Egreen: l’intervista

by • 26/06/2018 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Egreen: l’intervista270

L’estate quest’anno sembra se la stia prendendo comoda, visto che tra scrosci torrenziali e temperature ballerine tutto sembra, tranne la stagione più calda dell’anno. A rincuorare i nostri animi stanno arrivando però le classiche uscite estive, quelle nate per farci ballare sotto il sole, sotto le stelle e forse anche sotto la pioggia. Non è però questo il caso di Posso, il nuovo singolo di Egreen in uscita questo venerdì (qui il link al presave). Non che la cosa sia effettivamente una sorpresa: le canzonette pop non sono esattamente pane quotidiano per il rapper di Busto Arsizio, che però da un paio d’anni a questa parte ci tiene a ribadire che giugno può anche essere sinonimo di rap granitico. Ascoltando in anteprima il nuovo singolo, la cosa che mi ha maggiormente colpito è la scelta del beat: Don Joe ha dato vita ad una strumentale nera, densa e inquietante, in grado di suonare attuale e allo stesso tempo classica. Bassi potenti, batterie curate, dettagli ipnotici – onestamente, era davvero parecchio che il producer dei Club Dogo non firmava qualcosa di simile. Il beat è un invito a nozze per l’autore di Entropia, che si “limita” a rappare: rappa tanto, in maniera aggressiva ma non privo di ironia e sarcasmo, senza mandarle a dire e rivendicando il proprio status e le spalle larghe che lo hanno sempre contraddistinto.
Smaltita la carica di adrenalina che Posso mi ha trasmesso – la pausa sigaretta in questi casi è una manna dal cielo -, mi siedo davanti ad Egreen per scambiare due chiacchiere. Entropia III è fuori da qualche mese, lui ha finalmente iniziato a portarlo in giro, per questo non potevo esimermi dallo sviscerare con lui alcuni aspetti peculiari di questo terzo capitolo di un’installazione ormai leggendaria.(Continua dopo l’immagine)

Riccardo: Sono passati ben sette anni dal primo Entropia, e ne sono successe di cose in questo lasso di tempo. Quanto e come è cambiato Egreen tra Entropia I ed Entropia III?

Egreen: È cambiato tantissimo; penso che questo cambiamento si possa sicuramente evincere dalla scrittura. Sono totalmente cambiato, un’altra persona, sotto ogni punto di vista.

 

R.: Entropia II si era contraddistinto per una forte componente di sperimentazione a livello di suoni. Anche questa volta non ti sei trattenuto, cercando però di amalgamare alcune delle tendenze sonore attuali con elementi dal sapore squisitamente classico. Come ha scelto producer e produzioni per Entropia III?

E.: In primis, alcune scelte sono state dettate proprio dalla voglia di lavorare con delle persone che stessero utilizzando sonorità molto più contemporanee e attuali; vedi per esempio, in maniera lampante, 2P e Adma. Io volevo una roba trap, volevo fare un pezzo trap e loro mi hanno dato la strumentale giusta. Con Fritz il discorso è un po’ diverso – siamo amici, ci sentiamo spesso e c’è sempre quel “facciamo delle robe”, “fammi sentire delle robe”. Lui mi diede la strumentale di Non Mi Interessa; siccome ora sta producendo con Marz, un ragazzo con un gusto sonoro molto fresco e attuale, credo che sia stato spontaneo da parte sua darmi qualcosa con una sonorità, anche perché Marz cura molto le batterie. Ho tenuto quella strumentale ferma svariati mesi perché è quel tipo di beat su cui scrivi solo quando hai la mente predisposta ad utilizzarlo. Non è la classica roba a 85,90 bpm su cui “bla,bla,bla” (sorride, ndr); essendo una strumentale di Fritz poi ho sempre quel “peso” di dover rendere qualcosina in più. Credo che sia stata scritta nel momento giusto ed è venuto fuori il pezzo che poi è stato il primo singolo, sono molto contento di questo. Poi a cascata è venuto tutto quello che trovi in Entropia III. Per dirti, c’è una strumentale di J Vas che è molto strana: lui secondo me è un produttore molto forte, versatile ed eclettico, che ha delle influenze che spaziano a 360 gradi per quanto riguarda gli elementi che poi inserisce nelle produzioni. Benchè lui sia fortissimo in robe classiche, con quel tocco un po’ “dilliano”, è anche molto forte a fare cose più folli. Lui è un folle come me, per questo abbiamo legato molto in pochissimo tempo. Diciamo che questi tre esempi spiegano un po’ come mi sono mosso nella scelta delle produzioni.

