proprio così: alcuni pensano che B-Real sia stato pagato per quella strofa, ma non è assolutamente vero. E questa è la dimostrazione che credere davvero in qualcosa spesso dà i suoi frutti.

Gep:
Per noi che li ascoltiamo da quando eravamo ragazzini è una soddisfazione enorme, difficile anche solo da spiegare. Certo, se ci fosse successo quando avevamo vent’anni probabilmente non avremmo retto l’emozione, ci avrebbero ricoverato d’urgenza per un bypass… Ora come ora, fortunatamente, abbiamo l’età per capire che non sono dèi da idolatrare, ma semplicemente persone.

B: Il vostro legame con il gruppo sembra svilupparsi in ogni senso. Già in passato tu, Gep, avevi realizzato la grafica di un album targato Cypress Hill…

G: Sì, quattro anni fa Dj Muggs ha lanciato un concorso sul suo sito per scegliere la grafica di una raccolta. Si trattava essenzialmente dei brani che i Cypress Hill avevano deciso di scartare da Temple of Doom, che è universalmente riconosciuto come la pietra miliare della loro carriera. Alla fine ha vinto una di quelle preparate da me; raffigurava la vetrata di una chiesa dalle parti del Lago Maggiore. Il progetto del disco, però, è stato abbandonato, perciò non se n’è fatto più niente.
Zago: Se il nostro legame con i Cypress Hill è così forte non è semplicemente per emulazione, ma piuttosto perché i nostri gusti coincidono. Apprezziamo lo stesso tipo di suono e di immaginario. Il nostro non è un semplice copiare, è capitato così e basta.

T: Esattamente. Le nostre sonorità si sono sempre sviluppate in quella direzione, una direzione che magari non è del tutto apprezzata in Italia. Ma crediamo così tanto in questo nostro percorso che, visto che la nostra distribuzione Universal copriva solo l’Europa, abbiamo deciso di uscire su iTunes da indipendenti, in modo da essere presenti là dove ciò che facciamo può essere colto in pieno. E in effetti abbiamo fatto bene, perché notiamo un grande interesse dai paesi latini.


B: Rispetto alla media di età dei gruppi rap italiani, voi siete un po’ più maturi: come avete cominciato e perché continuate con tanta tenacia?

G:
Sembrerà banale, ma il motivo è che non possiamo farne a meno. È qualcosa che ho cominciato a fare quando avevo quindici anni, quando mi ero appassionato al mondo dello skate; mi ha accompagnato per più di metà della mia vita, considerando che ora di anni ne ho trentatrè. L’hip hop è diventato una parte fondamentale di me stesso. Chiaramente il mio rapporto con tutto questo si è evoluto ed è cambiato negli anni, ma resta: cantare e dipingere sono il mio modo per esprimermi, non ne ho nessun altro a disposizione.

T: In ambito discografico ce l’hanno anche chiesto: perché uscire con un prodotto del genere solo ora, se suoniamo da così tanto tempo? Non c’è una risposta vera e propria, è andata così. E comunque non è solo una questione di passione, ma di costanza: non tutti sono in grado di portare avanti ciò che amano combattendo fino all’ultimo. Nel ’99, quando tutto sembrava finito, la maggior parte di coloro che amavano l’hip hop sono scappati a gambe levate di fronte alla difficoltà del momento. Alcuni hanno avuto la coerenza di non tornare indietro, altri hanno aspettato che passasse la tempesta e sono tornati solo ultimamente. Noi non ci siamo mai mossi da qui. Ci crediamo fino in fondo. E rimaniamo coi piedi per terra: molti mollano perché si fanno dei viaggi assurdi sui traguardi che vogliono o devono raggiungere, per poi ovviamente rimanere delusi. Noi non ci aspettiamo necessariamente dei risultati, lo facciamo per noi stessi, per la soddisfazione personale.

Z: Aggiungici anche che noi siamo davvero amici anche nella vita di tutti i giorni: indipendentemente dall’hip hop, il nostro tempo lo trascorriamo insieme comunque. Le idee per la nostra musica nascono nelle serate tra noi, davanti a una birra. E, visto che le serate tra noi non mancano mai, anche la musica ne trae beneficio!

B: Il rap latino a cui vi ispirate è un genere molto circoscritto e in Italia praticamente non esiste: perché avete scelto di concentrarvi solo su quel filone e non spaziate di più?

