Dope D.O.D.: l’intervista

by • 07/06/2013 • IntervisteComments (1)1567

Il rap europeo è una galassia estremamente variegata: ci puoi trovare veramente di tutto. Compresi tre olandesi (ma mezzi inglesi) tendenti al folle che rappano su basi elettroniche e grime, sono abbonati ai visual malati e portano avanti i loro live come se fossero una messa nera, ma che nonostante tutto questo sono validissimi e hanno il favore di colonne portanti della golden age americana, come Sean Price e Redman. Stiamo naturalmente parlando dei Dope D.O.D., una band dalla genesi molto simile a quella di gruppi come i Beastie Boys: tre ragazzini brufolosi che si conoscono sui banchi di scuola e iniziano a suonare insieme giovanissimi, senza badare troppo ai canoni e ai dogmi del genere che vogliono fare, per raggiungere quasi immediatamente un successo esplosivo. Li abbiamo incontrati a Milano in occasione del loro mini-tour italiano, e ne abbiamo approfittato per parlare un po’ della loro carriera, del loro ultimo album Da roach e anche, perché no, delle colpe di noi giornalisti.

Blumi: Ho letto un po’ delle interviste che vi hanno fatto negli ultimi anni in Italia, e non ho potuto fare a meno di notare che vi chiedono tutti sempre le stesse cose, come se fosse la prima volta che venite a suonare qui da noi. C’è qualcosa che vorreste dire al pubblico italiano e che invece non vi hanno mai chiesto?

(Scoppiano a ridere, ndr)

Jay Reaper : Bella domanda! Ci dovrei pensare un attimo, è una specie di rompicapo.

Skid Vicious: Io ci terrei a dire che abbiamo un album fuori, si chiama Da roach, e che dovreste comprarlo, perché se siete fan dei Dope D.O.D. vi piacerà senz’altro tantissimo. Vorrei anche ringraziare tutti i nostri supporter italiani: qui c’è sempre stato un gran bel movimento, lo apprezziamo.

B: Come si differenzia quest’album dai vostri precedenti lavori?

S.V.: Da una parte non è assolutamente diverso, perché siamo sempre noi; dall’altra ovviamente è molto diverso, perché si tratta di un nuovo lavoro. Quando registriamo un nuovo album cerchiamo sempre di non tagliare i ponti col passato, né di sforzarci di accontentare le aspettative di tutti. Penso che questo sia un disco ancora più grime dei precedenti, non è pensato per piacere a chiunque. Se entri nel nostro viaggio, te ne innamori, ma se ti aspetti che sia fatto con lo stampino, come se ormai i Dope D.O.D. fossero una specie di brand, resterai deluso.

B: Siete una delle band alternative più longeve in Europa, suonate insieme da oltre quindici anni: come vi vedete da qui a altri quindici?

J.R.: Ancora a spaccare, ancora in studio a registrare nuovi album, ancora in tour!

S.V.: Certe volte, quando diciamo che facciamo musica insieme da più di un decennio, la gente pensa che siamo un gruppo che finora ha lottato per emergere e ha raggiunto il successo solo adesso. Abbiamo cominciato a fare musica da teenager e oggi abbiamo venti-e-qualcosa anni, quindi l’impressione è quella: in realtà il nostro primo album è letteralmente esploso, quindi viviamo di musica da tanto tempo, pur essendo giovanissimi. Ci tenevo a specificarlo! (ride)

B: L’Olanda ha una tradizione ricchissima di musica indipendente e alternativa, di party underground e rave, di concerti live. In Italia, al contrario, da questo punto di vista facciamo molta fatica a ingranare. Che consigli ci dareste per fare il salto di qualità, finalmente?

J.R.: Vi direi di lavorare più duramente. So che suona come un cliché, ma vi assicuro che funziona: se ti sbatti più degli altri, arrivi al top nel tuo settore. Non parlo solo di musica: anche se la priorità è suonare devi inaugurare una linea di sneakers, costruire una fan base, occuparti del merchandising. Sono tutte cose che trasformano la semplice passione in qualcosa di concreto. Bisogna lavorare, lavorare, lavorare, ogni giorno e ogni minuto, non fermarsi mai.

B: Quindi quando avete iniziato vi occupavate personalmente di questi aspetti?

J.R.: Non esattamente. Nel senso che fin dall’inizio sapevamo che c’è parecchio lavoro dietro la costruzione del successo di una band, ma prima abbiamo dovuto entrare nell’ottica del business e capire come funzionava. È come con il surf, devi adattarti alla lunghezza dell’onda e solo dopo puoi effettivamente cominciare a scivolare.

B: Dalle nostre parti Sean Price è molto amato, e voi avete instaurato una ormai lunga collaborazione con lui. Ci raccontate qualche aneddoto?