R.: Parlando proprio di Non Mi Interessa, il brano è l’ennesimo manifesto del tuo approccio al rap, viscerale e per nulla patinato o addobbato da lustrini. Nel pezzo parli anche di quello che è diventato lo star system del rap made in Milano: secondo te è possibile ottenere comunque successo con la musica senza per forza inserirsi in determinati circuiti?

E.: Io credo che sia molto difficile. Credo sia molto difficile perché il mercato ha creato degli schemi; allo stesso tempo mi contraddico dicendoti che ci sono delle schegge impazzite – ad esempio Frah Quintale. Lui è uscito dal circuito del rap non seguendo certi canoni. Attenzione però: lui ha alle spalle un lavoro pazzesco su quello che poi è diventato il suo prodotto musicale. Il core di tutto questo star system, o di tutto questo ecosistema legato all’ambiente e all’industria, è dettato da queste ferree leggi non scritte. Qualche tempo fa, scherzando, scrissi in una Instragram story che la quinta disciplina dell’hip hop nel 2018 è il clout chasing (termine con cui si indica l’atto di legarsi ad una persona in modo da godere della sua fama, ndr). Lo dico apertamente: tanti di voi – spero leggiate tutti quest’intervista – siete degli accolloni, accollati a personalità già avviate, e venite fuori e godete solo ed esclusivamente di luce riflessa. In qualche caso ci sono delle persone che hanno delle skill, ma a mio parere non bastano quelle, perché purtroppo il retaggio è sempre quello – devi guadagnarti ogni strap, ogni grado che hai sulla divisa; e qualcuno non ne ha neanche. In questo momento della mia vita però faccio quest’osservazione in maniera molto super partes: ci sta che esistiate anche voi. In questo momento mi va bene tutto, non mi interessa tutto questo, io sono pienamente cosciente, in maniera lucida, che ha tutto senso di esistere. Se in America è così, ed è un meccanismo che è stato metabolizzato, digerito e accettato perché è business – quindi questa roba ne genera altra -, io mi posso permettere di dire che per carità, da un lato ci sta, fa parte dell’evoluzione del gioco; dall’altra comunque sappiate che siete in tanti ad essere accollati a delle persone. Se a queste persone sta bene, se sta bene a tutti voi, beh (sorride, ndr). Però ti dico, in questo momento è molto difficile uscire. Io ti ho fatto l’esempio di Frah, che però magari ha fatto roba sul filone di Silvano (Coez, ndr), comunque diversa, particolare; tutti quelli che battono sempre quello stesso chiodo sono invece un po’ costretti a fare clout-chasing.

 

R.: Insomma, neanche fare la scheggia impazzita è poi così facile…

E.: Assolutamente, anzi!

R.: Questo disco è l’ennesimo lavoro farcito di citazioni e riferimenti sublimi, non solo a grandi classici del rap ma anche a personaggi legati al mondo della cultura mondiale. Proprio in virtù di questo volevo chiederti: qual è la citazione o il riferimento che preferisci tra i tanti che hai inserito?

E.: Il pezzo per me più importante in questo disco è Niente in dolce; io appartengo alla generazione cresciuta con Neffa, Zona Dopa, Kaos e quella roba lì, quindi per me è sempre un grandissimo onore avere la credibilità necessaria e quindi la possibilità di poter citare questa gente senza che nessuno mi dica niente. Tutti sanno che lo faccio proprio per una questione di rispetto, per tramandare e tenere questa torcia accesa. Ho fatto un paio di citazioni di questo tipo in Niente in dolce.

