Dutch Nazari: l’intervista

by • 03/02/2015 • Copertina, IntervisteComments (0)1272

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Dutch Nazari è un mc anomalo, se così si può dire: dice di scrivere canzoni e non pezzi, si dichiara poco interessato alle punchline, nel flow bada più alle pause che al resto. E infatti è stato immediatamente notato dall’mc italiano che ha fatto dell’uscire dal seminato la sua bandiera, Dargen D’Amico, che lo ha reclutato per la sua etichetta Giada Mesi. Il suo EP solista, Diecimila lire, non è il classico progetto che mette immediatamente d’accordo tutti, anzi, rischia di spiazzare decisamente i cultori di un certo tipo di rap duro e puro (che pure è proprio quello che il nostro di solito fa in compagnia della sua crew Massima Tackenza). Però, una volta superato lo spaesamento iniziale, si rivela un ottimo lavoro, curatissimo, originale, unico nel suo genere: un ascolto che ci sentiamo di consigliare, insomma. Lo abbiamo incontrato durante una sua breve sosta a Milano per parlare di passato, presente e futuro.

Ph: Andrea Miguel Micheloni, tutti i diritti riservati.
Blumi: Ti chiederei innanzitutto di presentarti, visto che sei un nome relativamente poco conosciuto per la scena italiana…

Dutch Nazari: Mi chiamo Duccio, in arte Dutch Nazari, ho 26 anni, sono di Padova, sto per laurearmi in giurisprudenza e scrivo canzoni.

B: E come hai cominciato a scrivere canzoni?

D.N.: Mia madre è laureata in musicologia e insegna musica da quando sono nato. Mio padre, invece, ha sempre avuto una grande affinità con le parole. A casa mia, fin da quando ho memoria, c’è sempre stata la tradizione di scrivere canzoni per avvenimenti importanti: il compleanno di qualcuno, il ritorno di qualcun altro da un lungo viaggio… Quando ero piccolo erano solo i cosiddetti “centoni”, ovvero quei pezzi fatti prendendo canzoni dalla melodia celebre e riscrivendone il testo. Credo di aver scritto la mia prima vera canzone originale a 12 anni, e il primo testo rap a 14, anche se suonava molto alla Gemelli DiVersi! (ride) Verso la metà degli anni ’00, con Mr. Simpatia di Fabri Fibra e Mi Fist dei Club Dogo, ho scoperto l’esistenza del rap underground. Per me è stata una vera e propria malattia: attraverso i featuring scoprivo nuovi artisti, recuperavo i loro album e ascoltandoli scoprivo qualcun altro… Ogni volta mi si apriva un mondo. Ricordo ancora la prima volta che scoprii l’esistenza del freestyle tramite un mio amico: pensavo che stesse cercando di fregarmi e che stesse rappando una strofa scritta, non potevo credere che stesse improvvisando! Insomma, insieme a lui e altri amici nel 2006 abbiamo fondato una crew, Massima Tackenza.

B: Esiste ancora oggi, giusto?

D.N.: Esatto. L’ultimo nostro album ufficiale risale al 2009, poi abbiamo cominciato a lavorare ad alcuni progetti solisti, pur continuando a suonare spesso insieme. Io personalmente ho fatto un primo EP nel 2011, dal titolo Non l’avevo calcolato, e qualche mese fa è uscito un nuovo EP, Diecimila lire, prodotto da Dargen D’Amico. Stilisticamente, comunque, quello che faccio per conto mio è abbastanza diverso dalla mia produzione insieme alla crew: probabilmente si capirà meglio tra un paio di mesi, quando uscirà il nostro nuovo album collettivo.

B: Tu e Dargen come vi siete conosciuti?