S.V.: È un tizio molto divertente! (ride) È un vero barbaro: un mostro brutale, ma contemporaneamente anche uno molto tranquillo. Lavorare con lui è stato fantastico, cosa si può dire di più? Psychosis è già considerata un classico, e anche il nuovo pezzo che abbiamo registrato con lui (Ash’n’dust, uscito nel 2013 e incluso proprio in Da roach, ndr) è altrettanto bello, anche se molto diverso a livello di sound e vibrazioni. Gli abbiamo fatto sentire personalmente il beat quando eravamo a New York e gli è piaciuto moltissimo, quindi c’erano tutte le premesse perché ne uscisse fuori una bomba. È sempre un piacere lavorare con lui: è davvero un grande.

B: Siete molto apprezzati a livello internazionale per il vostro sound, ma nelle recensioni dei vostri lavori è raro leggere qualche riflessione sulle liriche, che pure raggiungono ottimi standard. Come mai, secondo voi?

S.V.: Credo che al giorno d’oggi il rap sia comunque molto meno focalizzato sui testi. E al di là di tutto, i giornalisti che si occupano di recensioni sono spesso dei ragazzini viziati, che pensano di sapere tutto quello che c’è da sapere. Recentemente ho letto una recensione che sparava cazzate sul nostro album, dicendo che non convinceva, che era troppo lungo. Non ha senso. È come dire che un film è troppo lungo: se la storia è raccontata bene e per farlo ci vuole un certo quantitativo di tempo, qual è il problema? Per il nostro disco è esattamente la stessa cosa: dura il tempo necessario a trasmettere agli ascoltatori il nostro messaggio. Insomma, penso che le recensioni siano solo opinioni personali, e a parte questo i giornalisti musicali possono tranquillamente leccarmi le palle per un’intera mattinata e ficcarsi le loro recensioni su per il loro culo stretto, che probabilmente è anche il posto da cui le hanno fatte uscire. Puoi trascrivere tutto questo parola per parola.

B: Perfetto, sei stato chiarissimo!

J.R.: Sono d’accordo con lui: penso che al giorno d’oggi nessuno si prenda più il tempo necessario a recensire un disco. Personalmente, che io debba valutare un disco elettronico, un disco pop o un disco rock, gli concedo un certo numero di ascolti: non posso metterlo su e sparare giudizi senza neppure averlo prima finito.

S.V.: Esatto, un sacco di recensioni sono scritte così: basandosi sul primo ascolto.

J.R.: In passato ci sono stati moltissimi album che la gente ha impiegato parecchio tempo a interpretare come capolavori, tipo Muddy Waters di Redman. Naturalmente chiunque ha il diritto di decidere per conto suo se le canzoni che sta ascoltando sono merda o sono oro, ma deve ascoltare il disco attentamente e più di una volta per farsi un’opinione seria.

S.V.: Per tornare alla tua domanda, e quindi alla questione delle liriche, come ti dicevo penso che i testi non siano più importanti come un tempo, ma allo stesso tempo gli artisti underground, come noi e tutti coloro che lavorano con noi, danno ancora molta importanza alla cosa. Abbiamo registrato un pezzo con Redman, Groove, dove lui dice “The fans are tired asking where the skills at” (i fan sono stanchi di chiedersi dov’è il talento, ndr) e siamo stati davvero contenti di quella barra, perché conferma che abbiamo la stessa visione e che apprezza il nostro lavoro. Una di quelle soddisfazioni che mi porterò dietro fino alla tomba, mentre sarò lieto di dimenticarmi tutti i recensori che sono periti durante la realizzazione della nostra discografia.

J.R.: Bravo, diglielo! (ride)

B: Tornando per un attimo al vostro sound, voi non usate propriamente sonorità hip hop, o quantomeno non sempre, tant’è che piacete molto anche a chi il rap di solito non lo ascolta. Nonostante tutto, però, vi siete sempre dichiarati fieramente parte del movimento hip hop…

J.R.: L’hip hop è sempre stato uno stile musicale influenzato da diversi fattori. Esiste il rap hardcore, il rap più funky, quello old school, gangsta, conscious… È impossibile chiuderlo in un recinto solo e definire cos’è esattamente. Penso che il nostro sia solo un nuovo modo di fare hip hop, che senz’altro suona un po’ più elettronico ma non ne cambia la sostanza: i ritmi sono sempre quelli, il beat ti prende a calci nel culo e per me suona esattamente come dovrebbe suonare il rap.

B: Progetti futuri?

S.V.: Principalmente saremo soprattutto in tour, per portare in giro questo nuovo album e farlo capire alla gente. Ovviamente nel frattempo lavoreremo anche a video nuovi e cominceremo ad assemblare i nostri nuovi progetti. Ce la prenderemo un po’ comoda, però, perché abbiamo appena finito di registrare il disco e in tour non c’è molto tempo per scrivere: abbiamo già un sacco di ottimi beat, molti dei quali arrivano da nuovi produttori, e intendiamo farli fruttare.

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