Doro Gjat: l’intervista

by • 02/02/2016 • Copertina, IntervisteComments (0)458

dorogjat

Il rap in dialetto al sud è ormai un’istituzione, ma è più raro trovarlo al nord: tra i pochi che ci hanno provato spiccano senz’altro i Carnicats, friulani doc che ormai da qualche anno hanno dimostrato che si-può-fare, come direbbe Frankenstein Junior. Come spesso capita anche ai colleghi napoletani, però, anche uno di loro a un certo punto si è trovato davanti a un bivio e a una domanda abbastanza ostica: cosa succede se provo a fare un disco interamente in italiano, abbandonando la strada che finora mi ha portato così tanta fortuna? Doro Gjat, questo il nome dell’mc in questione, ha deciso che l’unico modo per darsi una risposta era provarci, e il risultato è promosso a pieni voti: Vai fradi è piacevole, divertente, profondo, ben scritto e ben suonato. Abbiamo scambiato due parole con lui per parlare di presente, passato e futuro.
Blumi: Per chi iniziasse adesso ad ascoltare rap, riassumi la tua carriera fino ad oggi…

Doro Gjat: Innanzitutto sappiate che il mio nome si pronuncia “Doroghiat”, con questo suono strano tipico della lingua friulana: gjat significa gatto. Sono tuttora parte dei Carnicats, con cui abbiamo pubblicato il nostro album d’esordio nel 2008; da allora non ci siamo mai fermati e nella nostra zona abbiamo un grande seguito, ci è capitato anche di fare date da 2000 persone quest’estate. Gran parte di questo successo è dovuto all’uso che facciamo del dialetto nel nostro rap (anzi, non definiamolo dialetto, che sennò i friulanisti si offendono: è una vera e propria lingua). Grazie a questo espediente siamo riusciti ad avvicinare anche persone che normalmente non seguono l’hip hop. Tra di noi, però, io sono sempre stato quello più attento all’italiano: è la lingua in cui mi esprimo di solito, quella che mi permette di raggiungere una poetica un po’ più alta, passatemi il termine. Ragion per cui, adesso sono fuori anche con un album solista.

B: L’uso del friulano da una parte è un pregio, perché vi distingue dalla concorrenza; dall’altra, però, non rischia di diventare un limite (essendo tra l’altro molto meno conosciuto e universalmente comprensibile dei dialetti del sud)?

D.G.: Inizialmente lo vivevo anch’io come un handicap, perché avevo il classico sogno della “rapstar” di riuscire a fare ascoltare la mia musica a più gente possibile. Mi sembrava che ci fossimo posti un freno, soprattutto perché come dicevamo prima all’interno del gruppo ero soprattutto io a spingere per l’uso dell’italiano. Anche perché la gente tende a generalizzare, e se sente i Carnicats che rappano un pezzo in friulano automaticamente deducono che i Carnicats rappano solo in friulano. Un po’ ne soffrivo, insomma. Però, come capita a molte persone che ascoltano o fanno questo genere, arrivato a una certa età ho capito che alcuni stilemi dell’hip hop cominciavano ad andarmi un po’ stretti, perché la sua commercializzazione spietata stava cominciando a dare valore a cose che in fondo non mi interessavano più di quel tanto. Alla lunga ero felice che il nostro immaginario fosse diverso da quello dei rapper che passavano in radio o in tv, perché quel tipo di roba non ci apparteneva.

B: Questo è il tuo primo album, ma ci hai messo parecchio a decidere di pubblicarlo, sia in termini assoluti (arriva dopo otto anni dall’inizio della tua carriera) che relativi (il primo singolo, Ferragosto, estratto è uscito nel 2013, il disco che lo conteneva nel 2015). Perché?

D.G.: Esatto. La mia gavetta è stata lunga: diciamo che lo pubblico solo ora perché mi sono sentito pronto solo adesso. Come dico sempre, non ho deciso di fare un album solista, l’ho sentito: ho parlato con degli amici psicologi e mi hanno detto che questo fenomeno si chiama insight, a un certo punto ti guardi dentro e capisci cosa devi fare. Il titolo dell’album dipende proprio da quello: Vai fradi significa “vai, fratello!”, ed è una specie di esortazione a me stesso. Non appena ho capito che era il momento, tutto il resto è arrivato a catena: i pezzi, la persona interessata a pubblicarlo (Fulvio ReddKaa Romanin, fondatore di ReddArmy, ndr)… Comunque per un artista fare un album non significa semplicemente scrivere una manciata di pezzi, ma occuparsi dell’aspetto creativo a 360°, e questo è il motivo per cui tra il primo estratto e il disco è passato così tanto tempo: ho curato tutto nei minimi dettagli, e oltretutto avendo lavorato con molti musicisti che di solito non si occupano di hip hop, è stato tutto più complicato.

B: Ovvero?

