EGreen – Il cuore e la fame: Recensione

by • 10/06/2013 • RecensioniComments (0)1294

Il Cuore e la Fame è un disco che ha fatto discutere prima ancora di essere annunciato. Nicholas Fantini, in arte EGreen, non ha mai avuto problemi nel trattare argomenti scomodi (come il leccaculismo di tanto rap italiano, uno dei suoi cavalli di battaglia), e questo lo ha portato in diverse occasioni a scatenare infinite (quanto accese ed inutili) discussioni tra forum, pagine Facebook e commenti Youtube (memorabile quella che seguì il dissing a Surfa su un pezzo dei Purple Finest, Olaiduizuin).

 

Ma come spesso accade, queste discussioni hanno finito per puntare il faro dell’attenzione sul personaggio (o meglio, sull’idea che ci si poteva fare dai suoi polemici status sui social) e distrarre così da quello che nel frattempo EGreen è riuscito a mettere insieme: una “carriera” (si può ancora usare questa parola?) di assoluto valore, fatta di infinite date per guadagnarsi il rispetto degli appassionati e per cominciare a farsi un nome.
Nome che in effetti ha cominciato a girare, ed il coronamento della lunga gavetta è arrivato con l’inclusione nel collettivo Unlimited Struggle, ormai da anni uno dei simboli più associati all’hip hop italiano di qualità. Un EP in free download intitolato Bricks & Hammers nel 2012. E poi il debutto ufficiale, Il Cuore e la Fame appunto. Che per Green costituisce, prima di tutto, un grande punto d’arrivo: da ogni strofa traspare la sincera difficoltà del trasporre in musica anni di dolori, sacrifici e sbattimenti.

 

Quando si considera il “rap che parla di rap” lo si fa in maniera sempre più stanca, come se quella fosse una forma alterata e retrograda dell’hip hop; operando una categorizzazione così impropria, ci si dimentica di quanto senso possa avere ancora oggi un disco da battaglia, intriso di rabbia acida e corrosiva come “Il cuore e la fame”. Green è un backpacker, fatto e finito, e non è particolarmente interessato a nasconderlo. Guidato instancabilmente dallo studio dei fondamentali e dei classici, il rapper di adozione varesina porta una critica al mondo del rap, che è tanto più significativa in quanto proveniente da un viscerale appassionato del genere, oltre che da un praticante. L’approccio di EGreen non è da purista, ma è puro: come quello di un ascoltatore che, immergendosi nella scena di quelli che lui considerava idoli, ne scopre il marcio. Proprio per il suo “amore incondizionato”, la sua delusione è quella che deve far riflettere di più (“E giusto per la cronaca anche a me sta merda ha spezzato il cuore”).

 

Lungo tutta la tracklist, si snodano sfoghi deflagranti e racconti a tratti commoventi, tra cui spiccano Hip Hop (“Mi ricordo che eravamo quattro poveri coglioni, montavamo il palco con due bancali e quattro mattoni, microfoni rubati, noi galvanizzati, nella playlist i vinili appena comprati”) e soprattutto Sulle spalle dei giganti, dove con favolosa abilità di storytelling ma anche grande misura Green ci racconta della sua difficile infanzia, a partire dalle complicazioni respiratorie seguite al parto prematuro, che rischiarono di strapparlo, ancora neonato, alla sua famiglia.

 

Dà l’impressione di scrivere tutto di getto, Fantini. Con il cuore prima di tutto, come da copertina. Eppure il tutto non è certo privo di limatura (in un’intervista al blog del Giornale, ha raccontato che questo disco è stato praticamente registrato due volte, prima e dopo l’ingresso in Unlimited Struggle, e che la cura per il lavoro è stata maniacale), segno di una grande perizia nel gestire la propria scrittura.

 

Ad elevare il rap di Fantini a un livello superiore contribuiscono però in maniera decisiva le produzioni, mai citate abbastanza, ed in generale la cura di un suono che, negli ultimi anni, ha segnato la vera differenza tra Blue Nox, Unlimited Struggle e tutte le altre realtà dello stivale. Se DJ Shocca fornisce il battesimo con una Intro (E’ davvero meglio che scendi) talmente bello da diventare un singolo, e se i nomi meno noti forniscono delle prove sorprendenti (Retraz per Ora e Chi? Cosa? Dove?, Tyre per Hip Hop e Kennedy con The Big Pay Back), a far compiere il vero salto al disco sono i due produttori più “decisivi” d’Italia in questo momento: Fid Mella, la cui qualità più impressionante sulla lunga distanza è quella di saper cucire beat addosso ai rapper più svariati, e Big Joe, che continua la propria consacrazione come il giovane beatmaker più talentuoso della penisola.

 

Forse Il cuore e la fame non passerà alla storia con il titolo di classico che molti gli hanno attribuito, ma l’impatto di questo album è notevole, soprattutto per la capacità di mettere d’accordo i gusti di tutti. Tanti sbandierano l’integralismo, ma è difficile ricordare un approccio tanto coerente e convinto del proprio ideale. Un integralismo che si può approvare o meno, ma che sembra suscitare solidarietà a prescindere per l’amore, la sincerità e la fotta che lascia trasparire.

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