 

R.: Io invece ho fortemente apprezzato il riferimento a Colin Kaepernick, la star dell’NFL rimasta senza contratto dopo essersi inginocchiata durante l’inno per protesta contro la brutalità della polizia. Tu che hai vissuto negli States e hai visto con i tuoi occhi il tipo di clima che lo ha spinto a compiere quel gesto, come definiresti la situazione attuale negli U.S.A.? Quanto di ciò ci arriva dai mass media europei?

R.: Domanda molto interessante. Tu mi conosci e sai da che tipo di fonti attingo le mie informazioni, parlando inglese e seguendo molto anche il circuito americano, lì è tutto molto più spinto. Io sono sicuro che qui in Italia o sei un fan del football, e quindi sai chi è Kaepernick, oppure non la capisci; e penso che l’avranno capita in due. Quindi la risposta è no, devi proprio essere “infognato” per informazioni simili. Ovviamente poi io frequento – anche solo marginalmente – questo ambiente della creative class, e lì la gente è sempre informata, anche la mia cerchia più estesa di persone. Ma si parla di quanto, 50 o 100 persone in giro per Milano? Giornalisti, gente appassionata di sottoculture americane e simili; con te parliamo la stessa lingua, ma dal vivo la barra di Kaepernick non la capisce mai nesso e vabbè.

 

R.: Verbal Kint si apre e si chiude con spezzoni estratti da film, tra cui I soliti sospetti, pellicola a cui è legato il titolo stesso del brano. Come mai hai scelto di intitolare il brano proprio con il nome dell’alter ego del protagonista del film di Singer? C’è una precisa chiave di lettura metaforica?

E.: Si chiude con I soliti sospetti, si apre con Jack Nicholson nel Batman di Tim Burton e ci sono anche due spezzoni de L’avvocato del diavolo. Quel pezzo è tutto una metafora sul filone del grottesco-esoterico, che non ho troppa voglia di spiegare; è molto personale, un po’ tetro, anzi, il trip è veramente iper-tetro. Non ho voglia di spiegarla perché poi qualcuno potrebbe interpretarla male, però mi sono davvero fatto un viaggione su tutta una serie di robe particolari. La cosa che mi va di dire è che Verbal Kint è solo un alias nel film – non l’ho intitolato Kevin Spacey o Keizer Soze il pezzo, e non è un caso. L’ho intitolato così per dei motivi precisi, però devi entrare nel viaggio per capirlo. C’è un filo conduttore tra tutti riferimenti che inserisco, però spesso sono robe che capisco solo io, in realtà parecchie volte lo faccio per puro piacere personale. Verbal Kint è la persona alla quale nessuno dava una lira; per tutto il film era il coglione, lo storpio, l’inutile. Il tizio che durante il film tutti pensavano fosse il Keizer Soze (Dean Keaton, personaggio interpretato da Gabriel Byrne, ndr) addirittura picchiava Kint; poi, alla fine di tutto… Beh, guardate il film se non l’avete visto (sorride, ndr).

 

R.: In effetti spero che chiunque legga quest’intervista si riascolti una decine di volte Verbal Kint per capire qual è il viaggio. Io lo farò sicuramente, senza indizi non sono riuscito a capire praticamente nulla…

E.: Beh, se parli inglese e colleghi le robe che ci sono… Ti do un altro indizio, qualcosa che ho già citato in Manolete: anche lì c’è la famosa linea di Jack Nicholson “hai mai ballato col diavolo nel pallido plenilunio?”, la stessa che ho inserito qui ad inizio pezzo, cantandola poi nel ritornello. Le conversazioni estratte da L’avvocato del diavolo riportano conversazioni tra Al Pacino e Keanu Reeves, e anche quelle non sono lì per caso. Poi ti do un ultimo indizio sulla chiave di lettura: ne L’avvocato del diavolo il personaggio interpretato da Al Pacino si chiama John Milton, e qui mi fermo. Chi ha orecchie per intendere intenda (sorride, ndr).

R.: Fuori posto è il classico brano che uno non si aspetta da Egreen. Già con Candele, in Entropia II, avevi sorpreso in molti, affrontando l’argomento delle relazioni. Fuori posto e Candele sono però diversissime: se la prima è una traccia arrabbiata, la seconda sembrerebbe più insicura, una sorta di presa di coscienza del fatto che alcune emozioni sfuggono al nostro controllo. È così?