Z:
Non è una scelta, in realtà. Per l’evoluzione dei nostri gusti di ascoltatori, ci siamo ritrovati ad apprezzare soprattutto quel tipo di rap e al momento di produrre qualcosa l’influenza dei nostri ascolti si è fatta sentire. In realtà noi ci siamo sempre isolati abbastanza dal resto della scena e questo è stato un bene e un male: da una parte ci ha permesso di formare un nostro stile al riparo da mode e tendenze momentanee, ma dall’altra siamo rimasti molto legati al nostro orticello. Che sicuramente non comprende solo il rap latino, e che soprattutto non comprende solo rap.

T: Appunto. Io salto senza problemi da Chamillionaire a Amy Winehouse, passando per i Korn. Siamo meno monotematici di quanto si possa immaginare, detto questo, non siamo chiusi nel nostro guscio. Se, per dire, scopriamo un beat dirty south o reggaeton che ci piace, siamo ben contenti di utilizzarlo. Cosa che tra l’altro abbiamo già fatto per Senza respiro. Quello che invece non abbiamo mai fatto, e che forse razionalmente andava fatto, è metterci a tavolino e decidere di produrre almeno un paio di singoli.

B: Da quello che avete
detto finora, mi pare di capire che Senza respiro sia stato un album a maturazione lenta…


T:
Sì, dal concepimento del progetto alla realizzazione finale ci sono voluti più o meno due anni.

Z: Il discorso dei piedi per terra c’entra molto in questo. Non abbiamo la pretesa di sfondare con la musica, tutti noi abbiamo un altro lavoro principale; per non parlare degli impegni che abbiamo come Produzioni Oblio con i Club Dogo, Vacca e gli altri. A quest’album potevamo dedicare solo il nostro tempo libero, perciò abbiamo deciso di prenderci tutto quello necessario. E, essendo questo un album realizzato più per noi che per gli altri, la cosa non ci è pesata per niente.


B: Nonostante En Mi Casa e Produzioni Oblio siano realtà relativamente piccole e indipendenti, siete riusciti a ritagliarvi una bella fetta di attenzione sia da parte dei media che dal pubblico: qual è la vostra ricetta segreta?

G:
Tutti sognano una major, ma una volta firmato il contratto ci si accorge che per molte piccole cose le realtà indipendenti sono migliori…

T: Le cose fatte bene non si basano sulla quantità, ma sulla qualità. Questa è la nostra filosofia: credere in due o tre progetti importanti e portarli avanti fino alla fine. È stato quello che abbiamo fatto per noi, ma anche e soprattutto per Vacca, a cui abbiamo prodotto VH e che abbiamo supportato anche come booking e agenzia di promozione.

Z: Di base, comunque, tendiamo a lavorare soprattutto con persone di cui siamo amici. Il nostro metodo funziona solo se c’è un legame personale con l’artista che seguiamo. Non credo che riusciremmo a dare niente a un estraneo, soprattutto perché c’è bisogno di un rapporto di fiducia con la persona che si affida a te. Possiamo dire che Vacca è stato una specie di test delle nostre capacità produttive: riuscire a portarlo dove è arrivato, e questo pur essendo completamente indipendenti, ci ha fatto capire che potevamo continuare su quella strada. In questo senso, il passo successivo è stato assumere il management dei Club Dogo.

T:
Abbiamo scelto di fare tutto internamente, contenendo tra l’altro le spese: grafiche, master del disco, booking, promozione e rapporti con la stampa… Certo, non nego che è molto faticoso, ma dà i suoi frutti e permette di costruire dei solidi ponti. Gli artisti che curiamo sanno che ci occupiamo personalmente di ogni aspetto del loro lavoro, c’è un filo diretto e costante tra noi e loro: nel bene e nel male, in noi hanno un punto di riferimento fisso a cui rivolgersi. Questo non succede nella maggior parte delle strutture più grandi, comprese molte etichette indipendenti: tante volte, chi si occupa dell’artista lo conosce superficialmente sia a livello umano che a livello musicale.

Z:
A dirla tutta, un altro dei nostri segreti è dormire poco: avendo tutti un lavoro che ci occupa la gran parte della giornata, finiamo per sbrigare tutto il resto soprattutto di notte… (ride)

B: Cercate spesso di evitare le tematiche rap più classiche, concentrandovi su quella che è la vostra vita: è una precisa scelta di campo oppure è capitato?

T: La musica per noi è uno sfogo, qualcosa che facciamo per staccare la spina dalle nostre attività quotidiane. Ovviamente questo influenza i testi.