D.N.: Sono un suo grande fan da sempre. C’è stato un momento di crisi mistica, nella mia vita, in cui sapevo di amare molto il rap, ma capivo di non rispecchiarmi in quello che dicevano molti rapper: poi ho scoperto la musica di Dargen ed è stata come una boccata d’aria fresca per me. Mesi prima che uscisse il mio EP avevo tirato fuori un primo video, dal titolo Speculation, e glielo avevo mandato, ma così, tanto per sapere cosa ne pensava, anche perché non ci conoscevamo neppure: a lui era piaciuto molto e mi aveva risposto chiedendomi se avevo altre canzoni con lo stesso mood. Da lì è nato tutto.

B: Con che modalità?

D.N.: Io gli ho presentato una prima idea di disco, che conteneva 9 canzoni: le abbiamo riprese in mano insieme e alcune le abbiamo tenute, altre le abbiamo scartate e altre ancora le abbiamo rifatte da capo, fino ad arrivare alle sei tracce di oggi. Per farti capire meglio il processo creativo, ad esempio, Una monetina nella versione iniziale non c’era: al suo posto c’era una canzone d’amore, dal titolo Tanto non mi manchi tanto, ma visto che abbiamo scelto di far fare tutte le produzioni a Sick Et Simpliciter e quel brano era prodotto da un altro beatmaker, gli ho chiesto di rifare la base. Lui mi ha presentato una strumentale che dal punto di vista tecnico aveva le caratteristiche adatte a quel pezzo, ma dal punto di vista delle atmosfere a me evocava tutt’altro. Ispirato da questo beat, che mi piaceva moltissimo, ho deciso di scrivere una canzone nuova, che è Una monetina, appunto.

B: Dargen, tra l’altro, non è uno che ci mette i soldi e basta: dà anche una direzione artistica ai dischi che produce…

D.N.: Certo, dà molti consigli e ha dei guizzi creativi notevoli, però la cosa bella è che lascia sempre l’ultima parola all’artista, e questo ce lo ha voluto chiarire fin dall’inizio. È una strategia che ha funzionato, perché il risultato finale è piaciuto a entrambi.

B: Curiosità: perché scegliere come title track proprio Diecimila lire?

D.N.: Credo che il mio sia un disco un po’ malinconico e nostalgico, e le diecimila lire richiamano un po’ questo tipo di atmosfera: qualcosa che non c’è più e a cui leghi ricordi molto positivi, perché per quelli della mia età ai tempi diecimila lire erano un piccolo patrimonio, riuscivi a comprarci un sacco di cose.

B: Parlando della tecnica, invece, il tuo è un flow molto pacato, che sembra studiato apposta per permettere a chi ti ascolta di assimilare bene ogni sfumatura del testo…

D.N.: Se tu chiedi al mio producer, quello che conta in una canzone è tutto tranne il testo; per me ovviamente è l’opposto, il che è il motivo per cui lui è finito a fare beat e io a scrivere canzoni! (ride) Ho sempre ascoltato la musica con un’attenzione preponderante rivolta al testo, e l’aspetto stilistico per me è molto importante, perciò a un certo punto ho iniziato a dare lo stesso peso alle sillabe e alle pause, creando appunto un flow più personale. Purtroppo la nostra generazione di rapper ha un problema di personalità: dopo il boom dei Club Dogo per un po’ di anni tutti hanno rappato come Jake La Furia, serrati, senza pause. Io, al contrario, ho provato a togliere, in modo da fare vivere i silenzi come parte integrante del pezzo.

B: Nell’EP ci sono anche delle parti cantate. Anche tu ambisci a saltare dall’altra parte della barricata e a fare il cantautore?

D.N.: Non mi propongo uno standard musicale: a volte ho voglia di cantare e canto, altre volte ho voglia di rappare e rappo. Quello che viene, viene. E poi, in fondo quando rappo è un po’ come se cantassi su una nota sola.

B: E ci sono anche parti in cui scrivi in francese e in inglese. Come mai?