E.: Esatto, bravo, proprio il brano che non si aspettano da me (ride). Hai letto benissimo la differenza tra i due pezzi, comunque.

 

R.: A differenza di Candele poi, in Fuori posto la narrazione è più frammentata, va per flash, non è un racconto che si sviluppa in maniera lineare.

E.: Esatto, perché ho voluto fotografare un periodo della mia vita. Quando ho scritto questo disco non stavo bene a livello di salute, ho avuto problemi enormi alla schiena e al ginocchio. Tutto ciò si è poi riflesso nei rapporti personali, io a momenti sfasavo – perché è così, quando non stai bene di salute non stai del tutto bene neanche con la testa, vivi le cose male. Sei a casa, non ti puoi muovere… Insomma, è stata un’implosione di emozioni che sono stato molto felice di buttare fuori in un pezzo. Sono stato molto felice di essere fisicamente male perché mi ha permesso di stare a casa a scrivere un casino di roba (sorride, ndr); e sono stato molto felice di avere a che fare con delle donne che mi hanno deluso, mi hanno fatto del male ma mi hanno permesso di fare questa cosa stupenda. Quindi le ringrazio (ride).

 

R.: Io al primo ascolto ero rimasto spiazzato, perché ascoltando tutto l’ep questo mi sembrava più un pezzo “da album”, contraddistinto da quella scrittura personale che personalmente apprezzo molto.

E.: L’approccio un po’ da emo, no? (ride)

 

R.: Diciamo emo maturo dai, quello da trentenne che ne ha vissute un po’. Però ecco, ero abituato a sentirli nei dischi certi riferimenti – 4 Secondi, Il grande freddo, Ulysses

E.: Ho voluto metterlo in Entropia principalmente per la sonorità. Ho fatto questa scelta proprio artistica perché era una roba diametralmente opposta ad altre che avevo da parte. Guarda Candele, che è tutta squantizzata e “storta”, ecco perché è in Entropia II; 4 Secondi invece è molto emo, ma suona in maniera più “lineare”. Il grande freddo ha un tiro particolare, ma comunque ci sta nel disco; Fuori posto invece mi sembrava più giusto metterla in Entropia III. Sai, da quando ho deciso che questo (si riferisce a Entropia III, ndr) sarebbe stata una raccolta di “scarti” del disco – e ho iniziato a pensare la scaletta a febbraio, pochi mesi fa quindi – ho già cambiato idea un casino di volte!

R.: Giù la porta RMX è l’unico brano che vede dei featuring, nello specifico quelli di L’Elfo e Pepito Rella. Cosa ti ha spinto a scegliere proprio loro due per questo remix?

E.: In primis volevo lavorare con della gente giovane ed emergente. Non nel senso di dare una mano eh, io non devo salvare nessuno o dare una mano a nessuno. Preferisco però dar spazio a due persone valide, che devono ancora farsi vedere – mi piace seguire questo criterio. In secondo luogo, quando ho sentito L’Elfo, che su cose simili ha già rappato, sapevo avrebbe fatto molto bene; lo stesso vale per Peppe (Pepito Rella, ndr). Diciamo che ero in debito con lui, che mi aveva già ospitato su due suoi lavori (Ultimatum e Masquereal, ndr), quindi non vedevo l’ora di coinvolgerlo in un mio progetto.

 

R.: Siamo giunti all’ultima domanda. È la prima volta che ti intervisto prima di aver visto e sentito almeno una volta il nuovo progetto dal vivo; cosa dobbiamo aspettarci dai live di Entropia III?

E.: Sono ancora più forte di prima, sono forte (sorride, ndr). Sto cercando di essere un po’ più sul pezzo, di fare le cose fatte meglio. Ora sto girando con ChryVerde, produttore di Alien Army, un ragazzo giovanissimo che ha un gusto musicale ineccepibile, fresco. Sono contento di fare sta roba qua con lui. Dal vivo ovviamente io sono molto “one man band”, quindi poche cazzate, pochi fronzoli, solo un’ora e un quarto di rap. E sto cercando di farlo ancora meglio di prima.

 

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