D.G.: Io sono un grande amante dell’hip hop, l’ho sempre seguito da questa estrema provincia dell’impero dove vivo: crescendo, però, come dicevamo prima mi sentivo sempre più lontano da certe sue caratteristiche. L’hip hop è una musica giovane, inutile girarci intorno: dopo un po’, per motivi generazionali, ti trovi a prendere le distanze da certe cose. E poi, con i Carnicats abbiamo da sempre sviluppato un’identità artistica che andava anche in direzione della musica suonata, così mi sono buttato. Non volevo che questo disco fosse riconducibile a questa o a quella microtendenza dell’hip hop, cosa che invece secondo me succede regolarmente nella scena italiana e la penalizza molto: in un momento di così grande esposizione del rap dovremmo sforzarci di creare qualcosa di originale, e non scopiazzare gli americani.

B: Anche in Vai Fradi, però, ci sento qualcosa di riconducibile all’America: il primo Kanye West, Lupe Fiasco, J Cole…

D.G.: Chiunque, ascoltandolo, ci troverà sicuramente qualcosa che riconduce a qualcos’altro. I nomi che hai citato tu non sono tra i miei ascolti abituali, ma se tu mi avessi detto che ci sentivi dentro l’hip hop inglese o la nuova west coast, ti avrei detto che forse mi avevi beccato, perché sono cose che restano in rotazione fissa nelle mie cuffie… (ride) Non ho un riferimento preciso, ma ovviamente sono condizionato dai miei ascolti e dai miei gusti, come tutti. Amo molto l’hip hop europeo, come i miei amati Looptroop, o il mainstream inglese, come Wretch32, che nella scrittura mi ha condizionato un bel po’. In generale la musica UK è quella che ammiro di più: da quelle parti riescono a unire il rap e il pop senza fare cose becere, ma dando sempre dignità e freschezza ad ogni canzone. In questo momento secondo me sono gli unici a creare musica da classifica che non sia per forza una marchetta.

B: Chi sono i producer con cui hai lavorato?

D.G.: Quello che ho fatto, e qui il petto mi si gonfia d’orgoglio (ride), è stato creare un productive team, un po’ come fanno gli americani. Sono partito da Davare, un giovanissimo producer di 23 anni, e con lui lavoravo alla struttura; dopodiché prendevamo il risultato, lo portavamo in sala prove e lo affidavamo alla Carnicats Live Band, ovvero una serie di musicisti con cui di solito suoniamo dal vivo. Insomma, l’amalgama finale era la risultante di tutti questi fattori.

B: Parlando invece delle tematiche, hai parlato soprattutto di argomenti che ti stavano personalmente a cuore, spesso legati alla tua vita di tutti i giorni…

D.G.: Sicuramente mi faccio condizionare dalla quotidianità, come dici tu. Soprattutto quella della provincia. L’Italia è costituita prevalentemente da provincia, ma l’hip hop non riesce a rappresentarla davvero, perché (soprattutto quando arriva al successo) è legato a un immaginario molto patinato e cittadino. Ho cercato di colmare questo gap parlando della mia esperienza e di guardare con occhio disincantato – e alle volte anche incantato – la semplicità di quello che ci circonda ogni giorno. Io sono un provinciale, e non volevo aver paura di essere me stesso all’interno dei miei pezzi.

B: A proposito, mentre mi documentavo per l’intervista ho letto altri articoli pubblicati su di te di recente. Mi ha fatto molto sorridere un’intervista pubblicata su un quotidiano, in cui il giornalista si stupiva del fatto che tu avessi la faccia pulita e non avessi tatuaggi. Gli hai risposto che, come dicevano i Gente Guasta in Lotta armata, per te l’hip hop è sempre stato un mezzo e non un fine…

D.G.: È una cosa che ci tengo sempre a dire, perché quella rima di Esa mi è sempre rimasta impressa. L’hip hop che si nutre di se stesso e parla solo di se stesso alla lunga non ha senso, è un po’ il discorso che faceva Damir Ivic in Storia ragionata dell’hip hop italiano: a un certo punto alla fine degli anni ’90 la scena era diventata un serpente che si mangiava la coda, e se l’è mangiata a tal punto che si è autodistrutta. L’hip hop dovrebbe essere semplicemente un mezzo per comunicare qualcosa, preferibilmente se stessi.

B: Non resta che l’ultima fatidica domanda: progetti futuri?

D.G.: Le leggi del mercato discografico mi imporrebbero di fare un secondo album entro un anno e mezzo. Vi rassicuro subito: non succederà! (ride) Ho dato molto per riuscire a chiudere quest’album, avrò bisogno di trovare nuovi stimoli prima di rimettermi al lavoro sul prossimo. Sicuramente, però, lo porterò in giro dal vivo, anche perché sul palco con me ho un batterista e due polistrumentisti, perciò si tratta di un concerto abbastanza insolito, rispetto ai canoni tradizionali.

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