D.N.: In un’altra intervista mi hanno chiesto se volevo diventare il nuovo Egreen: ovviamente non è questa la mentalità che mi spinge a farlo, anche perché a ben guardare in questo EP le parti in altre lingue sono solo due ritornelli, quello in francese di Speculation e quello in inglese di Falling Crumbs. Per quanto riguarda il primo, avevo scritto un sacco di bozze in italiano, ma mi sembravano tutte molto populiste. Ho pensato che scriverlo in francese, che è una lingua che si adatta molto bene al discorso politico, potesse essere una soluzione. Se lo traduci, invece, sembra un po’ un comizio di Nichi Vendola! (ride) Per il secondo, invece, quando mi è arrivata la strumentale era luglio ma pioveva da un mese ininterrottamente: anche il beat alla fine mi sembrava molto piovoso, perciò l’ho associato all’atmosfera inglese.

B: Tornando alle canzoni del disco, Genio dentro parla del fatto che l’ispirazione a volte c’è e a volte è totalmente assente, e arriva sempre quando meno te l’aspetti. Tu sei uno di quelli che riesce a mettersi a tavolino e scrivere a comando, oppure devi aspettare che le idee ti arrivino da sole?

D.N.: Secondo me le idee sono come le ciliegie, una tira l’altra: nel momento in cui ti concentri e ti sforzi a trovare la prima, le altre seguono in maniera abbastanza naturale. Ovviamente ci sono momenti di maggiore e minore creatività, ma il mio approccio al problema è molto semplice: aspettare. L’ispirazione quando arriva, arriva!

B: Parlando di Speculation, in una rima dici “Il sondaggio dà in vantaggio un comico/ col linguaggio di uno che ha alzato un po’ il gomito”. Il che ad alcuni potrebbe sembrare un modo per contrapporsi a rapper come Fedez, fieri della loro militanza a cinque stelle…

D.N.: Credo che quella rima sia stata un po’ travisata: molti mi hanno detto che pensavano fosse contro il Movimento 5 Stelle e che sembrava appunto un dissing a Fedez. In realtà io stavo semplicemente commentando il linguaggio di Grillo e non entravo nel merito delle sue scelte politiche. A me piace parlare di politica, e in effetti nei miei testi ne parlo molto spesso; anzi, mi piace contrappormi a chi si limita a sfiorare soltanto la punta dell’iceberg concentrandosi su Brunetta, Berlusconi & co. Per me bisognerebbe tornare a parlare un po’ di più dei massimi sistemi e un po’ di meno dei soliti onorevoli che hanno monopolizzato il discorso negli ultimi anni. Insomma, se faccio allusioni di solito preferisco farle più velate, piuttosto che fare la punchline con il nome del politico di turno.

B: E in effetti in questo EP non c’è un brano puramente stilistico, da punchline: ogni brano ha un argomento ben preciso…

D.N.: Infatti io come solista scrivo canzoni, mentre magari le punchline le riservo ai progetti collettivi con la mia crew. Il mio approccio all’hip hop – che, metto subito le mani avanti, secondo me è quello giusto! (ride) – è quello di considerarlo un movimento e non un genere musicale. Credo ancora alle quattro discipline, ho amici che ballano e amici che dipingono e hanno lo stesso mio modo di vedere le cose. L’hip hop ha poco a che vedere con la musica che faccio, ma con il modo in cui vivo: non è semplicemente un canone stilistico. Insomma, mi piace scrivere canzoni che magari musicalmente a volte si allontanano dall’hip hop più hardcore, ma poi la sera mi trovo comunque in piazza a fare freestyle con tutti gli altri.

B: E infine: progetti futuri?

D.N.: Stiamo lavorando a un disco – questa volta sarà un album e non un EP – che uscirà sempre per Giada Mesi. Il producer principale, nonché colui che seguirà la direzione artistica del sound, sarà sempre Sick et Simpliciter. Inoltre con alcuni amici abbiamo da poco terminato un documentario che dovrebbe uscire a breve. Si intitola Revolution Art Poetry e indaga il ruolo del rap e della poesia nella societá palestinese, e il rapporto tra di loro (da un lato è un mezzo espressivo giovane e importato dagli Stati Uniti, percepito quindi da alcuni come prodotto dell’imperialismo occidentale, mentre dall’altro è un mezzo espressivo tradizionale).

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