G:
Il fatto che non siamo più dei ragazzini c’entra parecchio. Quello che scriviamo riflette il nostro essere trentenni, il nostro passato nella scena rap ma anche quello che siamo diventati al di fuori di essa. Credo che i nostri pezzi siano più comprensibili a chi ha cercato di fare hip hop per un decennio, piuttosto che a chi si è appena avvicinato a questa cultura, perché il bagaglio di esperienze comuni permette di interpretare più facilmente quello che diciamo. A trent’anni finisci per farti delle pippe mentali assurde sul passato, sul futuro, sui traguardi raggiunti… È difficile per un ventenne capire queste cose.

T:
Il rap è considerato un genere “giovanile”: molti dei nostri coetanei cresciuti con l’hip hop ormai ascoltano tutt’altra musica. Noi invece siamo rimasti coerenti con ciò che ci è sempre piaciuto, ma ovviamente sentiamo l’esigenza di parlare anche a persone della nostra stessa età. Le tematiche sono più adulte anche per quello. Esistono sicuramente dei pezzi in cui facciamo i pirla, ma col passare degli anni sono sempre di meno.

B: Gep e Zago, voi siete anche writer molto apprezzati…

G: Siamo dei writer un po’ atipici, a dire il vero. Cerchiamo di mettere l’arte al di sopra di quella che può essere l’immaginario tipico dei graffiti: oltre alle bombole utilizziamo anche i pennelli, per esempio. E anche i nostri soggetti non sono necessariamente pezzi: la madonna con il volto da teschio che abbiamo utilizzato per la copertina del disco, che è anche un pezzo che abbiamo fatto qualche tempo fa, si avvicina più alla tradizione dei murales latini che al writing vero e proprio. Cerchiamo di fare le cose con la massima cura, perciò privilegiamo i contesti legali, quelli dove si può lavorare con calma. Il bombing fine a se stesso che sembra la passione di molti ragazzini ci lascia abbastanza indifferenti, a dire il vero. Anche perché il bombing da ammirare per noi è quello di Noce (writer milanese, attivo soprattutto negli anni ’90, famoso per le sue rocambolesche imprese, ndr), che si infiltrava dappertutto e riusciva a lasciare i suoi throw up in luoghi apparentemente inaccessibili e davvero rischiosi da raggiungere… I quindicenni di adesso rischiano di penalizzare tutta la categoria per la loro ridicola mania di fare le tag sul muro del municipio. Ci vanno di mezzo anche i writer che vorrebbero fare qualcosa di creativo e costruttivo, a livello legale e illegale. Poi, per carità, anche noi abbiamo avuto quindici anni…

B: Appunto, voi a quindici anni cosa facevate?


Z:
Come tutti facevamo i tag tour, ma non abbiamo mai toccato un monumento, una chiesa o un palazzo storico. Per essere tollerati dalle autorità sapevamo che c’era un limite da non varcare: la strategia si è rivelata vincente, visto che già nel ’95 il Comune ci aveva messo a disposizione dei muri per la hall of fame. E ci pagavano anche le bombole.

G:
Oltretutto, devo dire che noi non abbiamo mai avuto il gusto del rischio. In vita nostra abbiamo fatto un solo treno, nel ’94: siamo partiti in quattro con l’idea di provare qualcosa di nuovo, ma il risultato è stato davvero pessimo, avevamo voglia di distruggere tutte le testimonianze della sua esistenza (ride). Evidentemente non fa proprio per noi. È una questione di attitudine: riusciamo a lavorare solo in questo modo. Per tornare alla madonna, è stata dipinta illegalmente su un muro abbandonato: ci abbiamo messo tre giorni e abbiamo perfino montato un’impalcatura alta diversi metri. Eppure nessuno ci ha fermato, perché ci siamo fatti furbi e il posto che abbiamo trovato non dava fastidio a nessuno.

Z:
Adesso quella madonna è diventata un punto di riferimento perfino per le vecchiette del paese: se passano di lì si fanno il segno della croce, si fermano a dire una preghiera, lasciano un fiore&helli
p; (ridono tutti).

B: Oltre a En Mi Casa, siete i fondatori di Area di Contagio, che attualmente è una delle meglio organizzate società di booking e management per il rap italiano, e della già citata Produzioni Oblio. Come avete deciso di intraprendere questa strada?

T: Tutto è cominciato nel ’97: avevamo superato la fase dei demo e volevamo mettere in piedi qualcosa di più professionale. Per dare più visibilità al progetto, abbiamo pensato di riunire in un’unica compilation gente di tutta Italia nella nostra stessa situazione. Si parla di amici, ma anche perfetti sconosciuti: magari gruppi che avevano fatto solo un singolo che su Aelle avevano recensito bene.

