Double Deck

by • 08/09/2008 • RecensioniComments (0)406

Ragazzo crotonese trapiantato a Roma, Don Diegoh si è fatto notare in giro per lo stivale all'interno di varie battle di freestyle e, dopo "Storie di tutti i giorni", torna con un nuovo album solista, intitolato "Double Deck"(preceduto da "Loading…ep, a preview of Double Deck"), in cui racconta e descrive con talento tutto quanto gira intorno a lui e dentro di lui. La grafica del packaging del disco risulta ben confezionata e gradevole; particolarmente indovinata mi pare la copertina, che mostra Don Diegoh seduto su una panchina: prima in giacca e cravatta con tavola progettuale al seguito, poi in baggy, felpa e beretto con molesquine in mano. Il lavoro è composto da 16 tracce che vedono alle produzioni anche alcuni nomi noti del panorama nostrano. Collaborano infatti i rinomati Dj Argento, MacrMarco, Mr Phil, FatFat Corefunk ed inoltre Dj Manueli, MarcoZope, Mastrofabbro, Deal, Syne e Ford 78. Molte di queste produzioni risultano piacevoli, alcune addirittura ottime, come quelle di Phil e di MacroMarco (in "Take This"), e risultano anche relativamente omogenee nel quadro complessivo del disco. L'album, nel suo complesso, ha un suono gustoso, decisamente classico, e non si lascia notare di certo per i ritmi trascinanti o da club. E' uno di quei dischi che ha un forte richiamo ai suoni della "golden age" del rap italiano, e questo è sicuramente uno dei suoi punti di forza maggiori.
Per quel che riguarda il rap di questo disco, non posso fare a meno di notare luci ed ombre. Diegoh scrive davvero bene, con belle descrizioni di immagini, ottima tecnica, buon rimario e buona padronanza degli argomenti. Non divaga spesso (ma quando lo fa…) e mette sempre in primo piano le "emozioni", senza risultare mai banale. Il ragazzo sa stare con la penna in mano, e si sente. La nota dolente, però, è il suo lavoro al microfono. Benchè ritmicamente sia bravo, l'impostazione vocale ed il flow risultano un po' monotoni, senza mai avere cambi notevoli di interpretazione o intensità durante il disco, cosa che alla lunga stanca. La responsabilità, a mio avviso, è dovuta anche al missaggio che lascia, probabilmente, le tracce di voce un po' troppo "fuori" (cioè di volume maggiore) rispetto alle strumentali. Esempio lampante di ciò è la (bella) canzone intitolata "Altrove", che vede la collaborazione di una bravissima Julia, decisamente "offuscata" da Don Diegoh durante l'esecuzione delle sue parti.
Parlando di collaborazioni, all'interno di questo disco ce ne sono da segnalare poche, e questo potrebbe essere un "male" vista la considerazione precedente sul flow. Si segnalano infatti Tinto Brasko (per gli scratches), Manero il Turco (stranamente poco incisivo in quest'episodio), Backo, Coez, Dj Argento e la bellissima voce della già citata Julia.
Le tracce migliori del disco, a mio avviso, sono "Rewind", "Altrove" e "Take this". Menzione speciale per il coraggio e la maturità  di "Che cambia?", brano in cui, anche grazie al supporto di Manero il Turco, Dj Argento e Coez, il nostro parla di Roma da non-romano.
Tirando le somme, questo disco evidenzia un ottimo talento che però deve, a mio modestissimo avviso, padroneggiare meglio le sue spiccate qualità per potersi esprimere a dovere ed arrivare a coinvolgere musicalmente l'ascoltatore. La strada intrapresa è quella giusta, non resta altro che percorrerla.

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