Z: Abbiamo diviso le spese e i guadagni per dieci: a rigor di logica era tutto molto facile e immediato, ma in realtà organizzarsi per raccogliere tutti i soldi, distribuire le copie e ripartire i guadagni è stato davvero un delirio.

T: Davvero. All’epoca non avevamo neanche il cellulare, mi pare… L’esperienza è stata molto formativa, però: ci ha fatto capire che eravamo capaci di portare avanti qualcosa. E credo che Area di Contagio – questo è il nome che alla fine abbiamo dato al progetto – abbia portato un po’ fortuna alle persone che vi hanno partecipato. Col tempo, Area di Contagio si è trasformato in una vetrina per tutti gli artisti italiani.

B: Avete avuto occasione di vedere entrambe le facce della medaglia del music business, sia il versante artistico che quello organizzativo. Vi sembra che ci siano degli orizzonti di sviluppo per la scena hip hop italiana?

T: Chiariamoci: la discografia ufficiale è messa male, molto male. Quest’anno tutte le major hanno fatto gara a mettere sotto contratto artisti rap, cercando disperatamente un personaggio che potesse fare la differenza. Oltretutto, non sono più i tempi in cui una casa discografica prendeva un artista da zero e lo trasformava in un fenomeno: è per questo che cercano nella scena hip hop, perché gli artisti hanno già uno zoccolo di fan da cui partire. In Italia non si vendono più dischi e questo si sa ormai da tempo. Molti credevano che il 2007 fosse l’anno in cui gli artisti italiani si sarebbero definitivamente affermati in ambito discografico: ci abbiamo creduto anche noi, indubbiamente. Purtroppo, però, abbiamo cambiato idea. È andata bene solo per chi aveva già una base solida alle proprie spalle, come i Club Dogo. I discografici di casa nostra, oltretutto, non capiscono praticamente nulla di hip hop: lo trattano come un semplice fenomeno di costume. Gli unici a sapere davvero cos’è l’hip hop sono le persone che lo vivono dall’interno, ma finché queste persone non saranno integrate nel music business non riusciremo ad andare molto lontano. Detto questo, è giusto provare a intraprendere un percorso con una major: non vuol dire necessariamente vendersi al mercato. Dipende da come ci si pone, dalle condizioni che si accettano e da quelle che non si accettano. Una transazione tra l’artista e la casa discografica, se fatta bene, porta ad un contratto vantaggioso per tutti. Il problema è che molti firmano la prima proposta che ricevono, senza aver ponderato o provato a trattare le clausole. Dobbiamo imparare a difenderci e a non prenderla nel culo. Più che l’etichetta, comunque, secondo me quello che adesso può fare davvero la differenza è avere un ottimo ufficio stampa…

Z:
I contratti che girano adesso hanno termini brevissimi, spesso e volentieri assicurano solo un disco: le major non sono interessate a creare un rapporto duraturo e costruttivo, soprattutto con gli artisti hip hop, perché sono convinti che sia una moda che si esaurirà in una bolla di sapone. I nomi su cui puntano davvero sono pochi e sempre gli stessi, quelli che assicurano centinaia di migliaia di copie vendute. Agli altri restano solo le briciole.

G:
È anche cambiato il modo di rapportarsi alla musica: una volta compravi un disco e lo ascoltavi finché non si consumava, oggi con gli mp3 si tende ad un ascolto molto più superficiale. Magari butti via i brani che non ti interessano e tieni solo i singoli, oppure ti scarichi venti album per volta e ascolti rapidamente un minuto per ogni canzone, passando immediatamente alla successiva.

B: Progetti futuri?

T: Visto che ci abbiamo messo parecchio a realizzare l’album, per il momento la priorità resta promuovere quello, prima di mettere in cantiere altri progetti. In tempi brevi, però, vogliamo rimetterci al lavoro su qualcosa di nuovo.

G:
La verità è che in quest’album abbiamo investito così tanto tempo ed energie che ora come ora ci troviamo quasi in difficoltà a trovare cose nuove da raccontare: ogni strofa nuova sembra il proseguimento di una che abbiamo già scritto, perciò preferiamo aspettare un po’.

T: Tanto per cambiare un po’ ci piacerebbe lavorare a qualche video o cortometraggio, in modo da ampliare un po’ le nostre esperienze. Sul piano del management, invece, siamo sempre impegnatissimi e sentirete parlare di noi molto presto.

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